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Per
STORIE DI ADOLESCENTI :
l'adolescenza nella famiglia normale
di
Rodolfo de Bernart
Medico, Psichiatra,
Direttore dell'Istituto di Terapia Familiare di
Firenze
Nella mente dei terapisti familiari, come d'altronde in quella
della maggioranza delle persone , sono presenti alcuni luoghi comuni
e visioni parziali rispetto all'adolescenza. Ed allora studiare
la normalità penso ci possa aiutare ad avere punti di riferimento
più precisi; anche se la normalità - il concetto di
famiglia normale - è stato ed è un concetto molto
criticato almeno da una parte dei terapisti familiari . Non si dovrebbe
parlare di normalità - si osserva - perché la normalità
non si può definire o si può definire solo per negazione,
come assenza di patologia.
Credo , tuttavia, che dobbiamo avere punti di riferimento più
precisi per affrontare la clinica dotati di una mappa che almeno
si avvicini al territorio esplorato. A mio avviso, infatti, rifiutare
di darsi riferimenti attraverso la normalità, significa essere
altrettanto rigidi che darsi concetti troppo stretti di normalità.
Perché poi, comunque, dentro di noi una visione della normalità
ce l'abbiamo e l'adoperiamo quando lavoriamo con i nostri pazienti.
Se non abbiamo una visione un pò più ampia della normalità
faremo riferimento inevitabilmente alla nostra famiglia di origine,
in un senso o nell'altro, cioè in positivo considerando il
suo modello culturale come positivo o, piuttosto in negativo specialmente
se siamo terapisti familiari. Perché, insomma fra di noi
possiamo forse confessarcelo, siamo sempre stati abbastanza critici
rispetto alle nostre famiglie e forse non a caso abbiamo fatto i
terapisti familiari.
Però ampliare il concetto di normalità non è
cosa tanto facile, perché non c'è, per esempio, molta
letteratura. Ci sono naturalmente alcuni contributi di tipo sociologico
o di tipo etologico, ma non c'è molto nell'orientamento relazionale
od anche psicodinamico. C'è un bel libro americano della
Walsh, tradotto in italiano, un libro della Scabini, che sicuramente
è una pietra miliare rispetto al concetto di normalità
ed una raccolta di lezioni universitarie di Andolfi, ed in campo
psicodinamico forse potremmo citare la Vegetti Finzi.
Certo il problema del definire la normalità ci porta alla
questione dell'oggettività, ed é noto quanti di noi
siano oggi più portati a preferire la soggettività,
a definire addirittura un'impossibilità dell'oggettività.
Ma se vogliamo avere una possibilità di entrare più
in profondo nelle dinamiche familiari, di andare oltre quello che
si vede, oltre la superficie, se vogliamo avere un concetto di evolutività
normale, per esempio, dobbiamo lavorare ancora molto su questi aspetti.
Anche perché ci sono elementi di normalità che noi
possiamo applicare nel nostro lavoro clinico. Faccio un esempio
per tutti: uno dei tanti luoghi comuni , forse abbastanza vero,
è che l'adolescente quando comincia a staccarsi dalla cultura
familiare comincia ad appoggiarsi ad altre strutture, una delle
quali è il gruppo dei pari, dei coetanei. Siamo tutti abituti
a vedere i gruppi di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo,
con le stesse scarpe, gli stessi giubbotti, con lo stesso linguaggio.
