|
UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI PISA
Facoltà di Medicina e Chirurgia
SCUOLA DI SPECIALIZZAZIONE IN PSICHIATRIA
Direttore: Chiar.mo Prof. PIETRO SARTESCHI
Tesi di Specializzazione in Psichiatria
"FRATELLI IN
TERAPIA FAMILIARE"
La Terapia Familiare con il Sottosistema
dei Fratelli
Relatore:
Chiar.mo Prof. Paolo Castrogiovanni
Specializzando:
Dott. Rodolfo de Bernart
Anno Accademico 1992 - 1993
INDICE
Introduzione.......................................................................Pag.
3
Capitolo Primo: Elementi di Terapia Familiare :
Nascita, Storia, Evoluzione....Pag. 6
Capitolo Secondo: I Fratelli nella Famiglia Normale......
.............................................................Pag.
20
Capitolo Terzo : La Terapia Familiare con i Fratelli:
Storie Cliniche.............................Pag. 32
Conclusioni.........................................................................Pag.
52
Bibliografia........................................................................Pag.
58
Videografia.........................................................................Pag.
65
INTRODUZIONE
Nella tradizione della Terapia familiare il lavoro terapeutico
è prevalentemente focalizzato sul sottosistema genitoriale.
Tuttavia talvolta questo sottosistema non esiste oppure è
poco sensibile o niente affatto disponibile a collaborare con i
terapeuti; In questi casi è indispensabile avere altre risorse
a disposizione, dentro o fuori la famiglia nucleare.
Proprio da situazioni cliniche di questo tipo è nato l'
interesse per il sottosistema dei fratelli.
La "risorsa fratelli" sembra particolarmente significativa per
la qualità speciale che esiste nella relazione fra membri
della stessa famiglia e dello stesso livello generazionale. Ognuno
di essi, infatti, condivide la storia familiare per quanto riguarda
i fatti, le emozioni, i sentimenti, attraverso una lettura ed una
ricostruzione individuale, a volte addirittura contrastante con
quella degli altri. E' intuitivo come tutto questo patrimonio possa
essere utilizzato in un setting terapeutico familiare nel quale
le differenze sono una ricchezza per la costruzione di letture alternative
a quelle che la famiglia porta in seduta. Infatti attraverso questa
costruzione è possibile rimettere in movimento il ciclo vitale
della famiglia stessa. Come sostengono Dunn e Plomin (29 e 30),
infatti, sono i fattori ambientali che un fratello non condivide
con gli altri quelli che utilizza per la sua crescita. Le esperienze
condivise , invece, sembrano non aver eccessiva importanza per lo
sviluppo.
Questa tesi si propone allora di studiare questo specifico sottosistema
familiare, osservandone il funzionamento e le funzioni nella vita
"normale" della famiglia nel secondo capitolo e proponendo alcune
particolari modalità d' intervento nella patologia e nella
clinica nel terzo.
Prima però sarà necessario spendere qualche parola
sulla particolare modalità tecnica d'intervento psicoterapico
rappresentata dalla Terapia Familiare, cosa che verrà tentata
nel primo capitolo.
Infine saranno proposte alcune conclusioni e verranno fornite non
solo una bibliografia sul tema, ma , anche, una videografia. In
terapia familiare , infatti , si usa registrare in video ciò
che si fa. E' quindi possibile preparare , con il materiale registrato
, cassette videoregistrate di momenti significativi del processo
terapeutico.
Capitolo Primo
Elementi di Terapia Familiare:
Nascita , Storia , Evoluzione.
La Terapia Familiare è nata negli Stati Uniti a cavallo
tra gli anni quaranta e cinquanta da ricerche parallele di Psicoanalisti
come Ackerman, Boszormeny -Nagy, Bowen, Whitaker e ricercatori e
clinici sistemici come Bateson, Watzlawick, Jackson, Haley ed altri.
Alla fine degli anni sessanta queste teorie e tecniche furono importate
in Italia da Mara Selvini-Palazzoli ed in seguito da Luigi Cancrini.
Da questi due poli italiani si sono poi sviluppate tutte le scuole
di Terapia Familiare.
Maurizio Andolfi, dopo lungo lavoro di collaborazione con Cancrini
ed un periodo di formazione negli Stati Uniti, al suo rientro fonda,
insieme a Carmine Saccu, all'inizio degli anni settanta ,il nucleo
da cui avrà origine il Centro per lo Studio della Comunicazione
nei Sistemi, divenuto poi Istituto di Terapia Familiare.
I punti di riferimento principali sono senza dubbio:
- La teoria sistemica e la ricerca sulla comunicazione nei sistemi,
condotta da Bateson e dal gruppo di Palo Alto, successivamente divenuta
la base dell' approccio familiare Sistemico-Strategico,
- Lo studio del funzionamento della famiglia normale sia dal punto
di vista sociologico che strutturale ed analitico;
- Lo studio del funzionamento dei gruppi non naturali terapeutici,
soprattutto per la conduzione dei gruppi di formazione.
- La Psichiatria Sociale ,sopratutto per quanto riguarda la clinica
familiare e l'applicazione dell'ottica sistemica nei servizi pubblici
e in altri sistemi non sanitari (scuola , lavoro etc.)
All'interno della Terapia Familare esistono almeno tre filoni di
riferimento: quello Strategico Sistemico, quello Psicoanalitico
e quello Strutturale-Esperienziale.
E' difficile segnare con chiarezza i confini e definire con decisione
le appartenenze.
Il primo -Strategico Sistemico- sembra avere una modalità
di cambiamento piuttosto comportamentista.
Viene studiata la comunicazione all'interno di una famiglia e vengono
cercati i possibili malfunzionamenti . Si procede poi ad un tentativo
di modificare questi "errori" di comunicazione con un intervento
prescrittivo sul comportamento. La prescrizione può essere
semplice e diretta, o più complessa: paradossale o rituale.
Comunque l'attesa di cambiamento e di risoluzione del sintomo é
legata ai diversi comportamenti messi in atto , che , a loro volta,
genereranno esperienze diverse nei singoli membri e nella famiglia
nel suo complesso. Nessun intervento può , al contrario ,
essere effettuato sull'intrapsichico, che resta qualcosa di misterioso
( la "Scatola Nera " di Ashby) , di cui non si conosce il funzionamento.
Al contrario , il Secondo filone -Psicoanalitico- utilizza gli
strumenti e persegue gli stessi fini della Psicoanalisi classica
(Freudiana o Kleiniana).
Il cambiamento avviene perciò o attraverso un "interpretazione
disvelante" di qualcosa di inconscio che obbligava la famiglia ed
i suoi membri a comportamenti errati , cause del sintomo e del malessere
del paziente, o attraverso una "interpretazione disgiuntiva" ,cioé
attraverso la riattribuzione a ciascuno dei membri della famiglia
di parti di Sè che egli proiettava su altri per poi attaccarle.
In entrambi i casi é l'"insight " che viene perseguita ,
con metodi e strumenti propri del classico lavoro psicoanalitico
individuale o di gruppo , come l'interpretazione dei sogni, dei
lapsus etc. , o l'uso di libere associazioni.
In fine il terzo filone - Strutturale -Esperienziale- è
caratterizzato dall'idea (di Minuchin) che la famiglia sia una struttura
con particolari regole di funzionamento (segnate ad esempio da confini
ben definiti fra sottosistemi e da gerarchie precise) . Se queste
non vengono rispettate , abbiamo un malfunzionamento, che può
essere contrastato facendo sperimentare alla famiglia modalità
diverse proposte dal terapista durante la seduta ( esperienze fatte
insieme) o prescritte negli intervalli fra le sedute (esperienze
fatte da soli).
Penso di poter definire l' approccio dell'Istituto di Terapia
Familiare di Firenze (del quale viene utilizzato il materiale clinico
proposto in questa tesi) Strutturale-Esperienziale (Minuchin e Whitaker),
con una particolare attenzione rivolta alla storia familiare (approccio
Trigenerazionale di Boszormenyj-Nagy, Bowen e Andolfi) ed all'individuo.
Questo ha portato i terapeuti di questo gruppo a prendere le distanze
da un atteggiamento strategico e ad avvicinarsi ad una modalità
psicoterapica che tiene invece molto più conto della relazione
terapeutica e del rapporto fra famiglia ed individuo e fra questi
ed il suo mondo interno.
Per un terapista familiare vedere è importante quanto sentire,
se non di più. Solo il confronto fra ciò che vede
e ciò che ascolta gli permette, infatti, una lettura più
complessa della comunicazione familiare. Fin dalla formazione gli
allievi vengono allenati a leggere il linguaggio non verbale insieme
a quello verbale e vengono stimolati ad osservare le differenze
e le incongruenze. Sulla base di queste è poi possibile costruire
ipotesi relazionali di lavoro da verificare in seduta.
Sarà perciò chiaro il motivo per cui fin dall'inizio
della Terapia Familiare gli audiovisivi hanno avuto un posto significativo
nello strumento del terapista con conseguenze importanti anche sullo
sviluppo della stessa tecnica terapeutica.
