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La Libreria propone sul tema

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Steps to an Ecology of Mind
by Gregory Bateson

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Per

STORIE DI ADOLESCENTI :

l'adolescenza nella famiglia normale

di

Rodolfo de Bernart

Medico, Psichiatra,

Direttore dell'Istituto di Terapia Familiare di Firenze

 

 

Nella mente dei terapisti familiari, come d'altronde in quella della maggioranza delle persone , sono presenti alcuni luoghi comuni e visioni parziali rispetto all'adolescenza. Ed allora studiare la normalità penso ci possa aiutare ad avere punti di riferimento più precisi; anche se la normalità - il concetto di famiglia normale - è stato ed è un concetto molto criticato almeno da una parte dei terapisti familiari . Non si dovrebbe parlare di normalità - si osserva - perché la normalità non si può definire o si può definire solo per negazione, come assenza di patologia.

Credo , tuttavia, che dobbiamo avere punti di riferimento più precisi per affrontare la clinica dotati di una mappa che almeno si avvicini al territorio esplorato. A mio avviso, infatti, rifiutare di darsi riferimenti attraverso la normalità, significa essere altrettanto rigidi che darsi concetti troppo stretti di normalità. Perché poi, comunque, dentro di noi una visione della normalità ce l'abbiamo e l'adoperiamo quando lavoriamo con i nostri pazienti. Se non abbiamo una visione un pò più ampia della normalità faremo riferimento inevitabilmente alla nostra famiglia di origine, in un senso o nell'altro, cioè in positivo considerando il suo modello culturale come positivo o, piuttosto in negativo specialmente se siamo terapisti familiari. Perché, insomma fra di noi possiamo forse confessarcelo, siamo sempre stati abbastanza critici rispetto alle nostre famiglie e forse non a caso abbiamo fatto i terapisti familiari.

Però ampliare il concetto di normalità non è cosa tanto facile, perché non c'è, per esempio, molta letteratura. Ci sono naturalmente alcuni contributi di tipo sociologico o di tipo etologico, ma non c'è molto nell'orientamento relazionale od anche psicodinamico. C'è un bel libro americano della Walsh, tradotto in italiano, un libro della Scabini, che sicuramente è una pietra miliare rispetto al concetto di normalità ed una raccolta di lezioni universitarie di Andolfi, ed in campo psicodinamico forse potremmo citare la Vegetti Finzi.

Certo il problema del definire la normalità ci porta alla questione dell'oggettività, ed é noto quanti di noi siano oggi più portati a preferire la soggettività, a definire addirittura un'impossibilità dell'oggettività. Ma se vogliamo avere una possibilità di entrare più in profondo nelle dinamiche familiari, di andare oltre quello che si vede, oltre la superficie, se vogliamo avere un concetto di evolutività normale, per esempio, dobbiamo lavorare ancora molto su questi aspetti. Anche perché ci sono elementi di normalità che noi possiamo applicare nel nostro lavoro clinico. Faccio un esempio per tutti: uno dei tanti luoghi comuni , forse abbastanza vero, è che l'adolescente quando comincia a staccarsi dalla cultura familiare comincia ad appoggiarsi ad altre strutture, una delle quali è il gruppo dei pari, dei coetanei. Siamo tutti abituti a vedere i gruppi di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo, con le stesse scarpe, gli stessi giubbotti, con lo stesso linguaggio. Questa osservazione è di dominio comune, ma è molto meno diffuso, al contrario, che si pensi ad una terapia gruppale degli adolescenti. Noi terapisti familiari continuamo a proporre per i problemi dell'adolescenza una terapia familiare e a volte insieme, a volte separata, una terapia individuale; pochissimi autori iniziano oggi a parlare di una possibilità di terapia gruppale associata alla terapia familiare. Ma se pensiamo che la maniera naturale di cominciare a pensare di poter uscire dalla propria famiglia è quella di criticare la propria cultura familiare e di crearne un'altra, che non può essere ancora individuale, ma deve essere più spesso gruppale, ed è questa una possibile mediazione verso la formazione di una cultura individuale, allora perché non pensare che anche la mediazione terapeutica per l'uscita da una situazione problematica familiare non sia, dopo la terapia familiare , una terapia di gruppo, piuttosto che una terapia individuale ? Alcuni autori ne hanno parlato in questo convegno: Luigi Baldascini e Maria Grazia Cancrini. Chi scrive ne ha proposto l'uso nel trattamento del bordeline in un capitolo di un manuale di Terapia Relazionale recentemente pubblicato. Ma questo tipo di intervento combinato Familiare - Gruppale non è stato sperimentato in modo soddisfacente. Forse siamo troppo abituati a lavorare con i nostri strumenti che sono quell'individuale e quello familiare e diventa faticoso sperimentare qualcosa altro, o forse siamo anche noi soggetti all'idea comune che l'adolescenza sia l'età dello svincolo e riteniamo che sia più congrua una proposta individuale per rendere più facile un'identificazione ed una differenziazione.