Questa osservazione è di dominio comune, ma è molto
meno diffuso, al contrario, che si pensi ad una terapia gruppale
degli adolescenti. Noi terapisti familiari continuamo a proporre
per i problemi dell'adolescenza una terapia familiare e a volte
insieme, a volte separata, una terapia individuale; pochissimi autori
iniziano oggi a parlare di una possibilità di terapia gruppale
associata alla terapia familiare. Ma se pensiamo che la maniera
naturale di cominciare a pensare di poter uscire dalla propria famiglia
è quella di criticare la propria cultura familiare e di crearne
un'altra, che non può essere ancora individuale, ma deve
essere più spesso gruppale, ed è questa una possibile
mediazione verso la formazione di una cultura individuale, allora
perché non pensare che anche la mediazione terapeutica per
l'uscita da una situazione problematica familiare non sia, dopo
la terapia familiare , una terapia di gruppo, piuttosto che una
terapia individuale ? Alcuni autori ne hanno parlato in questo convegno:
Luigi Baldascini e Maria Grazia Cancrini. Chi scrive ne ha proposto
l'uso nel trattamento del bordeline in un capitolo di un manuale
di Terapia Relazionale recentemente pubblicato. Ma questo tipo di
intervento combinato Familiare - Gruppale non è stato sperimentato
in modo soddisfacente. Forse siamo troppo abituati a lavorare con
i nostri strumenti che sono quell'individuale e quello familiare
e diventa faticoso sperimentare qualcosa altro, o forse siamo anche
noi soggetti all'idea comune che l'adolescenza sia l'età
dello svincolo e riteniamo che sia più congrua una proposta
individuale per rendere più facile un'identificazione ed
una differenziazione.
Purtroppo quello dello "svincolo adolescenziale" è un altro
luogo comune. Pe me l'idea che l'adolescente debba "svincolarsi"
è un'idea totalmente sbagliata. Non penso che non se ne debba
andare da casa, penso solo che stia facendo le prove; che in una
situazione di normalità l'adolescente cerca di fare cose
non solo diverse ma addirittura opposte a quelle della sua cultura
familiare , e ,attraverso queste prove trova nel tempo il modo più
naturale per una crescita .E' necessario insomma che sperimenti
l'opposto della sua cultura familiare per approdare a qualcosa di
diverso, ad una mediazione fra quello che ha provato e quello che
la sua famiglia difendeva. Ma l'idea che debba svincolarsi è
un'idea legata a culture anglosassoni che, in fondo sono distanti
dalla nostra visione mediterranea matriarcale. Forse più
che in altri paesi europei questo ha fatto si che lo svincolo reale
dell'adolescente dalla famiglia di origine avvenga in Italia molto
più in là nel tempo;e mi riferisco qui anche allo
svincolo pratico, all'uscita di casa, alla possibilità di
essere indipendente, di avere una casa. Sappiamo tutti più
o meno quali sono i problemi sociali oggi, la difficoltà
per i giovani a trovare una collocazione lavorativa ed a procurarsi
un'abitazione propria. In altri paesi si esce di casa molto presto:
in America , nel Nord Europa, per esempio, si va via di casa intorno
ai 18 anni. Anche in queste culture comunque parlare di svincolo
è prematuro, Williamson alcuni anni fa ha scritto un bellissimo
articolo in cui diceva che il reale svincolo dalla famiglia è
fra i 30 e 40 anni, non certo nell'adolescenza. Ma allora questo
significa almeno due cose. Che noi non dobbiamo forzare questo svincolo
come terapisti, dobbiamo capire bene come esso avviene nella normalità
per poterlo riprodurre anche nella clinica. E il secondo punto è
che non sempre si esce individualmente dalla propria famiglia. Un
altro luogo comune è che uscire dalla propria famiglia significa
individuarsi da soli ; non è detto che sia così. Se
la crescita si completa fra i 30 e 40 anni dobbiamo considerare
che l'individuazione spesso avviene quando l'individuo ha già
formato una coppia. Può essere allora che egli trovi un partner
con cui riesce a fare questa individuazione, che lo aiuta a fare
questa separazione dalla famiglia e questa sua crescita, può
darsi invece che non lo trovi, ma anche questo mette in questione
la logica individuale che forse sta nella mente e nella cultura
dei terapisti, ma non in quelle delle persone.
Mi sembra inoltre importante sottolineare che l'adolescenza è
caratterizzata soprattutto dalla grande modificazione corporea che
incide sulla psiche non meno di tante altre cose che succedono contemporaneamente.
