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Per:
TERAPIA FAMILIARE
2° Numero speciale per la formazione
Rodolfo de Bernart * e Cristina Dobrowolski**
La supervisione clinica nel training
*Medico Psichiatra,
Direttore , Istituto di Terapia Familiare di Firenze.
**Psicologo. Direttore della Formazione ,
Istituto di Terapia Familiare di Firenze.
1. Premessa.
Per supervisione clinica nel training si intendono normalmente
attività di controllo e verifica della attività clinica
degli allievi durante il periodo della formazione. In senso lato
questo significa che gli allievi portano esempi della loro attività
che ricevono una supervisione indiretta : e si può trattare
, naturalmente di terapia familiare o di coppia , ma anche di terapie
individuali, di gruppo o di prime visite o di altro ancora. Ci sono
poi attività cliniche svolte nel centro dove viene svolta
la formazione , che vengono supervisionate direttamente in tempo
reale ("Live Supervision). Anche in questo caso si tratta di clinica
con famiglie o coppie , più raramente con individui o gruppi.
Infine una forma intermedia é rappresentata dalle Consulenze(5),
nelle quali un allievo porta presso il centro di formazione una
situazione clinica che sta seguendo , e nella quale si trova in
difficoltà. La famiglia viene vista dall'allievo e la seduta
viene osservata dal supervisore o , più spesso, il supervisore
lavora con l'intero sistema terapeutico (famiglia e terapista) e
diviene consulente di questo. La terapia familiare ha una lunga
consuetudine dell'osservare in vivo le situazioni attaverso lo specchio
unidirezionale e il circuito chiuso televisivo. Il lavoro di supervisione
si é quindi sempre concentrato sul vedere o almeno sul sentire,
attraverso l'uso di cassette video o audio anche nelle supervisioni
indirette. Tuttavia un certo spazio rimane anche a supervisioni
su protocolli o su casi raccontati. Questo avveniva all'inzio sopratutto
per mancanza di mezzi tecnici (audio o video), mentre attualmente
avviene spesso per scelte tecniche in questo senso da parte di supervisori
o terapeuti formati in un ottica psicodinamica. In quest'ultima
ottica , infatti la tradizionale supervisione é sempre stata
più interessata al racconto e all'emotività che lo
sottende che ai fatti "oggettivi" osservati.
In questo articolo noi ci occuperemo solo della supervisione diretta
e della consulenza, cioé delle due attività che vedono
supervisore terapista e famiglia uniti nello stesso tempo in una
triade terapeutica. Dovremo naturalmente tenere conto del fatto
che quasi sempre ad essi si unisce il gruppo di colleghi in formazione,
il che rende ancora più complessa l'osservazione. Non ci
occuperemo , invece della supervisione indiretta, non perché
la consideriamo meno imoportante, ma perché al contrario
la consideriamo più difficile da fare e da descirivere ,
come anche Cancrini (9,10,29) ha sempre sostenuto. Alcune delle
riflessioni sulla supervisione diretta e sulla consulenza sono tuttavia
applicabili anche alla supervisione indiretta specie se svolta su
audio o videocassette.
Il fatto di esserci specializzati nell'uso degli audiovisivi (16
) e di aver portato a quattro le telecamere che registrano la nostra
clinica (la quarta telecamera registra appunto ciò che avviene
nella stanza dietro lo specchio in supervisione), non deve far pensare
che siamo attenti solo a ciò che si può vedere o oggettivare.
Al contrario sempre più nel nostro modello sta prendendo
importanza quello che nessuna telecamera potrà mai registrare
: la connessione fra azione , emozione e pensiero. Di questo si
occupa gran parte del presente lavoro.
Con i cambiamenti intervenuti nel campo della terapia familiare
(l'emergere del soggetto in terapia, della relazione terapeutica,
delle emozioni in terapia) anche il nostro concetto di clinica nel
training é diventato assai più complesso.
Nel nostro programma di formazione (17, 19) , in cui é previsto
che ogni allievo segua almeno una famiglia nell' arco dei quattro
anni, la famiglia entra in scena in carne ed ossa solo al primo
anno di training, dopo che lo studente ha già impiegato nella
formazione due anni: uno di Corso Introduttivo ed uno di pre-training.
Questo biennio é preparatorio all'incontro con la famiglia
perché tende al raggiungimento di quattro obiettivi fondamentali
per la clinica:
1- l'acquisizione di parametri diagnostici non più centrati
sull'opposizione normalità patologia, ma sulle condizioni
che favoriscono i processi evolutivi all'interno della famiglia.
Ci riferiamo in questo caso al lavoro svolto nel Corso Introduttivo
incentrato sull'osservazione della famiglia normale, o più
correttamente dei processi evolutivi della famiglia normale, (genogramma
fotografico, lavoro sull'osservazione relazionale) e sullo studio
della comunicazione non verbale attraverso l'uso dell'immagine (oltre
al genogramma fotografico ricorriamo abitualmente a filmati non
clinici relativi alle varie fasi del ciclo vitale familiare)(15,16).
2- La costituzione del gruppo come gruppo di lavoro e come laboratorio
relazionale, cioè come contenitore e voce critica positiva,
capace di far vivere a ciascun membro le differenze come potenziali
di un processo di crescita (3,5,6,8,13,14).
3- Individuazione delle dinamiche familiari del terapista all'interno
delle quali tende a essere od é coinvolto. A tutti i lettori
é sicuramente notol'uso del genogramma, del genogramma fotografico
e della scultura in questo tipo di lavoro . (16,17,18,19)
4- Apprendimento e sperimentazione delle tecniche di conduzione
della seduta. A questo scopo si ricorre all'uso di simulate e nastri
video di terapie del didatta o di altri membri dello staff. L'obiettivo
non è tanto o almeno non é soltanto la tecnica in
sé quanto la capacità di utilizzarla per il raggiungimento
degli obiettivi di volta in volta individuati nel processo terapeutico.
Con l'entrata nel primo anno di training e l'inizio del lavoro
clinico dal vivo il fuoco principale é posto sulle relazioni
terapista-supervisore-famiglia-gruppo.
Appaiono in primo piano i processi di appartenenza e separazione
rappresentati anche concretamente dalla presenza dello specchio
che può diventare di volta in volta uno strumento che connette
o che separa.