Purtroppo quello dello "svincolo adolescenziale" è un altro luogo comune. Pe me l'idea che l'adolescente debba "svincolarsi" è un'idea totalmente sbagliata. Non penso che non se ne debba andare da casa, penso solo che stia facendo le prove; che in una situazione di normalità l'adolescente cerca di fare cose non solo diverse ma addirittura opposte a quelle della sua cultura familiare , e ,attraverso queste prove trova nel tempo il modo più naturale per una crescita .E' necessario insomma che sperimenti l'opposto della sua cultura familiare per approdare a qualcosa di diverso, ad una mediazione fra quello che ha provato e quello che la sua famiglia difendeva. Ma l'idea che debba svincolarsi è un'idea legata a culture anglosassoni che, in fondo sono distanti dalla nostra visione mediterranea matriarcale. Forse più che in altri paesi europei questo ha fatto si che lo svincolo reale dell'adolescente dalla famiglia di origine avvenga in Italia molto più in là nel tempo;e mi riferisco qui anche allo svincolo pratico, all'uscita di casa, alla possibilità di essere indipendente, di avere una casa. Sappiamo tutti più o meno quali sono i problemi sociali oggi, la difficoltà per i giovani a trovare una collocazione lavorativa ed a procurarsi un'abitazione propria. In altri paesi si esce di casa molto presto: in America , nel Nord Europa, per esempio, si va via di casa intorno ai 18 anni. Anche in queste culture comunque parlare di svincolo è prematuro, Williamson alcuni anni fa ha scritto un bellissimo articolo in cui diceva che il reale svincolo dalla famiglia è fra i 30 e 40 anni, non certo nell'adolescenza. Ma allora questo significa almeno due cose. Che noi non dobbiamo forzare questo svincolo come terapisti, dobbiamo capire bene come esso avviene nella normalità per poterlo riprodurre anche nella clinica. E il secondo punto è che non sempre si esce individualmente dalla propria famiglia. Un altro luogo comune è che uscire dalla propria famiglia significa individuarsi da soli ; non è detto che sia così. Se la crescita si completa fra i 30 e 40 anni dobbiamo considerare che l'individuazione spesso avviene quando l'individuo ha già formato una coppia. Può essere allora che egli trovi un partner con cui riesce a fare questa individuazione, che lo aiuta a fare questa separazione dalla famiglia e questa sua crescita, può darsi invece che non lo trovi, ma anche questo mette in questione la logica individuale che forse sta nella mente e nella cultura dei terapisti, ma non in quelle delle persone.