Un altro fattore che ha sicuramente contribuito fin dall'inizio
a stimolare l'uso del video è stato l'atteggiamento di ricerca
di una gran parte dei primi terapisti sistemici che erano direttamente
collegati al primo gruppo di ricercatori sulla famiglia guidato
da Bateson.
All'inizio venivano filmate solo le sequenze ritenute significative,
ma questo influenzava troppo la famiglia che veniva messa sull'avviso
dalla lucina rossa accesa: "Ah, ah! Sta succedendo qualcosa di importante!"(9).
Perciò questo sistema di ripresa fu presto abbandonato
a sostituito con una ripresa continua di tutta la seduta, che veniva
presa in esame dalla èquipe terapeutica nella discussione
successiva, allo scopo di selezionare le sequenze significative.
Col tempo e con l'evolversi della tecnica video si passò
dalla ripresa fissa effettuata dentro la stampa di terapia a riprese
effettuate da un operatore attraverso un vetro o uno specchio unidirezionale
dove trovava spazio anche l'èquipe terapeutica.
La Terapia Familiare viene, di norma, condotta da almeno due terapeuti.
Il primo, più attivo, sta nella stanza terapia con la famiglia,
il secondo , più osservatore, segue la terapia dalla stanza
osservazione , attraverso il video ed uno specchio unidirezionale.
Questo gli consente di fornire al primo tutta una serie di osservazioni
su ciò che sta avvenendo in seduta, rese possibili proprio
dal relativo distacco emotivo consentito dal particolare setting.
Inutile dire poi quanto questo setting risulti utile se non indispensabile
nella formazione.
Ho già descritto in due articoli precedenti (de Bernart,
1982) come acquistare i componenti necessari ad un impianto audiovisivo
efficente (15) e come corredarlo di ulteriori attrezzature più
sofisticate (19 : de Bernart,1986), mentre la disposizione di questa
attrezzatura è stata ben descritta da Cardinali (14 : 1983).
Ricorderò qui soltanto che la struttura di base è
costituita da un impianto composto da una telecamera, un video-registratore,
un televisore o monitor, collegati fra loro ed accoppiati ad un
impianto audio composto a sua volta da uno o più microfoni,
un mixer, un amplificatore, due altoparlanti e naturalmente un registratore
audio.
La telecamera può essere comandata a mano da un operatore
ed essere collocata dentro o fuori dalla stanza di terapia.
Generalmente quelle interne alla stanza sono comandate attraverso
una piccola "regia" posta dietro lo specchio.
Impianti più sofisticati possono essere dotati di una lente
grandangolo che riprende tutta la famiglia, l'altra di uno zoom
per poter effettuare primi piani.
Quest'ultimo strumento risulta molto efficace quando si vogliono
confrontare le espressioni di diversi membri della famiglia attraverso
la rapida successione delle due immagini, o meglio ancora attraverso
l'uso dell'immagine riguardata inserita nell'immagine generale.
Ricorderò qui solo marginalmente l'importanza dell'uso
di materiali fonoassorbenti nell'arredamento della stanza perchè
sia possibile ottenere un suono accettabile. L'operazione non è
affatto semplice dato che non è sempre possibile porre i
microfoni alla giusta distanza dalle singole persone, per cui spesso
i video in terapia familiare hanno un pessimo audio.
Alcuni impianti sono dotati inoltre di accessori che permettono
la stampa di alcune immagini significative ed il viraggio delle
riprese per assicurarsi che la famiglia non venga riconosciuta qualora
il nastro sia mostrato in pubblico (19 : de Bernart,1986).
Lavorare sulle immagini di una seduta è il naturale prolungamento
della supervisione diretta che viene effettuata di norma in terapia
familiare, a differenza che nelle altre psicoterapie. In questo
modello di lavoro infatti, il supervisione osserva il terapista
in azione e può correggerlo istantaneamente, chiamandolo
attraverso un citofono, o pregandolo di uscire dalla stanza, o ancora
entrando nella terapia per discutere con lui di fronte alla famiglia
e per aver alcune cose al suo posto.
I modelli di supervisione sono i più vari (48) , ma hanno
tutti in comune l'immediatezza e, dunque, la difficoltà di
avere un tempo per la riflessione.
Certo talvolta il supervisore ed il terapista possono indugiare
qualche minuto di più dietro lo specchio, ma lo spazio per
pensare, o meglio, per ripensare alla terapia viene dopo, nella
post seduta. Qui, tuttavia, a differenza di altri modelli di terapia,
ciò che è avvenuto può essere ancora presente,
può essere rivisto e controllato proprio grazie agli strumenti
audiovisivi.(22)
Non solo: il passato può essere nel presente "sezionato"
in piccoli brani, a volte in istanti per comprendere meglio cosa
è avvenuto nella famiglia e soprattutto fra essa ed il terapista.
Lo strumento tecnico (il videoregistratore) assume qui un'importanza
notevole, perchè consente l'arresto ed il recupero del tempo.
Il modo più semplice di rivedere un nastro è quello
di riprodurlo a velocità normale ed interrompere di quando
in quando, ogni volta che il supervisore lo ritenga opportuno o
perchè ha notato qualcosa di nuovo che vuole segnalare al
terapista, o perchè ha ricordato qualcosa che aveva notato
nella terapia "in diretta" , ma che non gli era sembrata così
importante da chiamare il terapista al citofono. (23)
La sequenza significativa può essere rallentata fino alla
possibilità di visualizzare fotogramma per fotogramma, o
può essere resa più rapida e visualizzata a velocità
doppia o moltiplicata. E' intuitivo che il "rallentatore" serve
a scomporre il movimento o le espressioni del terapista ed a metterli
in rapporto diretto con quelli della famiglia. La velocità
accellerata ha, invece, soprattutto lo scopo di mettere in evidenza
le sincronie nei movimenti della famiglia e del terapista di sottolineare
le ridondanze negli stessi.
Il fatto che ad esempio un terapista si tocchi il naso ogni volta
che fa una domanda al padre può sfuggire all'osservazione
a velocità normale, ma salta agli,occhi se usiamo la velocità
10x, e contiamo perciò 10 toccate in un minuto.
La presenza di un gruppo di colleghi, come avviene ad esempio
in un training, consente di dividere il compito dell'osservazione,
rendendolo più specifico: uno osserverà il non verbale
di chi parla, un secondo di chi ascolta, un terzo le connotazioni
verbali che il terapista conferisce al colloquio, un quarto quelle
non verbali. Il lavoro deve essere orientato non solo a capire di
più di quella famiglia e dei rapporti fra i suoi membri,
ma anche della famiglia e dei suoi componenti con quel terapista.
Nella formazione il rivedere un video insieme consente inoltre
al trainer di attivare anche gli altri membri del gruppo, chiedendo
ad ognuno di loro cosa avrebbero fatto se fossero stati in quel
momento al posto del terapista. Questo tipo di richiesta presenta
come vantaggio collaterale non indifferente la drastica riduzione
delle critiche "distruttive" fatte da allievi che non riescono a
suggerire comportamenti alternativi. Queste sono infatti particolarmente
dannose per il terapista alle prime armi.
Un esercizio molto utile può essere invece far lavorare
un gruppo di colleghi alla costruzione di un montaggio significativo
di un processo terapeutico.
Uno dei problemi più sentiti nel campo è, infatti,
la conservazione e l'uso delle videoregistrazioni della clinica.
Spesso esse si accumulano senza ordine e, nel tempo diviene difficile
persino ricordare dove momenti significativi della terapia sono
avvenuti.
Uno degli aspetti positivi della videoregistrazione in terapia
familiare è appunto questa estesa disponibilità di
materiale clinico non "riferito" e quindi non sottoposto a pesanti
interpretazioni soggettive, ma almeno in parte "oggettivo" e perciò
utilizzabile anche per ricerche che confrontino metodi, differenze
culturali etc.
"Se vogliamo che un terapista sia capace di utilizzare correttamente
l'analisi del linguaggio non verbale dobbiamo abituarlo a confrontarsi
con esso fin dall'inizio della formazione" (9 : Bodin, 1978).
Se un terapista deve essere capace di trovare un'altra immagine
da proporre alla famiglia al posto di quella "ufficiale" con la
quale essa si presenta in seduta, egli deve abituarsi a cercare
quello che non viene mostrato.
Deve anche conoscere molto bene almeno alcune immagini della propria
famiglia per essere sicuro di non cercare-trovare sempre quelle
nella famiglia in trattamento (19, de Bernart, 1987) (43).
Troppo spesso infatti il concetto di famiglia normale è
confinato nell'allievo nell'immagine della propria famiglia o nel
contrario di essa.
Ma guardare non significa ancora "saper guardare", occorre, come
sottolinea Angelo (1987)(4), acquisire un metodo di osservazione,
scegliere ciò che si vuole osservare, perchè non tutto
ciò che può essere percepito è ugualmente significativo.
Bisogna infine includere se stessi nel campo di osservazione,
cioè sviluppare la capacità di utilizzare su di sé
come soggetto interagente lo stesso schema di analisi impiegato
per cogliere aspetti significativi nelle relazioni degli altri.
Ognuno di noi, sottolinea ancora Angelo(4), usa un metodo percettivo
ed una struttura organizzativa personale.