Anche il compito del trainer si fa più complesso perché
alle ragioni didattiche si aggiungono quelle terapeutiche, e per
il supervisore si pone il problema di trovare un equilibrio tra
l'obiettivo della formazione dello studente come terapeuta e quello
della cura della famiglia (che resta comunque l'obiettivo privilegiato).
La supervisione in questa fase ha come cornice il gruppo che insieme
al terapeuta resta uno degli obiettivi di lavoro del supervisore.
L'incontro con la famiglia é un momento di verifica dello
stato raggiunto dal gruppo come gruppo di lavoro. Infatti la relazione
terapista-gruppo può caratterizzarsi in molti modi differenti
(collaborativa, competitiva, giudicante, etc.). Lavorando sulla
qualità di questa relazione il supervisore può fare
sperimentare a terapista e gruppo la necessità della formazione
di una relazione collaborativa, indispensabile alla definizione
ed alla evoluzione di una relazione terapeutica con la famiglia.
Qui l'idea é quella di una relazione terapista-gruppo speculare
alla relazione terapista-famiglia. (6,13,14,19,31,31,37)
Un'analoga specularità, ha a che fare, soprattutto, con
il processo di appartenenza e separazione che caratterizza il rapporto
terapeuta-supervisore. La costruzione di una relazione di dipendenza
tra famiglia e terapista segue di pari passo quella fra terapista
e supervisore.
Noi pensiamo che, come il terapista con la famiglia, così
il supervisore debba stabilire con il terapeuta una relazione di
tipo maieutico. Ci riferiamo ad una relazione che permetta, all'interno
di un rapporto di dipendenza, l'emergere di idee personali e di
obiettivi sia a livello diagnostico che processuale. Per questo
riteniamo che, insieme all'uso del citofono, associato di più
alla funzione di suggerire interventi specifici, ed all'entrata
nella stanza del supervisore, di tipo prevalentemente esperienziale
(offrire e condividere un modello), sia importante il lavoro svolto
dalla coppia terapista-supervisore dietro lo specchio durante la
seduta, ed il lavoro svolto in post seduta in presenza e con la
collaborazione del gruppo. Infatti la chiamata del terapista dietro
lo specchio ha come obiettivo principale la modulazione del rapporto
dipendenza-autonomia; si cerca di garantire al terapista un' esperienza
di dipendenza all'interno della quale sia possibile l'emergere di
un soggetto capace di utilizzare nei suoi processi di pensiero le
proprie emozioni.
Pensiamo che anche a molti supervisori sia capitato di trovarsi
di fronte ad un terapeuta che si mostra "vuoto" o "confuso". In
questo caso il supervisore può leggere questi segnali come
una chiamata ad entrare nella stanza di terapia, cosa che non é
sempre opportuna. Il problema é infatti, chiedersi se questi
segnali di confusione non pongano al supervisore il compito di favorire
la conciliazione , sia per il terapista che per la famiglia , di
una relazione di dipendenza con la possibilità di affermare
la propria individualità. In questo caso, cioé, entrare
potrebbe significare accettare una delega e confermare la fantasia
che dipendenza e crescita personale non siano conciliabili. Dietro,
lo specchio, invece, il supervisore attraverso una serie di domande
cerca di aiutare il terapista a ritrovare nel rapporto di dipendenza
con il supervisore stesso una propria linea di conduzione della
seduta.
Nella elaborazione di post seduta , oltre alla verifica dello stato
raggiunto dal gruppo, come osservatore, il supervisore torna a lavorare
sugli aspetti emotivi della relazione del terapista con la famiglia.
Questo avviene: 1) focalizzando sulla relazione fra terapista e
supervisore; 2) valutando il rapporto tra famiglia interna del terapista
e famiglia in terapia. Questo può prevedere, tra l'altro,
la ripresa del genogramma dell'allievo, su aspetti più mirati,
legati alle difficoltà emerse nel corso della seduta.
Da questa breve sintesi del nostro modello speriamo di aver fatto
emergere almeno alcune delle sue caratteristiche principali:
1) il lavoro sul terapista e la sua famiglia, che intende superare
la contrapposizione fra "tecniche" ed "empatia", tra "agire" e "comprendere".
2) Il privilegiare un percorso esperienziale dalla dipendenza all'autonomia,
in cui questi due aspetti risultino conciliabili.
3) La formazione di un gruppo di lavoro che permetta il superamento
degli attacchi al legame ed il raggiungimento di una capacità
di collaborare.
Confrontando il nostro modello di lavoro clinico nella formazione
con quello di altre scuole di terapia familiare ci sembra che sia
emerso come principale punto di convergenza l'uso del gruppo come
contenitore ed anche come attivo partecipante al processo terapeutico.
Ci ha incuriosito in particolare la modalità di utilizzazione
del gruppo dietro lo specchio descrittoci da Laura Fruggeri (20):
esso consiste nella divisione del gruppo, dietro lo specchio, in
due sottogruppi, quello dei supervisori e quello degli osservatori;
si costituisce quindi un gruppo di supervisione di cui fa ovviamente
parte il trainer. Pensiamo che questo potrebbe essere un punto interessante
da dibattere, dato che non può non sollecitare molti interrogativi
proprio sui temi dell'appartenenza e dei processi emancipativi.
Per ciò che attiene alle differenze, la più rilevante
ci sembra essere rappresentata dalla scelta di lavorare o no sulle
caratteristiche personali del terapista e sulla sua famiglia. E'
chiaro che una scelta per il si o per il no su questo punto rimanda
a modelli, sia di terapia che di formazione, molto diversi. Una
ricerca recente sulla formazione , pubblicata in questo stesso numero
(deBernart.R.,Telfner U., Anifantakis J.), ha dimostrato che su
questo punto le scuole e gli allievi sono nettamente divisi in due
"partiti".
2. La relazione supervisore-terapista.
Si è già visto come esista un parallelismo tra ciò
che avviene nella relazione terapista-famiglia e tra terapista e
supervisore. Così , se è vero che il riconoscimento
e l'uso delle emozioni del terapista costituisce un punto cruciale
del rapporto e del processo terapeutico , lo stesso varrà
per le emozioni e sentimenti che si attivano nella relazione di
supervisione . Con questo intendiamo fare riferimento non solo alle
emozioni del terapista verso la famiglia e il supervisore,ma anche
a quelle del supervisore verso il terapista,la famiglia e il gruppo.