Mi sembra inoltre importante sottolineare che l'adolescenza è caratterizzata soprattutto dalla grande modificazione corporea che incide sulla psiche non meno di tante altre cose che succedono contemporaneamente. Noi abbiamo sempre una tendenza ad avere una visione psicosomatica e molto poco somatopsichica. Penso invece che sia abbastanza importante tenere presente anche il punto di vista somatopsichico, cioè , in questo caso, quanto la nostra psiche può essere modificata dalla nostra immagine corporea. Nella normalità gli adolescenti devono confrontarsi con la trasformazione corporea legata alla "tempesta ormonica" che li colpisce. Questo comporta naturalmente una capacità di accettazione di Se' nella trasformazione e una disposizione a sostenere i nuovi confronti con il proprio e con l'altro sesso tipici di questa età. Tipicamente il sintomo nell'adolescenza può essere espresso attraverso il corpo, attraverso gravi modificazioni , che spesso vengono scotomizzate . Non sono solo i pazienti adolescenti a scotomizzarle , ma anche i familiari. Tanto che il primo compito dei terpisti è , a mio avviso, quello di confrontare decisamente questi aspetti corporei e questa lettura distorta della realtà . Questo per un semplice motivo: che nessuno lo fa in famiglia . In questo tipo di famiglie tutti tacciono , ed il terapista può prendersi uno spazio solo se si confronta decisamente con questa situazione immediatamente e cioé nei primi minuti della seduta, pena la perdita della relazione terapeutica. A questa prima fase deve , naturalmente, seguire una seconda fase in cui si passa oltre questo aspetto superficiale e si agganciano i veri bisogni che sono espressi da questa distorsione corporea e mentale. E la terza fase , dopo la lettura relazionale di queste difficoltà, è lavorare anche con i genitori, perché possano prendere atto di questa situazione e modifichino il loro comportamento. Solo se riusciamo a passare queste tre fasi è possibile iniziare un processo terapeutico che poi certamente ha altre articolazioni, fra le quali anche un lavoro individuale o di gruppo , con questi pazienti. La cosa peggiore per questi adolescenti è sentire che, nonostante urlino così forte con i loro corpo, nessuno li sente, o , peggio, tutti fanno finta di non sentirli, per cui devono urlare ancora più forte. I terpeuti dovranno perciò andare oltre, ma il primo segnale è comunicare: "ti abbiamo sentito", "ti possiamo rispondere". Solo quando il paziente ha capito e si è affidato perché finalmente qualcuno gli ha risposto, possiamo entrare in questo significato più profondo, più difficile anche da comprendere.

Studiare la normalità è allora andare a rivedere questi luoghi comuni ed altri ancora che qui non ho lo spazio di trattare, e vedere quanti sono ancora veri; ma sopratutto quanti sono utilizzabili e quanti ci hanno invece limitato o indirizzato verso strade errate nella nostra attività clinica.

Vorrei solo aggiungere che per il nostro lavoro seguiremo un'indicazione di Bateson. Bateson diceva, quando dobbiamo parlare ai medici è meglio parlare di biologia o di botanica, e così agli psicoterapisti è bene parlare di etologia, penso che capiremo molte più cose. Vorrei poi sottolineare l'importanza dell'immagine. Lavorare sulla normalità è molto più facile se utilizziamo come strumento l'immagine. L'obiettivo che noi abbiamo è infatti allargare il concetto di normalità del terapista, renderlo più complesso. Le immagini ci aiutano in tanti modi. Un modo è quello dello studio di fotografie familiari, che io utilizzo da tempo nei corsi introduttivi all'Ottica Relazionale. Un altro modo è quello di utilizzare film per poter cambiare anche i contesti culturali, e , passando per altre culture, costruire nell'allievo un'immagine più complessa e più complessiva della normalità. Questa non è una cosa di poco conto, oggi che dobbiamo confrontarci con una famiglia che non è più tanto normale, come continuiamo ad immaginarcela. Si pensi che soltanto l'8% delle famiglie americane sono composte da padre, madre ed un figlio biologico che convivono insieme, senza altri conviventi : cioé quello che una volta si considerava la famiglia normale . La maggioranza delle altre famiglie segue altri modelli: nuclei di figli che vivono con un solo genitore, altri che vivono con i nonni, altri che hanno "ricostruito famiglie con nuovi partner etc. Ma noi terapisti continuiamo ad avere in testa come modello "normale " il nucleo tipo : padre , madre, bambino.