Nel 1976 viene fondata anche la Società Italiana di Terapia
Familiare che raggruppa tutti i didatti, i terapisti già
formati e gli allievi in formazione di questo gruppo. La Società
si occupa delle problematiche relative alla formazione del terapeuta,
dello studio dei requisiti minimali per l'esercizio della professione,
della promozione e della diffusione della Terapia Familiare in Italia
ed all'estero.
Oltre ai corsi di formazione ,attraverso l'ITF ed in seguito attraverso
gli altri Istituti, la Società organizza anche Convegni internazionali,
a Roma nel 1975 ed a Firenze nel 1978 sulla Terapia Familiare nella
Comunità a Vietri sulla Formazione Relazionale ed ancora
a Roma nel 1987 sulla Coppia in crisi.
Il dibattito culturale e scientifico viene promosso dalla rivista
Terapia Familiare, dalla Newsletter Terapia Familiare Notizie e
poi dal bollettino Snodi.
La Rivista , in particolare é certamente la più nota
ed importante del settore , diffusa anche all'estero, nonostante
sia pubblicata solo in Italiano. Affronta temi nuovi come "Individuo
e Famiglia" , pubblica importanti novità straniere tradotte
ed articoli originali altamente selezionati con il sistema della
revisione doppiamente anonima. Ad essa collaborano attivamente molti
soci ordinari della SITF ed anche i più importanti nomi della
TF italiana e straniera.
La Società definisce i criteri per l'adesione degli Istituti
di Terapia Familiare, nel frattempo sorti in Italia ed all'estero,
che condividono la medesima matrice culturale.
Capitolo Secondo
I fratelli nella famiglia normale.
La letteratura esistente su questo tema è scarsa e disponibile
spesso solo in lingua inglese (5,10,20,24,25,27,28,29,30,33,39).
Nella famiglia i fratelli funzionano come sottosistema: si tratta,
secondo Minuchin (35), del "primo laboratorio sociale in cui i figli
possono cimentarsi nelle loro relazioni tra coetanei. In questo
contesto i figli si appoggiano, si isolano, si accusano reciprocamente
ed imparano l'uno dall'altro. In questo mondo di coetanei i figli
imparano a negoziare, a cooperare ed a competere". Le funzioni che
ogni fratello svolge nell'ambito della famiglia dipendono in gran
parte da ciò che nel tempo egli acquisisce come suo ruolo
e sua identità nell'ambito della vita familiare.
Già prima della nascita del bambino ogni genitore comincia
ad anticipare quella che sarà la sua identità e quale
ruolo il bambino stesso avrà nello sviluppo della dinamica
familiare. "L'evento della nascita di un bambino è caratterizzato
da un'eccezionale ricchezza di processi individuali e dell'intero
sistema familiare. Questi precedono, anche di molto tempo, l'evento
stesso e costituiscono la premessa estremamente complessa, alla
messa in moto di reazioni da parte degli interessati ed a processi
di adattamento, per trovare nuove modalità di funzionamento
dentro la famiglia (35)".
Sul figlio che nasce si concentrano aspettative individuali e familiari,
sentimenti e sensazioni legati ad eventi che possono essersi verificati
durante la gravidanza, la nascita, o il primo periodo post-natale,
oppure dovuti a somiglianze ed identificazioni tra genitori e figli.
Anche l'ordine di nascita è importante (46), non solo per
il particolare significato che può avere la nascita del primo
figlio, ma anche perchè, come rilevano Bank e Kahn (10),
nella maggior parte delle famiglie un solo soggetto può occupare
un certo spazio psicologico in un determinato periodo di tempo.
(Pecchioli 39).
Ciò vuol dire che il primo figlio acquisisce come un diritto
di prelazione su una determinata posizione funzionale, che di solito
non potrà essere occupata da un fratello successivo, se il
primo non l'avrà lasciata libera. Gli altri figli dovranno
diventare qualcos'altro.
Anche i genitori hanno la possibilità di condizionare le
posizioni funzionali dei figli.
Un'assegnazione funzionale positiva può essere rinforzata
dai genitori per anni fino a diventare un'identità positiva
soddisfacente (il buono, l'intelligente, etc.).
Al contrario un'assegnazione funzionale negativa può essere
di peso per lo sviluppo di un figlio e può condizionarlo
pesantemente. Nelle famiglie sane questi ruoli sono assegnati e
modificati in modo flessibile e questo garantisce la possibilità
di crescita per tutti. Ma se, viceversa, una posizione funzionale
diviene stabile per richiesta di uno o entrambi i genitori e con
la complicità dei fratelli, si sta preparando lo spazio per
un sintomo.
Nel film "La Famiglia" di E. Scola 1987, il primogenito Carlo viene
connotato positivamente dal padre come "onesto e sincero", mentre
Giulio viene definito "cattivo e bugiardo". Questa attribuzione,
rigida nel tempo, finirà per condizionare i due fratelli
nel rapporto fra di loro e con il mondo familiare, nel bene e nel
male per anni.
Carlo, diverrà professore universitario, sposerà
una donna saggia, resterà nella casa familiare prendendosi
in carico la famiglia estesa.
Giulio, dopo una disastrosa esperienza bellica, disadattato, sposerà
la cameriera di casa e proverà numerosi lavori, riuscendo
sempre a fallire. Solo a settanta anni Carlo riconoscerà
di aver sottovalutato il fratello; trenta anni prima aveva infatti
giudicato il libro di memorie di Giulio come brutto e superficiale
senza neppure leggerlo, "basando il suo giudizio sull'"autore".
Non solo i genitori possono condizionare con le loro aspettative
i figli, ma anche i figli possono essere influenzati dalla nascita
di nuovi fratelli prima e dopo l'evento. La necessità di
difendere una posizione acquisita li può portare a sviluppare
comportamenti sintomatici significativi.
"Silvia" , nove anni, è figlia di una nostra ex paziente,
trattata all'ITF con una terapia di coppia e poi con una Terapia
Familiare della famiglia d'origine, per un'agorafobia, che, appunto
attraverso la terapia si era risolta brillantemente alcuni anni
prima.
Qualche anno dopo , a seguito di una gastroenterite notturna con
vomito , Silvia presenta una strana fobia alimentare. Smette di
mangiare di sera perché ha paura di star male di notte, ma
continua ad alimentarsi regolarmente durante il giorno.
Nella prima seduta emergono alcuni fatti significativi: i genitori
avevano deciso di avere un secondo figlio, ed avevano "democraticamente"
discusso con Silvia se fosse il caso o no.
Ouando Silvia ancora non si era pronunciata, la madre era rimasta
incinta . Questo non sembro' sconvolgere Silvia che fece buon viso
a cattivo gioco. Poco dopo, però , la madre perse il bambino
per un aborto naturale al terzo mese: proprio allora iniziarono
i sintomi di Silvia. Naturalmente la nostra prima ipotesi fu che
il sintomo fobico di Silvia fosse legato all'arrivo assai temuto
del fratellino, tanto piu' che i genitori sembravano essere decisi
ad averne subito un altro. forse silvia aveva avuto desideri di
morte nei suoi confronti ? Poi purtroppo realizzati dal caso , con
conseguenti sensi di colpa e desiderio di punirsi attraverso il
sintomo?
Oppure Silvia voleva solo sostituire per la mamma il fratellino
morto restando piccola ?
O ancora era la gelosia e la paura inespressa che guidavano il
suo corpo a restare piccola per non "correre rischi" ?
Tutte le ipotesi erano suggestive ma la prima risultava di difficile
comunicazione ad una bambina di otto anni. decidemmo perciò
di utilizzare le altre due e di impiegare le due tecniche usuali
( in questi casi) : la scultura e l'oggetto metaforico.
La Scultura é una tecnica non verbale , nella quale un membro
della famiglia mette gli altri in posizioni ed espressioni significative
della situazione relazionale passata , presente o futura.
L'oggetto metaforico é un qualsiasi oggetto che possa essere
caricato di un significato simbolico o sostitutivo ai fini terapeutici.
Nella seconda seduta il terapista chiede a Silvia di rappresentare
la futura sorella "Luisa" (ancora da concepire) mentre lei viene
rappresentata da un pupazzo. Il terapista fa muovere Silvia/Luisa
da un genitore all'altro, poi la fa sedere sulle ginocchia della
mamma e chiede se c'é' spazio per tutte e due.
La bambina é, naturalmente bravissima a mimare cio' che
farebbe "Luisa", a mostrare come le ruberebbe il posto "come fanno
tutti i fratellini" e come cercherebbe di escluderla dalle ginocchia
della mamma.
Alla fine si concorda che finche' e' piccola possono stare insieme.
Ma quando nasce la sorellina lei crescerà o no? - chiede
il terapista- E qui la bambina da' una strana risposta: prima dice
"No! Resto piccola!" ; poi ci ripensa e afferma :"Mah..però..
forse devo diventare grande, perché poi devo aiutare la mamma
che invecchia..." ,divisa insomma fra il piacere ed il dovere, fra
la persona e la funzione.
A questo punto il Supervisore chiama per citofono il terapista
e gli dice che fino ad ora sono andati bene, ma ora e' necessario
far fare alla bambina una tantasia di come si può restare
piccoli.