Per terapista e supervisore il compito fondamentale è promuovere
l'individuazione . In un articolo del 1985 (32), Menghi e Giacometti
parlano di due elementi necessari sia al terapista con la famiglia
, che al supervisore con il terapista : l'ascolto interno , cioè
la costruzione di un osservatore interno , "capace di differenziare
parti diverse di sè , di identificarsi e separarsi"; e la
sospensione dell' azione. .Secondo gli A.A.,i terapisti familiari
rischiano più degli altri di agire (legittimandolo a livello
tecnico-teorico) per sfuggire al rischio del rapporto con l'altro
. Rischiano, per sottrarsi al senso di impotenza, di diventare ipercinetici,
di fare qualcosa a tutti i costi ; l'attivismo consente di evitare
il dolore della confusione e del non sapere , ma finisce per impedire
un vero ascolto e la possibilità per il terapista di comprendere
e per i pazienti di sentirsi compresi . Riteniamo che il supervisore
possa correre lo stesso rischio di "ipercinesia" (citofonate, entrate,
pioggia di consigli in postseduta e perfino, purtroppo, in preseduta),
passivizzando l'allievo e seguendo, di fatto, più le proprie
urgenze (magari a carattere prestazionistico e/o esibizionistico)
che i bisogni evolutivi dell'allievo.
Siamo d'accordo con Anna Nicolò (36) quando parla della
relazione terapeutica e della relazione di formazione come di una
relazione a due poli , capace di condurre ad una doppia trasformazione
: quella della famiglia con quella del terapista ; quella del terapista
con quella del supervisore.
Ma soffermarmiamoci un momento sulla questione delle emozioni del
terapista e del supervisore. Si è molto parlato delle prime,
e di come il supervisore può aiutare il terapista a riconoscerle
e utilizzarle nel processo terapeutico. In terapia familiare si
è parlato molto meno delle seconde ; abbiamo trovato interessanti
per noi alcune riflessioni proposte da Searles in un volume del
1955 (38). Anche se il contesto in cui si collocano le osservazioni
di Searles è quello di una supervione analitica, pensiamo
che anche nell'ambito di una supervisione sistemico-relazionale
sia coerente tenere conto delle esperienze emotive del supervisore,
come di elementi informativi preziosi di quello che avviene tra
terapista e famiglia e nella famiglia (tra i suoi membri) . Searles
parla di un vero e proprio "processo di riflessione" a livello interpersonale
che si produce nel rapporto di supervisione. Se il supervisore considera
le proprie insolite reazioni emotive come dati informativi, può
imparare molte cose sulle modalità di interazione meno palesi
che agiscono nel rapporto terapista-paziente. Searles dice testualmente:"
I processi che sono solitamente all'opera nel rapporto tra paziente
e terapeuta si riflettono spesso nel rapporto tra terapista e supervisore";
e ancora " Le emozioni del supervisore,le sue fantasie e sentimenti
verso l'allievo ci danno spesso la possibilità di chiarire
i processi che caratterizzano il rapporto tra allievo-terapista
e paziente. Spesso si tratta proprio di quei problemi nel rapporto
terapeutico che l'allievo ha ignorato e non ha quindi riferito consciamente
nè verbalizzato con il supervisore". Sempre Searles specifica:"
... il supervisore prova nel corso del suo rapporto con l'allievo
terapista una gamma di fenomeni emotivi altrettanto ampia di quella
del terapista o perfino dello stesso paziente....Spesso il supervisore
scopre che queste emozioni sorte dentro di lui non sono corpi estranei,classici
fenomeni di controtraslazione, ma sono dei riflessi, assai utili
ai fini conoscitivi, del rapporto esistente tra il terapista e il
paziente. Nel rapporto di supervisione,soprattutto attraverso il
meccanismo dell'identificazione inconscia , il terapista comunica
al supervisore qual'è il vero problema terapeutico , cerca
cioè inconsciamente di comunicare al supervisore qualcosa
che riguarda ciò che sta succedendo tra lui e il paziente
e/o nel paziente. Potremmo dire, in altre parole, che il terapista
"induce" nel supervisore "cose" che a livello conscio non ha presenti
e di cui quindi non può parlargli, ma che "informano" il
supervisore di difficoltà importanti tra il terapista e il
paziente. Ovviamente se ci trasferiamo nel contesto di una seduta
e di un processo terapeutico familiare vanno sottolineate le debite
differenze, soprattutto per ciò che attiene al tipo di rapporto
che si instaura tra terapista e famiglia e tra terapista e supervisore
. In terapia familiare non abbiamo a che fare con coppie di rapporti
diadici (terapista-paziente;terapista-supervisore);si tratta sempre
di rapporti come minimo triadici e che si svolgono con la caratteristica
della contemporaneità e "copresenza". Dobbiamo sempre riflettere
sulla relazione Terapista-famiglia-supervisore , o terapista-famiglia-supervisore-gruppo,
o ancora terapista-supervisore-gruppo. E'quindi più difficile
, ma , a nostro avviso, non meno importante , distinguere nelle
emozioni del supervisore quello che viene dal terapista , quello
che viene dalla famiglia , quello che viene dal gruppo , evitando
soprattutto di confondere questi elementi con quello che appartiene
più propriamente al mondo interno del supervisore stesso.
Sempre parlando della relazione tra terapista e supervisore, riteniamo
importante sottolineare il suo carattere di evolutività ,
non diversamente da quanto accade o dovrebbe accadere tra terapista
e famiglia.Vedremo come alle varie fasi del processo di crescita
del terapista, o , più correttamente della coppia terapista-supervisore
, corrispondano anche modalità di intervento differenti da
parte del supervisore , che tendenzialmente vanno da un massimo
di "presenza" a una graduale "uscita di scena". Come il terapista
con la famiglia,anche il supervisore con l'allievo deve rendersi
progressivamente "meno utile " e "preparare la propria morte " .