Intanto l' adolescenza si prolunga sempre di più, fino al punto che oggi dobbiamo dare un nome nuovo ad una nuova fase postadolescenziale quella del giovane adulto, in cui forse i figli ancora non si fanno o se si fanno, si fanno nella famiglia estesa, e sono figli dei nonni, e chissà che cosa significa questo in una situazione in cui ci sono sempre meno nascite e la popolazione è sempre più condensata e più ristretta in uno spazio minore. In un seminario è stato affermato che Bettelheim sosteneva che l'adolescenza non esiste, che è una creazione della nostra epoca. Credo che non sia vero. L'adolescenza esiste anche nelle specie non umane e sicuramente è esistita sempre. Esiste anche in altre culture, lontane dalla nostra, lontane millenni dalla nostra anche se sono contemporanee a noi, in altri posti nel mondo, dovunque esistano i riti di passaggio dell'adolescenza.

. Innanzitutto ci sono delle prove, di tipo sociologico ed etologico, per esempio in molte tribù certamente vivono come noi vivevamo per lo meno duemila anni fa ci sono ancora dei riti di passaggio nell'adolescenza che suppongo esistessero anche duemila anni fa. Ad esempio in una tribù di cui non ricordo il nome, per diventare uomini, cioè per fare il rito di passaggio dell'adolescenza il padre deve riconoscere di chiamarsi padre di....; ed in questa funzione, cioè da quel momento non ha più nome quella persona ma si chiama padre di..., perché la sua prole diventa figlio di...Ma un uomo che diventa padre di.. diventa adulto. Sono riti di passaggio che riguardano tutta la famiglia e tutta la tribù.

Un altro luogo comune,che vorrei affrontare è che l'adolescenza riguarda solo gli adolescenti. L'adolescenza , al contrario,è un rito di passaggio che riguarda tutta la famiglia, proprio perché mentre cambiano i figli, stanno cambiando anche i genitori. Di solito l'adolescenza arriva in una fase della vita dei genitori in cui il corpo decade, gli interessi cambiano, gli spazi si restringono per certi aspetti e si allargano per certi altri. Molto cambia anche nella loro vita. Noi terapisti familiari non dovremmo dimenticarlo quando studiamo la normalità della famiglia, anche perché questo è forse il motivo più importante per scegliere una terapia familiare anziché un'individuale per i problemi dell'adolescente.

 

Firenze Ottobre 1993.

 

BIBLIOGRAFIA

 

M.Andolfi et. al. "La Famiglia Trigenerazionale" , Bulzoni Roma, 1988.

 

R. de Bernart, "L'Immagine della Famiglia", TERAPIA FAMILIARE NOTIZIE n. 6, 1987, pp. 3/4.

 

R. de Bernart,- "la Famiglia del Borderline" in : Malagoli Togliatti M. ,Telfner U. (a cura di) "DALL'INDIVIDUO AL SISTEMA, Manuale di Psicopatologia relazionale", Bollati Boringhieri ,1991, pp. 277/285.

 

R. de Bernart, "L'Uso degli Audiovisivi nella Formazione Relazionale", atti del PRIMO INCONTRO-RASSEGNA SULL'USO DEGLI AUDIOVISIVI IN PSICHIATRIA, Ed. Maxmaur, Bagni di Lucca 1991, pp. 95/104.

 

R. de Bernart,- "L'Uso Degli Audiovisivi Nella Terapia Familiare", ATTRAVERSO LO SPECCHIO n. 29, anno 9-1991, pp. 44/56.

 

E. Scabini (1985), L'organizzazione famiglia tra crisi e sviluppo.Angeli ,Milano.

 

F.Walsh (1986), Stili di Funzionamento Familiare ,Angeli , Milano.

 

S.Vegetti Finzi "Il Romanzo della Famiglia" , Mondadori, Milano, 1992.

 



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