Dato però che è stato deciso di usare il corpo il
terapista torna nella stanza e fa fare alla bambina uno strano gioco
, che anticipa metaforicamente tutta la sua situazione conflittuale
. Dice alla bambina: "Sei stata brava; ora puoi, tornare a sederti
sulla sedia"; poi proprio mentre la bambina si sta per sedere le
chiede: "Ma non staresti meglio sulle ginocchia della mamma?"; e
appena la bambina si dirige verso la mamma: "Eh, ma c'é Luisa!
. La bambina si arresta interdetta, non sapendo cosa fare, allora
il terapista la incoraggia: "Va bene sieditici lo stesso , tanto
sei piccola!"; e solo ora che la tensione e' molto elevata il terapista
chiede : "Ma come fai a restare piccola ?"
E Silvia di rimando, con l'aria piu' serena del mondo: "Eh, basta
non mangiare, essere malati e non si cresce!". Allora il terapista,
fingendosi ingenuo e curioso chiede: "Ma pensi che tuo padre e tua
madre siano d 'accordo su questo?". " No! Loro vogliono che io cresca."
- risponde Silvia.
E allora il terapista , di rimando, " Ma scusa, voi tre non decidevate
tutte le cose insieme ?"
"Sì" conferma Silvia."
"Ma allora questa volta vostra figlia vi ha fregato !" dice con
un sorriso il terapista ai genitorl.
Una grande risata sottolina la fine della tensione.
Difatti Silvia la sera slessa riprende a mangiare e dopo un paio
di settimane la madre puo' di nuovo restare incinta, ma questa volta
senza consultare la figlia (come mi conferma nel follow -up telefonico).
(17,20).
E' evidente che possono essere date diverse spiegazioni sulla funzionalità
del sintomo di Silvia: non crescere, per non perdere il posto sulle
ginocchia della mamma, ma anche punirsi per aver desiderato la morte
-poi avvenuta- della sorellina rivale , ed altre ancora.
Altrettanto evidente è che non é la semplice verbalizzazione
della funzione del sintomo a renderne possibile il superamento.
E' impossibile trasmettere nella trascrizione della sequenza l'intensa
emozione, costruita dal terapista attraverso l'uso combinato di
"sculture" ed "oggetti metaforici", che porta la bambina a vivere
i suoi conflitti e le sue paure concentrati in pochi istanti, in
un'intensa esperienza risolutiva.
L'esperienza appare ,d'altro canto, liberatoria anche per i genitori
, che si possono permettere di progettare una nuova gravidanza ,
senza chiedere il permesso alla figlia, come avevano fatto la prima
volta.
Secondo Eugenia Scabini (42) i legami familiari sono fortemente
vincolati e posseggono un limitato grado di libertà, sono
gerarchicamente strutturati e sono definiti da attaccamento e lealtà.
Il significato di questi termini è naturalmente quello attribuito
loro da Bowlby (13) e Boszormenij-Nagy e Spark, (11).
Bank e Kahn (10) definiscono il legame fra fratelli come "una connessione
tra le identità di due fratelli, a livello sia pubblico che
intimo, un adattarsi insieme di due identità personali".
Potremmo aggiungere che questi legami sono di solito fortemente
ambivalenti: accanto all'affetto ed al sentimento di bisogno sono
spesso presenti, odio, rivalità, gelosia.
Il legame emozionale tra fratelli dipende dal livello di "accesso".
Bank e Kahn dividono i fratelli i due categorie: ad alto e a basso
accesso.
Questi ultimi presentano alcune delle seguenti caratteristiche:
sono spesso separati da una differenza di età di più
di 8 - 10 anni, e quindi agiscono quasi come membri di generazioni
differenti; hanno condiviso poco tempo, spazio o storia personale,
hanno frequentato scuole, amici ed anche genitori "diversi" (i genitori
sono diversi a differenti età); mancano, almeno in parte,
della consapevolezza di una storia condivisa; spesso non hanno avuto
bisogno l'uno dell'altro.
Quindi la vicinanza in età e sesso promuove l'accesso ad
eventi di vita comuni, mentre differenze nell'età e nel sesso
diminuiscono tale accesso. Il caso limite di potenziale alto accesso
è rappresentato, naturalmente, dai gemelli (47); il tipico
caso di basso accesso è invece quello dei fratelli che non
abbiano vissuto mai insieme (ad esempio perchè affidati a
famiglie diverse ).
I fratelli ad alto accesso sono caratterizzati da un intenso legame.
Questo può essere presente anche per altri motivi, ad esempio
per un'insufficiente influenza dei genitori. In questi casi si sviluppa
tra i fratelli una profonda lealtà, che si sviluppa nel corso
degli anni, che tocca emozioni potenti, impiega anni a svilupparsi
ed influenza l'identità in maniera stabile.
La lealtà fra i fratelli può essere a senso unico
o reciproca. Quest'ultima è caratterizzata dalla presenza
di un codice speciale, privato, comprensibile principalmente ad
essi, per la loro relazione: i fratelli sono sconvolti quando vengono
allontanati l'uno dall'altro.
Questo linguaggio privato li distingue da altri parenti ed amici;
essi si proteggono reciprocamente da attacchi fisici e psicologici
da parte di estranei; cooperano fra loro; risolvono i conflitti
e contengono l'aggressività entro limiti accettabili e sviluppano
rituali di perdono e comprensione. L'armonia di gruppo supera in
importanza ogni ricerca individuale di vantaggio personale; sono
compatibili e complementari per quanto riguarda ruolo ed identità.
Nel caso di lealtà a senso unico, il figlio genitoriale,
generalmente una femmina, si assume responsabilità primarie
riguardo ai fratelli ed alle sorelle nell'infanzia e spesso anche
nell'età adulta. Ci sono tre differenze significative di
questo tipo di relazione: il "caretaker" dà senza senza avere
niente in cambio; il suo ruolo e la sua identità sono rigidi
e chiusi; il calore nello scambio che caratterizza i gruppi in cui
c'è fratellanza reciproca qui è relativamente carente.
Una mancanza che ha effetti negativi di lunga durata sia su chi
dà che su chi riceve.
Nel caso in cui i genitori siano presenti e disponibili essi in
genere non insegnano ai figli strategie specifiche per comportarsi
"da fratelli". Ci sono però diversi modi indiretti per influenzare
questi rapporti. Per esempio, tutti i membri della famiglia sono
toccati da ciò che Bowen (12) ha chiamato "influenza familiare
multigenerazionale". Tale eredità regola ed altera il modo
in cui gli individui interagiscono fra loro e stabiliscono relazioni
nella famiglia. Ciò avviene anche per l'eredità fraterna:
i bambini crescono sentendo parlare in maniera esplicita o indiretta
delle esperienze dei genitori con i rispettivi fratelli o sorelle,
di conseguenza sono influenzati da questo a ripeterle od a comportarsi
in maniera completamente diversa, onde evitare il ripetersi degli
errori fatti dai genitori o per non subire i loro stessi traumi.
Capitolo Terzo
La Terapia Familiare con i Fratelli:
Storie Cliniche
Come è già stato riferito in un recente convegno
(24), viene scelto il lavoro con il sottosistema dei fratelli ogni
volta che ciò si renda necessario, cioè ogni volta
che le risorse per il cambiamento offerte dal sottosistema genitoriale
si rivelino insufficienti o peggio inesistenti. Il modo di operare
cambia naturalmente se ci troviamo di fronte a fratelli bambini
o adolescenti;
Non ci soffermeremo in questa sede sul modello di lavoro con i
bambini, già descritto nel workshop al recente congresso
"Il Bambino e i suoi sistemi" (21); diremo solo che in questo caso
ci possiamo aspettare solo un aiuto sul piano diagnostico. E' evidente
infatti che i bambini, per la loro dipendenza dai genitori, non
possono costituire una risorsa verso il cambiamento per il fratello
problematico; Questa situazione muta radicalmente nel sottosistema
di fratelli adolescenti, che è in grado di costituire quello
che chiameremo la "mente dei fratelli", capace di effettuare una
serie di operazioni significative verso il cambiamento. Questo nuovo
organo può essere costruito inizialmente prescrivendo compiti
pratici che impegnino tutti i fratelli ad aiutare quello in difficoltà.
Un caso di depressione
Ad esempio in una famiglia composta da due genitori e sei fratelli,
il secondo dei quali -Daniele- presentava gravi sintomi depressivi
con rischio di suicidio, richiedemmo ai fratelli di organizzare
un "turno" in modo che uno di loro fosse sempre accanto a Daniele,
anche per prevenire possibili tentativi autolesivi.
Daniele aveva in quel momento 29 anni e faceva lo Psicologo. Era
sposato e padre di un figlio di 2 mesi. Soffriva di un grave stato
depressivo, che perdurava da qualche tempo ( più o meno dall'inizio
della gravidanza della moglie). Per questo era stato anche sottoposto
ad un trattamento farmacologico (con Imipramina 15Omg. pro die ed
ansiolitici) che aveva giovato , ma non risolto.
La sintomatologia consisteva in ; abbassamento del tono dell'umore,
tendenza al pianto, difficoltà nel sonno e nell'alimentazione,
inoltre paura di far del male al figlio, che si esprimeva nel timore
di prenderlo in braccio, di restare solo con lui etc.