Più avanti torneremo sul lavoro di consulenza con l'allievo
in training, che riteniamo molto importante come momento del processo
di svincolo dell'allievo da un rapporto di dipendenza accentuata
dal supervisore, e quindi come strumento utile per favorire l'emancipazione
del giovane terapista.
Esaminiamo , ora ,alcuni problemi nel rapporto supervisore-terapista.
Ambivalenza-dipendenza-rivalità: una delle cose di cui è
più importante tener conto è l'ambivalenza dell'allievo
verso il supervisore, simile a quella del paziente (o famiglia)
nei confronti del terapista. Sempre Searles ( 38) mette in luce
come spesso l'allievo mostri verso il supervisore una profonda dipendenza
mescolata ad una forte rivalità . Spesso la dipendenza è
verbalizzata, mentre la rivalità rimane nascosta e può
ostacolare l'apprendimento, cioè, può ostacolare gli
sforzi che l'allievo fa per utilizzare l'aiuto del supervisore.
Rispetto dello spazio di intimità del terapista con la famiglia
vs. invasione,violazione di questo spazio : in certe fasi della
terapia , sia con un paziente che con una famiglia , l'allievo può
aver bisogno di sentire tutto suo il lavoro in terapia . Searles
paragona il rapporto tra l'allievo ed il supervisore in questa fase
a quella tra la madre che allatta il figlio ed il marito, (fase
avanzata del processo terapeutico , e/o fase avanzata del percorso
di apprendimento). Il momento appare assai delicato , perché
in ambedue le relazioni sono necessari sia l'attaccamento che la
separazione. La madre per proseguire l'allattamento ha bisogno di
una relazione speciale con il figlio , nella quale il marito/padre
non interferisca più di tanto ; ma ha anche bisogno di una
separazione che il marito/padre dovrà proporre al momento
giusto . Analogamente si evolve il rapporto fra terapista (madre)
, paziente o famiglia (figlio) e supervisore (padre).
Può accadere che il supervisore intruda nello spazio mentale
del terapista : in tal caso diventa un padre che soffoca , che in
qualche modo perseguita ; e il terapista può chiudere la
saracinesca e non ricevere più i messaggi del supervisore.
La comunicazione avviene solo quando l'altro può accettare
quello che gli viene detto,cioè può prenderlo e trasformarlo.
Solo una comunicazione non intrusiva porta alla trasformazione .
Questo non significa che , a volte, non si possano o debbao utilizzare
modalità di supervisione apparentemente intrusive (come la
provocazione) , ma in realtà attente a toccare la sfera emotiva
del terapista , accuratamente difesa dallo stesso. In ogni caso
uno dei compiti importanti del supervisore è proprio quello
di individuare i motivi (uno come si è visto può essere
il suo comportamento intrusivo) per cui il terapista cessa di essere
"recettivo" ai suoi messaggi ed è ovvio che il luogo privilegiato
dove cercare é la relazione che si è instaurata tra
lui e il terapeuta , ma sempre con il terzo ben presente: terzo
che può essere costituito dalla famiglia presente in seduta
ma anche - a volte - dalla famiglia interna del terapista e dunque
dalla sua famiglia d'origine. Come scrivevamo sopra, questo può
rendere necessaria , tra l'altro, la ripresa del genogramma dell'allievo,
su aspetti più mirati, legati alle difficoltà emerse
nel corso della seduta.
Collusione : e' un altro rischio presente non solo nella relazione
terapista-famiglia, ma anche in quella terapista-supervisore , come
già segnalato da Cardinali e Guidi (11).
Anche tra terapista e supervisore può stabilirsi una relazione
collusiva: alcuni esempi : "la coppia più bella del mondo"
; "il creatore e la sua creatura"(ovvero il terapista a immagine
e somiglianza del supervisore), "il persecutore e la vittima" (la
famiglia gratifica,il supervisore critica e diventa il persecutore
: cioè la famiglia diventa il luogo di proiezione delle parti
idealizzate del terapista e il supervisore delle sue parti persecutorie,
che accetta e agisce).
Bion (8) parlando dell'identificazione proiettiva ha elaborato
un modello: la relazione contenitore-contenuto. Nella relazione
terapeutica il paziente (famiglia,coppia,singolo) spesso evacua
in un oggetto esterno , il terapista, che funge da contenitore,
quelle parti di sè che non ha potuto elaborare e trasformare
(parti che non sono appropriate al pensare , al sognare , al ricordare,
cioè gli elementi beta di Bion) . Il terapista dà
contenimento se può elaborare, trasformare e restituire al
paziente le parti di sè che questi ha proiettato in lui.
Talvolta però il terapista, specie se in apprendimento, non
è in grado di farlo, proprio perchè le proiezioni
di qualche membro della famiglia riattivano problemi non risolti
del terapista stesso, e quindi non riconosce nelle sue reazioni
la componente di retroazione alle proiezioni della famiglia. Grinberg
(21) sostiene che "lo studente farà sentire al supervisore
la stessa qualità di relazione emozionale che il paziente
ha fatto sentire a lui"; e ancora che "solo se il supervisore prende
coscienza della genesi delle sue ripercussioni affettive, può
con maggiore capacità, oggettività ed esperienza,
mostrare al terapista l'origine della reazione emotiva che questi
ha sperimentato nella seduta con il proprio paziente."
Il supervisore deve porsi allora come contenitore per il terapeuta
per quei vissuti emozionali che questi non può e/o non sa
gestire. Anche il supervisore viene collocato da parte del terapista
nello spazio funzionale dei suoi (del terapista) bisogni , allo
stesso modo di come fa la famiglia con il terapista. Riteniamo però
che dovrebbe esserci una differenza di grado in questi due processi
, ed anche una differenza di consapevolezza ; altrimenti dovremmo
pensare che si tratta di due relazioni terapeutiche , e non di una
relazione terapeutica e di una relazione di formazione. La relazione
terapista-supervisore contiene anche aspetti teraputici , ma non
è sovrapponibile ad una relazione terapeutica.
Un buon confine potrebbe essere, per esempio, dato dal lavorare
solo su quelle parti del terapista che sono indispensabili al suo
operare come tale, rimandando il resto ad una terapia personale
(da effettuare rigorosamente altrove). Ma ci rendiamo perfettamente
conto che definire con chiarezza queste parti non é quasi
mai semplice.