Immediatamente dopo l'inizio della terapia si verificò anche
un tentativo di suicidio, consistente nel tentativo di impiccarsi
ad una trave, fallito per rottura della corda e per il pronto sopraggiungere
dei fratelli da noi messi -in anticipo- sull'avviso.
Daniele era il terzogenito di una famiglia di 5 figli, 2 maschi
e 3 femmine. Tutti tranne l'ultima erano sposati o comunque vivevano
fuori della famiglia d'origine. Ma si consideravano molto legati
e vicini.
I fratelli dovevano riunirsi periodicamente nell'intervallo fra
le sedute per comunicarsi osservazioni importanti sullo stato di
Daniele e sul loro rapporto con lui. I risultati di queste riunioni
venivano poi riferiti in seduta.
Durante la prima seduta, alla quale parteciparono anche i genitori,
che successivamente invece non sareppero più stati coinvolti
direttamente nella terapia, venne richiesto di definire i ruoli
dei fratelli nell'ambito della famiglia. Venne anche chiesto ai
fratelli di descrivere i rapporti fra loro e la loro attuale posizione
di dipendenza e/o indipendenza nei confronti dei genitori. Emerse
subito che Daniele, definito come "sensibile", il "pensatore", era
anche considerato quello che era rimasto più dentro la famiglia
e inoltre il più vicino emotivamente alla mamma, in quanto
rispondente alle sue aspettative di "bravo figlio", mentre Francesco
" il primogenito~ era quello che, secondo i fratelli si era preso
il papà, del quale condivideva anche la professione (medico).
Per quanto riguardava gli altri fratelli, Sandro
definito dalla madre lo "scanzonato" quello da cui,
per la sua imprevedibilità, ci si poteva aspettare
che creasse problemi. Marcella, la maggiore delle
sorelle (che è suora), risultava essere la più
indipendente dal punto di vista emotivo, mentre
Giovanna,la penultima, veniva considerata molto
simile a Daniele, come sensibilità: però, secondo
i fratelli, nell'affrontare eventi importanti della sua vita, quali
il matrimonio o la nascita del figlio Giovanna avrebbe dimostrato
un'inaspettata autonomia, una capacità di reazione positiva,
che invece sarebbe mancata a Daniele. Luciana, la più piccola,
che vive coi genitori, cominciava solo allora a manifestare tendenze
verso l'indipendenza.
Al termine della prima seduta, il terapeuta dette ai
fratelli l'indicazione di occuparsi di Daniele, di stare con lui
durante il giorno, mentre i genitori per il momento avrebbero dovuto
mettersi ad un livello diverso.
Nel primo periodo del trattamento ciò si configurò
come un vero e proprio "accudimento" nei confronti di Daniele che
non desiderava essere lasciato solo .
Poi, nel tempo, quando Daniele cominciò a stare meglio e
fu in grado di riprendere il suo lavoro, le occasioni di incontro
coi fratelli furono meno continue .Continuarono , invece, per lungo
tempo le "riunioni'' tra i fratelli, una la settimana, allo scopo
di affrontare stati d'animo e problemi relativi alle relazioni tra
i fratelli stessi.
E' proprio durante la fase dell'accudimento che si
verifica il tentativo di suicidio precedentemente
descritto, che viene reso vano anche dall'intervento
dei fratelli.
Alle sedute successive parteciperanno solamente
Daniele, i fratelli, e la moglie di Daniele, Rossella.
I genitori ,infatti ,già fino dai primi incontri avevano
manifestato il desiderio di non partecipare alla
terapia, che risultava emotivamente troppo impegnativa per loro.
Del resto, il sottosistema fratelli dava sufficienti garanzie
rispetto a quello che si voleva ottenere, che non era il cambiamento
dei genitorl, ma il cambiamento del rapporto di tutti i fratelli
coi genitori. Si trattava infatti di un gruppo di frateelli
idoneo all' obiettivo terapeutico per numero, attivismo e disponibilità
dimostrata. In una delle sedute successive il terapeuta ritornò
sulle definizioni iniziali e lavorò con i fratelli sulla
possibilità che i ruoli potessero essere scambiati. Questo
avvenne in conseguenza di una riflessione dei fratelli sulla maggiore
disponibilità dimostrata negli ultimi tempi nei loro confronti
dal padre. La loro ipotesi era che il padre stesse cercando di conquistarsi
uno spazio che non aveva mai avuto , in quanto nella famiglia erasempre
stato periferico, mentre la madre era sempre stata una presenza
molto più incisiva.
Non appena la " Mente dei fratelli" appare essersi costituita e
stabilizzata, il terapista inizia a proporre compiti più
complessi che hanno come obiettivo la rilettura della situazione
familiare ed in particolare del loro rapporto con i genitori. La
discussione su questi temi, sperimentata in seduta, prosegue poi
a casa, nelle riunioni della "Mente", ed i risultati sono riportati
al terapista, che diviene sempre di più un consulente del
lavoro di rielaborazione e ridefinizione fatto a casa. Ciò
è agevolato dal fatto che, come abbiamo già detto,
i fratelli possono condividere le diverse letture fatte da ciascuno
sulla comune vita familiare, e giungere a conclusioni tutt'affatto
diverse da quelle che hanno condotto alla creazione ed al rinforzo
del sintomo. Ma non è solo sul piano cognitivo che il cambiamento
può manifestarsi. Anche le funzioni di ciascun fratello,
che non erano intercambiabili, possono ora ruotare o essere suddivise
in modo diverso fra i membri del sottosistema.
Questo permette un diverso livello di libertà per tutti,
consente la remissione del sintomo, e impedisce eventuali ricadute
o migrazioni del sintomo o di sintomi diversi ad altri fratelli
non appena il paziente designato migliora.
Vediamo questo aspetto riprendendo in esame la famiglia di Daniele.
In una fase successiva emerge l'ipotesi che il padre stia cercando
di conquistarsi uno spazio che non ha mai avuto, in quanto nella
famiglia è sempre stato periferico, mentre la madre è
sempre stata una presenza molto più incisiva.
Terapeuta: "Con chi credete che sarà più difficile
per vostro padre conquistarsi questo spazio? Io credo che sarà
con Daniele, ma potrei sbagliarmi........ A Daniele può creare
problemi accettare un rapporto con il babbo, e ridimensionare quello
con la mamma."
Daniele: "Mi è capitato molte volte di sentire il bisogno
di mio padre, ma ho difficoltà a chiedere aiuto, perchè
è come dire che non sono capace di gestirmi."
Terapeuta: "Non è la stessa cosa. Si può chiedere
aiuto in modo generico anche con un sintomo, invece il chiedere
direttamente permette una risposta, cioè un rapporto. Forse
è necessario anche un bilanciamento. Perchè Daniele
si prenda questo spazio con il babbo, Francesco, che ora è
così legato al padre, quanto dovrà occuparsi di più
della mamma?
Francesco, Daniele e gli altri fratelli si guardano in silenzio
con aria sorpresa ma segnalando di capire.
Terapeuta: (continuando dopo una pausa) la "Mente dei fratelli"
può servire proprio a verificare possibilità diverse,
concordandole fra di voi e non in concorrenza l'uno con l'altro.
Questo tipo di situazione "esperienziale" consente a tutti i fratelli
di provare un rapporto diverso con i genitori. Alla fine è
anche possibile che si ritorni al punto di partenza. Ma niente sarà
più come prima, perchè ognuno avrà un bagaglio
di esperienze più vario al quale attingere, senza considerare
il cambiamento avvenuto anche nei genitori come conseguenza. Ai
fratelli viene richiesto di compiere un lavoro tendente a far capire
al paziente designato che non è il solo ad avere difficoltà,
come di solito emerge dai contenuti espressi in seduta. In pratica
il compito dei fratelli è quello di riconoscere e suddividersi
le parti fragili, aggressive, depresse, questo con un duplice scopo;
da una parte sostenere il Paziente Designato, dall'altra prevenire
il possibile passaggio del sintomo ad un altro dei fratelli.
La necessità di compiere questo lavoro è sentita
dai fratelli non solo in funzione delle difficoltà di Daniele,
ma anche perchè ognuno di loro è stato in qualche
maniera toccato da questa crisi. Per esempio Francesco sta esaminando
le sue difficoltà nel contenere l'invadenza della famiglia
della moglie, Sandro ha preso coscienza di una serie di problemi
che riguardano la sua vita di coppia, Giovanna non riesce a trovare
un equilibrio nella lontananza / vicinanza dai genitori, etc.
I fratelli riesaminano così i propri ruoli e le proprie
funzioni nell'ambito della famiglia, e sopratutto stabiliscono rapporti
diretti fra loro, non essendoci più la necessità di
passare attraverso la madre, che aveva sempre mediato le loro relazioni.
Col tempo ciò permetterà anche uno scambio emotivo
intenso.
Questo lavoro con il sottosistema dei fratelli non costituisce
di per se' una novità. In terapia familiare strutturale si
sono spesso suddivise le famiglie in sottosistemi, dando poi compiti
diversi , in seduta e fuori , ai diversi gruppi. E' piuttosto l'ottica
,con la quale guardiamo al sottosistema dei fratelli, che rende
diversa questa modalità terapeutica. la "Mente dei fratelli"
viene , infatti, costruita con il preciso compito di rileggere la
storia delle relazioni familiari, anche se , inizialmente , i compiti
sono di tipo più pratico. Noi ipotizziamo che sia proprio
questa capacità di "rileggere" la realtà familiare
a rendere possibile il cambiamento.
Naturalmente tutto ciò é possibile solo se tra i
fratelli riesce a stabilirsi un intenso legame basato sulla fiducia
e sul desiderio di collaborare.
Nel corso del nostro lavoro ci siamo trovati talvolta in difficoltà
nella costruzione della "Mente dei fratelli". Ci siamo presto resi
conto che davamo per scontata l'esistenza del sottosistema fratelli
anche in casi in cui, invece, le distanze emotive erano enormi.
In altre parole, ci siamo accorti che esisteva un'altra categoria
di fratelli a "basso accesso". In questo caso, però, non
era la distanza anagrafica o l'essere vissuti lontano l'uno dall'altro
che determinava il basso accesso, ma , piuttosto, l'accentuarsi
di rivalità, gelosie, rancori, che esistono normalmente tra
fratelli e che, in questi casi, risultavano molto più forti
(24).
Un caso di Anoressia mentale alterna in due sorelle
Susanna e Sara sono due sorelle di venti e diciotto anni che hanno
presentato a turno anoressia e bulimarexia. Secondo i criteri di
Bank e Kahn, sarebbero ad "alto accesso", in quanto la differenza
di età è solo di diciotto mesi, inoltre hanno sempre
vissuto assieme ed hanno condiviso scuole ed amicizie almeno fino
alla pubertà, quando Susanna ha cominciato ad accusare i
primi disturbi. A dodici anni, infatti, Susanna, dopo aver sofferto
per un certo periodo di strane febbri, comincia a non mangiare ed
a perdere peso. Viene perciò sottoposta ad una psicoterapia
individuale. Tra alti e bassi la situazione va avanti per diversi
mesi, mentre si evidenzia sempre più un'eccessiva preoccupazione
di Susanna per l'alimentazione di Sara, caratterizzata dal controllo
della qualità, ma sopratutto della quantità del cibo
(Sara doveva finire sempre tutto ciò che le era stato messo
nel piatto, altrimenti la sorellina si metteva a piangere ed a strillare).
Tutto questo mentre i genitori si dichiarano assolutamente impotenti
gestire la situazione, anzi, assecondano Susanna "per non farla
arrabbiare". Quando ha quattordici anni circa, anche Sara incomincia
a rifiutare il cibo. La situazione si fa sempre più drammatica,
e la madre comincia ad assumere grosse quantità di benzodiazepine,
fino a doversi ricoverare per disintossicarsi.
Nel primo incontro con le sorelle dopo la fase con la famiglia
al completo, il terapista affronta il tema delle gelosie e dei rancori.
Stimolata dal terapista, Sara conferma di aver sempre avuto difficoltà
ad ottenere l'attenzione dei genitori, tutta rivolta a Susanna a
causa delle sue malattie. Persino nella fase più grave dell'anoressia
di Sara, i genitori continuavano a preoccuparsi piuttosto per Susanna
" così chiusa, dottore,.........non sappiano mai cosa pensa",
provocando in Sara una terribile gelosia ed un profondo rancore.
Terapista: (a Sara) "Pensa alla prima volta che hai provato rabbia
nei confronti di tua sorella e perchè".
Sara: "Quando mi metteva il cibo nel piatto e dovevo mangiare quello
che lei voleva".
Terapista: "E i tuoi cosa facevano?"
Sara: "Il babbo è sempre stato indifferente, la mamma era
divisa fra il preoccuparsi per Susanna che si arrabbiava e non mangiava
niente, e per me che stavo male comunque".
Susanna: "Per me la rabbia è nata quando Sara ha cominciato
a fare quello che le pareva".
In questo caso la formazione della "Mente dei fratelli" deve essere
preceduta da una rielaborazione delle gelosie e dei rancori effettuata
prima in seduta con il terapista, poi a casa. Il segnale che ciò
è necessario è proprio la resistenza che i fratelli
mostrano ad affrontare i normali compiti di rilettura comune del
sistema familiare e delle proprie funzioni.
Sara: "Susanna non ha voluto che facessimo le riunioni per parlare
delle nostre paure e di come uscire insieme dalla famiglia. Io sono
veramente arrabbiata!"
Terapista: "Non avete capito bene: o uscite unendo le vostre forze,
oppure esce una sola, se l'altra è disposta a sacrificarsi".
Sara: "Allora esco io!"
Susanna: "Perchè, tu pensi che io sia disposta a sacrificarmi?
Io invece sono andata a lavorare per uscire. Siccome Sara da sola
non ce la fa, forse in due ce la possiamo fare".
Terapista: "Però, innanzi tutto dovreste fidarvi l'una dell'altra.
Fino ad ora la mamma ed il papà vi hanno sempre messe l'una
contro l'altra fomentando la vostra gelosia per evitare alleanze.
Se non vi mettete d'accordo potete solo restare dentro a turno,
o magari tutte e due. Se volete dimostrare di voler rompere questa
situazione di cui siete prigioniere, tornate a casa e riprendete
le riunioni. Questa volta, però, prima di parlare delle paure
e di accordarvi su come uscire, raccontatevi le rispettive gelosie.
Ma non quelle che conoscete già, quelle più segrete,
che non avete mai pensato di potervi dire!"
Nella seduta successiva le due sorelle riportano un risultato soddisfacente:
segue una breve stasi, poi inizia a formarsi il sottosistema fratelli
e si manifesta una differenziazione nei confronti dei genitori segnalata
da un periodo di liti.
Terminata questa fase di rielaborazione delle gelosie e dei rancori,
è possibile tentare la strutturazione della "Mente dei Fratelli"
e procedere come abbiamo descritto in precedenza.
La fiducia reciproca e l'instaurarsi di un legame di lealtà
e solidarietà sono, infatti, un presupposto indispensabile
per l'utilizzo della risorsa fratelli. Una volta stabilito questo
contesto collaborativo difficilmente esso viene meno, al contrario
esso tende ad autoalimentarsi.
La funzione del terapista , in questo caso, va un poco oltre quella
del semplice catalizzatore. E' infatti difficile pensare che due
sorelle cosi piene di diffidenza e rancori reciproci, possano superarli
solo perché invitate a farlo da un "saggio terapista". In
precedenza quest'ultimo deve essersi , naturalmente ,conquistata
una posizione con ambedue , cioè una relazione terapeutica
significativa. Solo in questo modo potrà fare da ponte fra
le due sorelle.
Non è qui il caso di entrare nel merito. La necessità
di costruire una relazione terapeutica significativa , sta infatti,
per noi alla base di ogni intervento . Le modalità per costruirla
esulano tuttavia dal presente lavoro, perché non specifiche
della terapia con i fratelli.
Un caso di Anoressia Mentale contemporanea in due sorelle gemelle
Recentemente si è presentata alla nostra osservazione la
inconsueta situazione di due sorelle gemelle anoressiche in contemporanea.
Il caso é ancora in trattamento , ma alcune caratteristiche
particolari mi stimolano ad inserirlo in questo lavoro.
Roberta e Mariella , gemelle monovulari, hanno 20 anni e sono entrambe
studentesse universitarie di due facoltà diverse. Vivono
in una città del centro Italia con i genitori e con il fratello
più grande Mario, anch'egli studente universitario .
Il padre è libero professionista, la madre insegnante .
Come avviene in molte famiglie con anoressica , il padre é
molto impegnato e sta molto tempo fuori casa, la madre invece si
occupa molto dei figli ed è piuttosto ansiosa .
La funzione del sintomo delle due pazienti sembra , appunto, quello
di riempire lo spazio vuoto della coppia, di cercare di unire i
due genitori nella ricerca di soluzioni per loro, e di restare a
disposizione della madre e del padre in caso di insuccesso.
La caratteristica interessante della famiglia è il modo
nel quale le due sorelle si sostengono a vicenda nell'anoressia.
Non è qui il caso di parlare di "turno" come nella situazione
della famiglia precedente.
Al contrario il problema pare essere sorto contemporaneamente e
sembra continuare allo stesso
modo in tutte e due le sorelle gemelle. La situazione di alta complementarietà
che troviamo spesso nelle gemelle normali , qui si accentua fino
a rinforzare il sintomo in una ritualità ossessiva a due.
Le sorelle gemelle normali spesso dividono fra di loro i compiti
di vario tipo , ottenendo non pochi vantaggi da questa complementarietà.
Ad esempio possono studiare sempre una materia per ciascuna e presentarsi
alle interrogazioni per tutte e due le sorelle., oppure una si occupa
delle relazioni sociali esterne ed una di quelle interne , etc.
Naturalmente questo causa anche svantaggi come quello di restare
"incompetenti" per l'area coperta dall'altra mentre si è
molto competenti per la propria.
In una specie di circolo vizioso, questo comporta , però
, la necessità sempre maggiore di stare unite e di non separarsi
per alcun motivo.
Si pensi che neppure il fatto che Mariella ha un fidanzato , mentre
Roberta non lo ha, riesce ora a separare le due ragazze più
di tanto.