3. Gli Spazi e le Modalità di Supervisione.
Il cambiamento , negli anni, del modello clinico da psicodinamico
a strategico-sistemico, a strutturale, ad esperienziale, a cognitivo-costruttivista
e conversazionalista, etc. ha comportato - di pari passo - l'uso
di tecniche diverse di supervisione . Di più : le stesse
tecniche hanno evidenziato modalità e significati diversi
a seconda del contesto "modellistico" in cui venivano utilizzate.
Cercheremo di ripercorrerle tutte , consapevoli che rischiamo di
dare interpretazioni di parte sull'uso che ne é stato fatto
e di dimenticarne qualcuna , magari perché utilizzata per
un tempo troppo breve o in luoghi troppo circoscritti.
A) Citofono.
Lo specchio unidirezionale ed il citofono sono strumenti abbastanza
diffusi , che permettono l'osservazione in vivo e l'intervento immediato
del supervisore per suggerire e dare indicazioni specifiche .
Alcune scuole ,quelle milanesi ad esempio (20) , non hanno mai
usato il citofono , preferendo bussare alla porta per invitare il
terapista fuori a discutere. Altre scuole ,inglesi, (40) , hanno
utilizzato il buzzer, cioé una specie di auricolare , attraverso
il quale il supervisore poteva suggerire al terapista allievo cosa
fare, senza mostrare alla famiglia che lo chiamava. Questo strumento
é stato , crediamo, del tutto abbandonato , sopratutto perché
creava una situazione innaturale (la famiglia capiva benissimo quando
il terapista li ascoltava distrattamente perché preso dai
consigli auricolari del supervisore) ed oggi viene usato sopratutto
da famosi "mentori" per guidare note "conduttrici" di trasmissioni
televisive.
Nella fase sistemico strategica il citofono era lo strumento tipo
della supervisione. Esso permetteva infatti di suggerire cosa il
terapista stava sbagliando e come poteva fare la stessa cosa in
modo giusto (Haley ,23). Successivamente la qualità dei suggerimenti
é diventata più complessa nel modello strutturale,
dove già il supervisore lo trovava limitato ; infatti spesso
era costretto ad entrare in seduta egli stesso (25). Poco usato
nel modello esperienziale , ha invece trovato un suo spazio nel
modello provocatorio (venivano passate provocazioni invece di suggerimenti),
o in quello ipnotico (venivano passate induzioni citofoniche o rinforzi
a induzioni preparate dietro lo specchio).
Attraverso il citofono si può anche cercare di fornire qualche
indicazione sulla qualità del contesto emotivo e della relazione
terapeutica, suggerendo modi per attuare cambiamenti e trasformazioni
. Il citofono ,però , non favorisce una relazione terapista-supervisore
che promuova la disponibilità del terapista ad un ascolto
di sè e ad una risintonizzazione emozionale . Il citofono
stimola infatti tempi rapidi ed un'attitudine esecutiva , ed è
perciò più adatto a messaggi che contengono un aspetto
prescrittivo. Questo può essere , tuttavia, ancora indispensabile
nelle fasi iniziali della terapia e del processo di apprendimento.
Poi , a nostro giudizio , i messaggi - anche tramite il citofono
- devono mirare di più a indicare una direzione che un singolo
intervento. Un altro rischio del citofono (o meglio,dell'abuso del
citofono) è quello di passivizzare il terapista, che non
viene in questo caso aiutato ad elaborare pensieri autonomi.
L'uso del citofono,proprio per la tempestività che consente
di avere , caratterizza anche momenti di "urgenza" nella seduta;
tra i compiti del supervisore c'è anche quello di valutare
questa urgenza e la sua qualità. Cioè egli dovrà
definire se si tratta di qualcosa che attiene ai bisogni della famiglia
e della terapia, oppure è una pseudo-urgenza, ovvero qualcosa
di indotto nel supervisore dalla fretta e dall'ansia del terapista
, o ancora , qualcosa che appartiene ai bisogni del supervisore
(ad esempio,di autoconferma attraverso le buone e rapide prestazioni
dell'allievo o di somiglianza /differenza fra lo stile ed i tempi
dell'allievo e quelli del supervisore) .La scelta dei tempi di un
intervento terapeutico, così come di un intervento di supervisione
, deve sempre tener conto non solo della domanda : "perchè
questo intervento in questo momento e con quale obiettivo "? , ma
anche "di chi è questo obiettivo ?"e " perchè, ma
anche -per chi- serve? "e , sopratutto "chi lo sta facendo ?".
B) Entrata del Supervisore nella stanza di terapia.
Questo intervento ha carattere più esperenziale : far vedere
, ma anche condividere. Questo strumento é stato infatti
usato sempre di più da Minuchin che, coerentemente con il
suo concetto di modeling fornito dal terapista alla famiglia , metteva
in atto un analogo modeling del supervisore verso il terapista .
Purtroppo questa buona intenzione si trasformava spesso in un rapporto
diretto tra supervisore e famiglia. A volte la supervisione si trasformava
perciò in una coterapia. Per alcuni autori (Whitaker ,41,30
ad esempio) questo era addirittura l'unico modello di supervisione
e formazione. Tuttavia il modello di Whitaker induceva quasi sempre
una notevole passivizzazione dell'allievo , che apprendeva osservando
ed imparava a fare solamente quando - finalmente- lavorava da solo
o in coterapia con altri meno esperti. Certo il terapista talvolta
deve essere posto in una posizione di osservatore : quando,ad esempio,
si ritiene di doverlo aiutare a diminuire il proprio livello di
coinvolgimento o a tirarsi fuori da una situazione collusiva , oppure
quando il supervisore si sostituisce temporaneamente al terapista
per creare un collegamento emotivo con un membro della famiglia
o introdurre un contenuto che il terapista ha dimostrato di voler
"evitare", con dimenticanze, omissioni o "alleggerimenti". Naturalmente
qui si pone il problema di non "scippare" la famiglia al terapista
con interventi troppo lunghi o troppo "intensi". Se sono indispensabili
, si tratta allora di trovare il modo di "restituire "la famiglia
al terapista, ricoinvolgendolo nella seduta.E' poi molto importante
dedicare un congruo tempo nella postseduta alla elaborazione dei
vissuti del terapeuta circa l'entrata del supervisore.