Siamo di fronte a due sorelle ad altissimo accesso, che devono
quindi essere separate e differenziate.
Appunto questo obiettivo stiamo cercando di conseguire nella terapia
con il sottosistema dei fratelli.
L'inserimento di Mario , che pur essendo solo un anno più
grande, era fino ad ora , piuttosto distante dalle gemelle, molto
unite fra di loro, sembra già cambiare la situazione.
La modalità é sempre quella di costruire all'inizio
modalità pratiche di rapporto fra i fratelli. Segue un tentativo
di rilettura comune della situazione familiare e sopratutto del
sottosistema genitoriale.
In questo caso questo obiettivo appare più difficile da
raggiungere per la particolare unione delle due sorelle gemelle,
che , per esempio, a volte parlano completandosi le frasi a vicenda,
escludendo il fratello.
Sarà necessario sicuramente un lavoro ancora piuttosto lungo
per ottenere la differenziazione fra le due , ma già nelle
ultime sedute sono apparse le prime richieste verbali di differenziazione
e sono stati raccontati confortanti episodi di attività condotte
separatamente dalle due gemelle , magari con il supporto di Mario.
Naturalmente , in questo caso, contemporaneamente alla terapia
con il sottosistema dei fratelli , si svolge anche una terapia del
sottosistema genitoriale.
L'obiettivo di questo secondo setting è quello di unire
i genitori con prescrizioni e compiti che li allontanino dai figli.
Questi ultimi saranno costretti così a divenire più
autonomi e a dimostrare la loro capacità di "sopravvivenza".
La Terapia é giunta alla 10° seduta. Prevedibilmente
saranno necessarii ancora almeno altrettanti incontri. Tuttavia
possiamo già osservare una riduzione del sintomo.
La presenza di due gemelli monovulari in una famiglia può
modificare notevolmente l'equilibrio familiare per la grande vicinanza
fra i gemelli. Gli altri fratelli possono sentirsi esclusi e provare
sentimenti di gelosia e di rancore sempre più forti.
I genitori , a loro volta, possono essere in difficoltà
nel trattare anche i più semplici problemi, dato che si trovano
spesso di fronte ad una specie di sindacato dei fratelli.
L'insorgenza di un sintomo non fa che aggravare e rendere più
rigida questa situazione.
La rarità dei casi non ha ancora consentito la definizione
di un modello specifico di intervento nei gemelli.
CONCLUSIONI
IL lavoro psicoterapeutico con i fratelli è ancora in fase
di sperimentazione e ricerca clinica. Il numero dei casi seguito
con questa modalità è ancora basso , circa 30 su 800
famiglie trattate all'ITF di Firenze in 12 anni di clinica, anche
perchè le indicazioni per questo tipo di intervento sono
molto specifiche. Quindi è difficile trarre conclusioni definitive.
Nella tradizione della Terapia familiare il lavoro terapeutico
è prevalentemente focalizzato sul sottosistema genitoriale.
Tuttavia talvolta questo sottosistema non esiste oppure è
poco sensibile o niente affatto disponibile a collaborare con i
terapeuti; In questi casi è indispensabile avere altre risorse
a disposizione, dentro o fuori la famiglia nucleare.
Proprio da situazioni cliniche di questo tipo è nato l'
interesse per il sottosistema dei fratelli.
La "risorsa fratelli" , come abbiamo affermato all'inizio, sembra
particolarmente significativa per la qualità speciale che
esiste nella relazione fra membri della stessa famiglia e dello
stesso livello generazionale. Ognuno di essi, infatti, condivide
la storia familiare per quanto riguarda i fatti, le emozioni, i
sentimenti, attraverso una lettura ed una ricostruzione individuale,
a volte addirittura contrastante con quella degli altri. E' intuitivo
come tutto questo patrimonio possa essere utilizzato in un setting
terapeutico familiare nel quale le differenze sono una ricchezza
per la costruzione di letture alternative a quelle che la famiglia
porta in seduta. Infatti attraverso questa costruzione è
possibile rimettere in movimento il ciclo vitale della famiglia
stessa.
Ho osservato il funzionamento e le funzioni nella vita "normale"
della famiglia nel primo capitolo e ho proposto alcune particolari
modalità d' intervento nella patologia e nella clinica nel
terzo.
La ricerca continuerà ancora a lungo, tuttavia ci sembra
di poter già affermare che, da una parte, la risorsa fratelli
è sempre utile, e che, dall'altra, sembra provata l'efficacia
della terapia con i fratelli nel prevenire la migrazione del sintomo
da un fratello ad un altro, o l'insorgenza di altri sintomi.
In passato , infatti, era frequente vedere il miglioramento del
paziente nel corso della terapia, ma assistere anche alla sua sostituzione
da parte di un altro fratello , magari con un sintomo diverso.
E' evidente, inoltre, quanto possa essere importante ed utile per
il paziente designato costruire con i fratelli una nuova lettura
della realtà familiare.
Questo compito unisce strettamente i fratelli e permette loro l'esplorazione
di nuove modalità di rapporto , anche nei confronti dei genitori.
se é impossibile in alcune famiglie differenziarsi da soli
e lasciare funzioni vitali per l'equilibrio familiare, è
, invece, più facile permettersi questi obiettivi se ci si
sostiene a vicenda, invece di boicottarsi.
Inoltre un'unione tra fratelli é un investimento per il
futuro. Ci possono essere nuovi problemi e nuovi bisogni che richiederanno
l'intervento della "Mente dei fratelli". se questa struttura ha
funzionato in passato , i fratelli potranno riattivarla ogni volta
che ci sia bisogno.
Viene poi per tutti il momento in cui le nostre radici verticali
( genitori e nonni, zii, etc.) scompaiono del tutto.
Proprio in questa circostanza possiamo avvertire l'importanza di
aver creato "radici orizzontali" forti, ale quali ricorrere per
aiuto. Spesso l'aiuto consiste solo nella consapevolezza di appartenere
a qualcosa di solido e permanente.
Allo stato attuale sono emersi due rischi e controindicazioni nella
terapia : il primo pericolo è separare troppo precocemente
il sottosistema fratelli dall'intera famiglia, quando ancora non
è stato maturato l'atteggiamento di collaborazione tra i
fratelli stessi. In questo caso il segnale dell'errore è
dato dall'immediata ricomparsa del sintomo che si era attenuato
o era sparito. Il rimedio è tuttavia facile, perchè
abbiamo notato che riconvocando immediatamente l'intera famiglia,
con i genitori, il sintomo scompare di nuovo.
L'altra controindicazione si ha quando c'è una distanza
emotiva ormai eccessiva tra i fratelli ed il riavvicinamento è
difficile.
Un sottotipo di questo è dato dai fratelli adottivi. Se
questa distanza emotiva non può essere colmata rapidamente,
in una o due sedute, conviene tornare al sistema familiare completo,
pena la perdita della famiglia.
La ricerca in questo settore è molto interessante, è
però ostacolata dal fatto che sono sempre più numerose
le famiglie con figlio unico.
Questo sicuramente costituisce una risorsa in meno per il sistema
familiare, creando i presupposti per una prognosi meno favorevole
per il paziente designato. E' forse il caso di sottolineare che
l'aumento dei figli unici non causa solo la scomparsa del sottosistema
fratelli, ma anche, in prospettiva l'estinzione della figura degli
zii, dei cugini etc., cioè di risorse spesso significative
della famiglia estesa.
Una terapia di questo tipo può apparire più spostata
verso una modalità pedagogica e di sostegno. In realtà
l'intervento che abbiamo descritto è sopratutto costruttivista
e cognitivista e deve essere considerato come una fase di un processo
terapeutico più complesso ed articolato che può portare
in taluni casi ad un lavoro più profondo e mirato sull'individuo,
con un'ottica talvolta relazionale, talvolta analitica.
Nei tre casi portati come esempio, il primo è terminato
proprio in questo modo, mentre il secondo si è completato
nella fase dei fratelli, non essendo intervenuta la maturazione
di una richiesta individuale nelle due pazienti, il terzo è
ancora in trattamento..
Seconda stesura: Firenze,
BIBLIOGRAFIA
1) ALGER I.: Therapeutic use of viteotape playback, J. Nerv. Ment.
Dis., 148:430-36, 1969.
2) ALGER I.: Television image confrontation in Group Therapy, n
SAGER C.J., KAPLAN H. (Eds.), Progress in Group and Family Therapy,
New York, Brunner Mazel, 1972.
3) ALGER I.: Audio visual tecniques in Family Therapy, in BLOCH
D.A., Tecniques of Family Psychotherapy: a Primer, Grune and Stratton,
New York, 1973.
4) ANGELO C.: Audiovisivi e Didattica, Terapia Familiare Notizie,
6:5-7, 1987.
5)- ASCOLI M., "Fratelli: Funzione, relazione e crescita normale".,
Tesi di Laurea in Psicologia, Università di Roma, 1988.
6) BEAUJEAN J.: La video en therapie et en formation familiales
systemiques, in BLEANDONU G. La Video en Therapie, Paris, ESF, 121-132,
1986.
7) BLEANDONU G. La Video en Therapie, Paris, ESF, 1986.