L'entrata del supervisore non coincide sempre con il rapporto diretto
Supervisore - famiglia. L'intervento infatti può anche essere
sul terapista , prescrittivo ('secondo me dovresti...") , ma anche
dialettico-dialogico (Cosa pensi di ...") oppure addirittura provocatorio
(4)( "Perché sei così protettivo verso..."). Va da
se' che anche in questo caso una gran parte dei messaggi sono indirizzati
alla famiglia che li "deve subire" e molto dipende da come il terapista
risponde a questo strano tipo di coterapia. L'intervento clinico
risulta più efficace se il terapista riesce a differenziarsi
e a sostenere nel tempo una posizione attiva e diversa da quella
del supervisore. Questa operazione riesce più facile all'allievo
se egli é capace di considerare l'entrata del supervisore
come una grande opportunità per osservare liberamente il
sistema terapeutico da un altro punto di vista. In questo caso infatti
nuove idee e letture avranno la possibilità di emergere.
Purtroppo molto spesso , almeno all'inizio, l'allievo tende a considerare
l' entrata del supervisore come uno smacco e spende gran parte del
suo tempo e delle sue energie a giustificarsi , a correggersi o
, peggio, ad imitare il supervisore stesso identificandosi con lui.
Questo genera una posizione passiva ed imitativa, che non é
efficace ed é prognosticamente sfavorevole anche per il contesto
formativo. Anche in questo caso é comunque indispensabile
una rielaborazione profonda in post-seduta.
Ancora l'intervento può essere fatto sul paziente , che
viene chiamato ( a volte anche per citofono) a fare un intervento
sulla sua famiglia o sul terapista (Andolfi , com. pers.) o sulla
famiglia chiamata a collaborare col supervisore per aiutare il terapista
(de Bernart, com. pers.). Questi due ultimi modelli mettono forse
più in luce il significato di intervento su tutto il sistema
terapeutico che l'entrata del supervisore ha sempre e comunque.
Fondamentale sembra , comunque , tenere conto del fatto che , salvo
rare eccezioni, l'entrata del supervisore é sempre , anche
se desiderata, molto traumatica sopratutto per l'allievo (la famiglia
la accetta benissimo) e quindi deve essere rielaborata in post-seduta
e a volte anche parzialmente durante la seduta stessa.
C) Lavoro con il terapista dietro lo specchio.
Questo tipo di intervento varia molto, come é logico che
sia, a seconda dell'impostazione teorica della supervisione. In
una visione sistemico strategica non é che uno spazio maggiore
nel quale fare riflettere il terapista sui suoi errori e sulle sue
difficoltà e per suggerire interventi "più corretti".
A volte il gruppo di osservazione può fare funzione di "brain-storming"
alla ricerca di ipotesi e interventi diversi fra i quali il terapista
sceglierà quello da realizzare . Oppure in modo più
sofisticato il gruppo potrà essere diviso in due , come suggerisce
Fruggeri (20). Il modello conversazionalista della clinica inflenza
coerentemente anche la supervisione. Non molto diverso é
l'intervento secondo l'ottica strutturale che aggiunge solo alcuni
aspetti pedagogici , legati alla presenza di un'idea di famiglia
normale , come struttura funzionante. Il modello provocatorio sfrutta
questo spazio-tempo per attivare emozioni , quello ipnotico per
creare induzioni, e quello psicodinamico per prendere coscienza
attraverso elaborazioni. Tutti possono attivare il gruppo o ignorarlo
e persino passivizzarlo , a seconda delle ottiche , ma anche a seconda
del momento in cui l'intervento avviene.
Nella nostra visione questo dietro lo specchio é uno spazio
in cui l'intervento deve essere di tipomaieutico .
Per noi é ormai abbastanza chiaro che supervisione non
é insegnare una tecnica al terapeuta o trasmettere acriticamente
il nostro modello , quanto costruire un nuovo modello assieme a
lui. Lo stile del terapista non può che partire dalle sue
qualità e dalle sue possibilità. Come abbiamo già
scritto sopra, il nostro é uno stile maieutico . Si tratta
di far emergere dall'allievo le caratteristiche del suo stile terapeutico.
Questo significa anche rispettare i suoi tempi , i suoi spazi e
le sue idee, sollecitando però un uso sempre più completo
delle sue risorse. Con altre parole Andolfi (4,5) ha definito questo
: "lavorare sull'Handicap dell'allievo". Pur essendo d'accordo sulle
modalità riteniamo il termine handicap ingannevole, perché
fa pensare a qualcosa che manca. Il più delle volte invece
si tratta di qualcosa che c'é ma non viene usato. E' come
se l'allievo pensasse di dover portare solo una parte di sé
in terapia , lasciando fuori aspetti umani molto importanti del
suo modo di essere, e divenendo quindi un terapista a metà
. Convincerlo a riprendersi e ad utilizzare al meglio quelle parti,
rifiutate e nascoste al suo interno , é ciò che cerchiamo
di fare nella supervisione. Ecco perché maieutico ci sembra
il termine più appropriato.
Talvolta si usa anche una modalità che può apparire
provocatoria , ma che in realtà segue una logica più
complessa di quella che sottende al concetto classico di supervisione
provocatoria: facciamo qui riferimento a ciò che abbiamo
già scritto nel paragrafo 2 sulla relazione fra supervisore
e terapista.
D) Preseduta e Postseduta.
La preseduta é variamente considerata . Nell'ottica sistemico
- strategica é ritenuta fondamentale , perché in essa
vengono riepilogati tutti gli interventi precedenti (e nella prima
seduta le notizie della scheda telefonica o dell'inviante) ed aggiornata
l'ipotesi diagnostica . Vengono poi decisi , in questo stesso spazio,
gli interventi che , presumibilmente, si faranno nella seduta che
sta per iniziare. Questo naturalmente comporta , specie nei terapisti
in formazione , un grosso legame con il passato ed una difficoltà
ad adattarsi alla famiglia che incontreranno e che sarà inevitabilmente
diversa da quella di cui hanno appena parlato in preseduta. Più
un allievo terapista é all'inizio e più cerca di rassicurarsi.