8) BERGER M.M.: Videotape Tecniques in Psychiatric Training and
Tratment, New York, Brunner Mazel, 1978 (revised edition).
9) BODIN A.: Uso del videotape nella formazione di terapeuti della
famiglia, in WATZLAWICK P., WEAKLAND J.H. (a cura di), La Prospettiva
relazionale, Roma, Astrolabio, 132-146, 1978.
10)- BANK S.P., e KAHN M.D., "The Sibling Bond", Basic Books, New
York, 1982.
11)- BOSZORMENYJ-NAGY I., SPARK G.M.: "Invisible Loyalties", Harper
and Row Publishers Inc., New York, 1973 (Traduz. Ital. "Lealtà
Invisibili", Astrolabio, Roma 1988).
12)- BOWEN M., "Dalla famiglia all'individuo", Astrolabio, Roma,
1979.
13)- BOWLBY J., "Attaccamento e perdita" (1, Attaccamento), Hoghart
Press, London, 1969; Boringhieri, Torino 1972.
14) CARDINALI G.: L'uso degli audiovisivi: un impianto di videoregistrazione
in un'istituzione pubblica, Terapia Familiare Notizie, 2, 7, 1983.
15) de BERNART R.: L'uso degli audiovisivi: come acquistare un
impianto video, Terapia Familiare Notizie, 1,7, 1982.
16) de BERNART R.: La funzione del gruppo nella formazione del
terapista familiare, in DEVOTO A., ed., Tecniche di Gruppo, Milano,
F.Angeli, 1984.
17)- de BERNART R., "Anoressia Mentale: La Prospettiva Relazionale",
Bibliografia Famiglia, anno 1 n.2, Aprile-Giugno 1984, pp. 1-4 .
18) de BERNART R.: Audiovisivi in Terapia Familiare, in LUPOI S.,
DE FRANCISCI A., ANGIOLARI C. (a cura di), Le prospettive relazionali
nelle istituzioni e nei servizi territoriali, Milano, Masson Italia,
63-65, 1985.
19) de BERNART R.: Audiovisivi: due nuovi strumenti, Terapia Familiare
Notizie, 5, 23-24,1986.
19 Bis) de BERNART R.: L'immagine della famiglia, Terapia Familiare
Notizie, 6, 3-4,1987.
20)- de BERNART R., "L'Anoressia come aspetto comunicativo fra
fratelli", Atti del Convegno: "Disturbi del comportamento alimentare",
Modena, 21-25 Giugno 1989 .
21)- de BERNART R., DOBROWOLSKI C., GAGNARLI L., Seminario "L'Importanza
di essere fratelli" al Congresso Internazionale "Children and their
systems", Roma, 28 Settembre-1 Ottobre 1988, non pubblicato.
22) de BERNART R.: "Video et Therapie Familiale", Bulletin de Psycologie,
Tome XLIII, n.395, pp. 564-568.1990
23) de BERNART R.: "L'uso degli Audiovisivi nella Terapia Familiare",
Attraverso lo Specchio, Esperienze clinicge in Terapia Familiare",
n.26/28, anno 8, 1990, pp. 44-56.
24)- de BERNART R. "Le Risorse della Gelosia : Appartenenza e Separazione
nel Sottosistema Fratelli". Atti del V° Incontro degli Operatori
dei servizi Pubblici sull'applicazione delle Tecniche Relazionali
"Appartenenza e Separazione: Teoria , Psicoterapia" , Firenze, 2
Febbraio, 1992. Etruria Medica ,1, 1991, pp.99-105.
25)- de BERNART R., Introduzione e presentazione a : DUNN J. ,
PLOMIN R. "Il Significato delle differenze nell'esperienza dei fratelli
all'interno della famiglia". Terapia Familiare, 37, Novembre 1991,
pp.5-7.
26) de BERNART R, FERRARA M, PECCHIOLI S., "L'importanza di essere
fratelli". Terapia Familiare, 38, Marzo 1992, pp. 21-30.
27)- DUNN J., "Sorelle e Fratelli", Armando, Roma 1986 (1984).
28)- DUNN J. e KENDRICK C., ""Fratelli", Il Mulino, Bologna, 1987
(1982).
29)- DUNN J. , PLOMIN R., "Separate Lives. Why Siblings are so
different" . Basic Books, New York, 1990.
30)- DUNN J. , PLOMIN R., "Why are Siblings so different ? The
Significance of Differences in Sibling Experiences whithin the Family",
Family Process, Vol. 30, N.3, September 1991, pp. 271-283. Traduzione
Italiana :"Il Significato delle differenze nell'esperienza dei fratelli
all'interno della famiglia". Terapia Familiare, 37, Novembre 1991,
pp.5-7.
31) GLADFELTER J.: Films in Group and Family Therapy, New York,
Brunner Mazel, 1972.
32) GEOFFREY Y., ACCOLLA P., SCUTZENBERGER A.A.: Video, Formation
et Therapie, Bar le Duc, EPI, 1980.
33)- KAHN M., LEWIS K.G., (Edts.): "Siblings in Therapy", Norton
and Co. New York, London, 1988.
34) METCOFF J.: Introducing videotape to the family in the role
of a specialized member of the treatment system, J. of Marital and
Family Therapy, 6,2, 153-158, 1984.
35)- MINUCHIN S., "Famiglia e Terapia della Famiglia", Astrolabio,
Roma, 1976.
36) MONTELLA V.: L'uso degli audiovisivi: L'occhio del Terapista,
Terapia Familiare Notizie, 3,7, 1984.
37) MONTELLA V.: Video-penna e video-notes, Terapia Familiare Notizie,
6, 23-24, 1987.
38) PAUL N.L.: Cross confrontation, in GUERIN P.J., ed. Family
Therapy, Theory and practice, New York, Gardner Press, 1976.
39)- PECCHIOLI S., "L'importanza di essere fratelli", Tesi di Specializzazione
in Psichiatria, Università di Firenze, 1987, (su materiali
clinici di R. de Bernart).
40) RUBEN A.L.: The family Picture, The Journal of marriage and
Family Counseling, 4,3, 25-28, 1976.
41)- SAVIER L., "Des Soeurs, des Freres", Autrement, n.112, 1990.
42)- SCABINI E. "L'organizzazione Famiglia tra crisi e sviluppo",
Angeli, Milano, 1987.
43) SIGAL J.J. et al.: Videotaped simulated families as a tool
in family therapy outcome research, International Journal of Family
Therapy, 4,3, 236-242, 1980.
44) SPALLONE G.: Un'analisi microsociale secondo la teoria dei
sistemi: l'ospedale, l'ammissione, il sintomo, Bollettino di Psicologia
Applicata, 155-156, 141-150, 1980.
45) TAUSIG J.N., SCHAEFFER S.: Self-image experience by immediate
television feedback: a preliminary report, Unpublisched, quoted
by ALGER I., Audio visual tecniques in Family Therapy, op.cit.
46)- TOMAN W., "Family Constellations", Springer, New York, 1976;
"Constellations fraternelles et structures familiares", ESF, Paris,
1987.
47)- VALENTE TORRE L. (a cura di), "I Gemelli", Nuova Italia Edit.
Firenze, 1989.
48) WHIFFEN R.S.: The use of videotape in supervision, in WHIFFEN
R.S., BYNG-HALL J. (eds), Family Therapy Supervision: recent developments
in practice, London, New York, Grune and Stratton, 1982.
VIDEOGRAFIA
1) R. de Bernart, D. Giommi , "L'immagine della famiglia normale",
Firenze , ITFF, 1987. Montaggio di foto, video, e film. Utilizzato
in più di 50 Corsi CIOR e di altro livello.
2) R. de Bernart, C. Dobrowolski; " Individuo e Famiglia nella
Coppia", Firenze , ITFF, 1987. Montaggio di film e brani video di
terapie.
Mostrato al Congresso "La coppia in Crisi" Roma, SITF e ITF, 1987.
3) R. de Bernart , C. Dobrowolski , L. Gagnarli , "L'importanza
di essere fratelli", Firenze , 1988 . Montaggio di Film e Brani
video di terapie. Presentato al Convegno "Il Bambino e i suoi sistemi".
Roma 1988,ed in molte altre occasioni.
4) R. de Bernart , "Fratelli" , Firenze, ITFF, 1988, Montaggio
di film e brani video. Mostrato al seminario "L'Importanza di essere
fratelli" ,Firenze, ITFF, 1988, ed in molte altre occasioni.
5) R. de Bernart " L'immagine del terapista in formazione", Firenze
, ITFF ,1991 . Montaggio di Video di terapia e brani di Film. Mostrato
al 2° Convegno della SIRTS "La Relazione Terapeutica fra Emozioni
e Riflessività " , Milano 1991.
6) R. de Bernart , C. Dobrowolski , K.Giacometti L. Gagnarli, F.Vanon
" La famiglia del Terapista Familiare" (1 e 2) , Firenze, ITFF ,
1991. Seminario Video della SITF.
7) R. de Bernart, " L'immagine dell'adolescente", Firenze, ITFF,1992,
Montaggio di film e brani video di sedute con la famiglia. Mostrato
al Congresso Nazionale della SIPPR , Rimini, 1992.
|