Di solito , quindi é molto forte il legame che stabilisce
con indicazioni , consigli e strategie (specie se standardizzate
, rituali o ripetitive) suggerite dal gruppo e dal supervisore prima
di entrare nella seduta. Ricordiamo qui una serie di modelli di
conduzione della seduta che hanno avuto molto spazio nella letteratura
strategico sistemica (23,25,26,27) . Basti per tutti la classica
serie di consigli strategico - strutturali che prescrivevano di
condurre l'incontro rispettando rigorosamente le quattro fasi di
: joining , definizione del problema, interazione sul problema,
prescrizione (23) . Ma che succede se nelle due ( o quattro) settimane
precedenti é avvenuto qualcosa che ha modificato sostanzialmente
l'equilibrio familiare ( ad esempio : la morte del nonno ) ? Sarà
capace il nostro allievo di modificare i suoi schemi legati a pesanti
e corpose presedute ? Per questo motivo siamo piuttosto critici
nei confronti di questo tipo di lavoro, preferendo semmai fermarci
a fare il punto della situazione con l'allievo dopo qualche minuto
di terapia , quando la famiglia ha già comunicato le modificazioni
significative avvenute.
Più utile ci appare invece un intervento di preseduta sui
problemi emotivi del terapista o sui rapporti con il supervisore
e con il gruppo , che tenga conto della storia di questi rapporti
e degli eventi della precedente seduta e postseduta. Ricordiamo
, tuttavia, che Whitaker(41) riteneva superflui e controindicati
anche questi spazi.
La post-seduta é invece lo spazio dove tutte le ottiche
indifferentemente agiscono, naturalmente in modo diverso.
E' comunque uno spazio di riflessione ed attivazione , in cui non
solo il terapista ed il supervisore, ma anche il gruppo trovano
una dimensione naturale per la razionalizzazione degli agiti e/o
per la mentalizzazione dei sentimenti. Sarebbe ripetitivo ripercorrere
le differenze fra le varie ottiche, che qui forse si accentuano.
Ricordiamo solo che questa é la fase nella quale di più
si notano le differenze di preparazione passate nella prima parte
della formazione. In questa fase é , infatti , indispensabile
avere a disposizione un gruppo contenitore , critico ma anche accogliente
e rassicurante e non aggressivo o peggio distruttivo. Tutto ciò
dipende dal lavoro condotto con e sul gruppo nella prima fase. Per
alcune impostazioni poi, é questa il momento in cui possono
dimostrare la loro utilità tutte le elaborazioni sulle famiglie
d'origine degli allievi condotte all'inizio della formazione.
E) La Consulenza con l'allievo in training.
Ha caratteristiche diverse dalla supervisione (5) e si configura
per noi come consulenza al sistema terapeutico. Quindi il focus
principale della consulenza è di solito la relazione tra
terapista e famiglia , e tra terapista e singoli membri della famiglia
stessa. Si tratta di aiutare il terapista a capire che tipo di relazione
ha costruito con la famiglia,quali sono gli aspetti collusivi e
gli aspetti evolutivi di tale relazione, se tale relazione è
congrua con la fase del ciclo vitale della terapia.
La consulenza può essere utile anche in fase diagnostica,ma
noi la utilizziamo soprattutto rispetto a situazioni definite dal
terapista come di stallo, o di cambiamento di contratto terapeutico,
o di separazione.Il consulente può aiutare il terapista a
costruire e/o rinsaldare l'appartenenza reciproca , ma asimmetrica
con la famiglia, oppure a favorire l'elaborazione del lutto e il
processo di separazione della famiglia dal terapista e viceversa.
Riteniamo che questo sia particolarmente utile agli allievi in apprendimento
e ai giovani terapisti in generale,che rischiano assai di più
dei terapisti esperti di "affezionarsi"moltissimo alle famiglie
(le loro prime famiglie", specialmente se queste famiglie sono dei
"figli gratificanti") e a continuare a danzare al suono di "Come
noi non c'è nessuno" e "Nessuno ci può separare,nemmeno
tu (supervisore)". Anche nella consulenza è importante che
si alternino momenti in cui il terapista è in una posizione
di osservatore e il consulente "semina" idee e contenuti che potranno
poi essere elaborati o meno dal terapista nelle sedute successive
, quando famiglia e terapista ritroveranno la loro "intimità"
, e momenti in cui è coinvolto in una interazione diretta
con il consulente, sia per esprimere la propria opinione su aspetti
della famiglia o propri e questo è un metodo che usiamo molto
in consulenza e che troviamo particolarmente efficace perchè
consente al terapista di esporsi davanti alla famiglia con la sicurezza
di un altro sistema di appartenenza, quello consulente-terapista)
,sia per ascoltare cosa la famiglia "pensa di lui e delle cose che
hanno fatto insieme". Temiamo che questo possa apparire un metodo
"crudele" e "rischioso" per il terapista . A nostro giudizio è
un'esperienza straordinariamente ricca per terapista e famiglia
quella di vivere per un breve periodo e in una situazione "controllata"
una condizione "paritaria"; non si tratta di negare l'asimmetria
della relazione terapista-famiglia,ma di permettere al terapista
di sentirsi nei panni di un membro della famiglia per poi tornare
a separarsi dalla famiglia stessa e "rientrare" nel sottosistema
curante. Cioè è utile che il terapista sperimenti
una situazione in cui "entra ed esce"da due sistemi di appartenenza,
quello familiare e quello curante.
Riteniamo che proprio per le caratteristiche cui abbiamo accennato
, la consulenza caratterizzi una fase abbastanza avanzata del percorso
di formazione,una fase che potremmo definire "adolescenziale": il
terapeuta porta a casa dal suo supervisore qualcosa del suo mondo
di fuori (la sua terapia con una famiglia del suo ambito professionale),
si fa aiutare e "se ne torna via". Ha ancora bisogno,ma sa di potersela
cavare anche da solo nella maggior parte dei casi. La consulenza
è adatta a fornire quel particolare dosaggio di appartenenza
e individuazione proprio del processo di svincolo.
3. I Tempi e le Età della Supervisione.
Due sono i temi che affronteremo brevemente in questo paragrafo
: i tempi interni alle varie modalità di supervisione e i
tempi della relazione fra supervisore e terapista nelle varie fasi
(età) del processo di supervisione.
I tempi dell'intervento del supervisore sono estremamente variabili
a seconda del rapporto che si é creato, o si deve creare
con l'allievo e con il gruppo. Nel nostro modello il problema e
ancora più complesso perché nel corso dei quattro
anni di formazione i trainers possono cambiare. Una prima coppia
lavora con il gruppo per due anni e poi é sostituita in toto
o in parte. I tempi della preseduta e della postseduta sono dunque
molto legati alla necessità di creare un rapporto emotivo
stabile e significativo che faccia da contenitore all'attività
di supervisione. Delicato é anche il problema del timing
degli interventi citofonici nel corso della seduta. Non solo é
importante capire quando essi possono essere fatti, ma anche quando
possono durare. Ad esempio é importante che il supervisore
percepisca quanto tempo deve passare prima che sia possibile un
suo intervento, o , in altre parole, quanto tempo occorre al terapista
per sentirsi così in relazione con la famiglia, da poter
tollerare una chiamata da parte del supervisore. Il messaggio per
citofono deve essere di solito breve e sintetico : nessun terapista
altrimenti riesce a ricordare ciò che si vuole trasmettere.
Se il messaggio o la riflessione richiede più tempo , conviene
discuterne dietro lo specchio. L'altro tempo importante su cui é
necessario concordare é il momento della chiusura della seduta.
Spesso il terapista in formazione teme di non essere chiaro nell'ultima
fase e diventa pedagogico e verboso , ottenendo un risultato opposto
a quello desiderato. Non a caso le entrate dei supervisori sono
statisticamente più presenti alla fine delle sedute.
Infine il tempo di chiusura del processo terapeutico può
risultare difficile da definire . Molto spesso gli allievi non sono
soddisfatti dei risultati raggiunti dalle famiglie e vorrebbero
continuare la terapia - che é già completata - perché
, come sosteneva Whitaker ( 42) "vogliono ottenere dalle famiglie
in trattamento quello che non sono riusciti ad ottenere dalla propria".
Questo é tanto più vero nella prima terapia che ogni
allievo conduce che , come noi abbiamo gia scritto (16,17), é
spesso un trattamento simbolico della propria famiglia d'origine.
Le fasi del processo di supervisione sono state descritte da de
Bernart (12) e da Goldbeter (33) . Le definizioni di quest'ultima
autrice sembrano corrispondere anche nei nostri training , anche
se a tempi dilatati. Goldbeter si riferisce, infatti, a training
biennali , noi a gruppi di quattro anni.
La prima fase ,"Fusione -Idealizzazione " di Golbeter e"Noità
fittizia" di de Bernart, dura per noi un anno (contro sei mesi di
G.) , e vede il gruppo molto dipendente dal trainer. In questa fase
tuttavia di norma non sono viste famiglie in vivo. Per questo non
ce ne occuperemo.
Nella seconda "Inizio di Differenziazione " che dura per noi circa
due anni, il gruppo ha raggiunto un buon livello di contenimento
, e le terapie possono inziare. In questa fase il supervisore sarà
ancora molto attivo , spesso dovrà entrare ed il suo principale
obiettivo sarà salvaguardare il processo terapeutico nonostante
la formazione. Altro obiettivo importante in questa fase é
l'identificazione dello stile del terapeuta.
La fase successiva "Crisi e messa in discussione radicale " e la
quarta "Individuazione - separazione ", si svolgono ambedue nell'ultimo
anno . I terapisti hanno ora un loro stile preciso che deve essere
rispettato. Gli interventi del supervisore devono essere più
cauti e riguardare solo la coerenza dell'allievo , cioé la
sua capacità di fare ciò che dice di voler fare, la
consapevolezza di avere un progetto e di costruire un processo terapeutico,
e la abilità di portare in seduta tutta la propria persona
e non solo una parte di essa. In questa fase gli interventi del
supervisore devono essere caratterizzati da uno stile "non finito
" che permetta di attivare sempre più la creatività
del terapista. Non si dovranno mai fornire soluzioni complete ,
ma solo stimoli atti a costruire soluzioni nel rispetto dello stile
dell'allievo. Se il lavoro con il gruppo é stato ben condotto
, anche le critiche di quest'ultimo , in postseduta, saranno costruttive
e risponderanno agli stessi criteri. Coerentemente con una visione
ecologica propria dell'ottica sistemica e della terapia familiare,
per la quale ci aspettiamo che siano le risorse familiari a portare
la famiglia fuori dallo stallo in cui si trova verso la " guarigione"
, anche nella supervisione dovrebbero essere le energie del terapista
e non quelle del supervisore a trovare le soluzioni e a condurre
in porto la terapia. Quando ciò avviene abbiamo un segnale
inequivocabile di una supervisione e di una formazione condotta
in modo corretto.
I tempi rigidi del training non sempre corrispondono ai tempi della
formazione del singolo allievo. Noi e loro ne siamo ugualmente consapevoli
ed abbiamo creato per questo occasioni formative e di supervisione
post-training. Questa fascia di supervisione successiva va oltre
i limiti nel nostro tema . Perciò faremo solo un rapido accenno
alla necessità, in questa fase, di creare ancora di più
le condizioni per una differenziazione ed un distacco dell'allievo.
Se é vero che la formazione non finisce mai , é anche
vero che bisogna dare ogni tanto qualche segnale di confine.
RIASSUNTO
Gli autori fanno un ' analisi dei diversi modelli di supervisione
clinica nel training in terapia familiare e della loro evoluzione
nel tempo e nelle diverse scuole. Il nucleo centrale attualmente
sembra essere la relazione fra supervisore e terapista . Vengono
presi in esame i diversi modelli collegati agli strumenti utilizzabili.
Infine si discutono tempi ed età del processo di supervisione.
SUMMARY
The Authors present an analysis of different models of clinical
live supervision in family therapy training. Evolution of theese
models in time and in different schools are examined. Actually the
central focus seems to be the relation between supervisor and student
therapist. Different models are examined in connection with the
varios interventions. Times and ages of the process ef supervision
are discussed.
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