Noi abbiamo sempre una tendenza ad avere una visione psicosomatica
e molto poco somatopsichica. Penso invece che sia abbastanza importante
tenere presente anche il punto di vista somatopsichico, cioè
, in questo caso, quanto la nostra psiche può essere modificata
dalla nostra immagine corporea. Nella normalità gli adolescenti
devono confrontarsi con la trasformazione corporea legata alla "tempesta
ormonica" che li colpisce. Questo comporta naturalmente una capacità
di accettazione di Se' nella trasformazione e una disposizione a
sostenere i nuovi confronti con il proprio e con l'altro sesso tipici
di questa età. Tipicamente il sintomo nell'adolescenza può
essere espresso attraverso il corpo, attraverso gravi modificazioni
, che spesso vengono scotomizzate . Non sono solo i pazienti adolescenti
a scotomizzarle , ma anche i familiari. Tanto che il primo compito
dei terpisti è , a mio avviso, quello di confrontare decisamente
questi aspetti corporei e questa lettura distorta della realtà
. Questo per un semplice motivo: che nessuno lo fa in famiglia .
In questo tipo di famiglie tutti tacciono , ed il terapista può
prendersi uno spazio solo se si confronta decisamente con questa
situazione immediatamente e cioé nei primi minuti della seduta,
pena la perdita della relazione terapeutica. A questa prima fase
deve , naturalmente, seguire una seconda fase in cui si passa oltre
questo aspetto superficiale e si agganciano i veri bisogni che sono
espressi da questa distorsione corporea e mentale. E la terza fase
, dopo la lettura relazionale di queste difficoltà, è
lavorare anche con i genitori, perché possano prendere atto
di questa situazione e modifichino il loro comportamento. Solo se
riusciamo a passare queste tre fasi è possibile iniziare
un processo terapeutico che poi certamente ha altre articolazioni,
fra le quali anche un lavoro individuale o di gruppo , con questi
pazienti. La cosa peggiore per questi adolescenti è sentire
che, nonostante urlino così forte con i loro corpo, nessuno
li sente, o , peggio, tutti fanno finta di non sentirli, per cui
devono urlare ancora più forte. I terpeuti dovranno perciò
andare oltre, ma il primo segnale è comunicare: "ti abbiamo
sentito", "ti possiamo rispondere". Solo quando il paziente ha capito
e si è affidato perché finalmente qualcuno gli ha
risposto, possiamo entrare in questo significato più profondo,
più difficile anche da comprendere.
Studiare la normalità è allora andare a rivedere
questi luoghi comuni ed altri ancora che qui non ho lo spazio di
trattare, e vedere quanti sono ancora veri; ma sopratutto quanti
sono utilizzabili e quanti ci hanno invece limitato o indirizzato
verso strade errate nella nostra attività clinica.
Vorrei solo aggiungere che per il nostro lavoro seguiremo un'indicazione
di Bateson. Bateson diceva, quando dobbiamo parlare ai medici è
meglio parlare di biologia o di botanica, e così agli psicoterapisti
è bene parlare di etologia, penso che capiremo molte più
cose. Vorrei poi sottolineare l'importanza dell'immagine. Lavorare
sulla normalità è molto più facile se utilizziamo
come strumento l'immagine. L'obiettivo che noi abbiamo è
infatti allargare il concetto di normalità del terapista,
renderlo più complesso. Le immagini ci aiutano in tanti modi.
Un modo è quello dello studio di fotografie familiari, che
io utilizzo da tempo nei corsi introduttivi all'Ottica Relazionale.
Un altro modo è quello di utilizzare film per poter cambiare
anche i contesti culturali, e , passando per altre culture, costruire
nell'allievo un'immagine più complessa e più complessiva
della normalità. Questa non è una cosa di poco conto,
oggi che dobbiamo confrontarci con una famiglia che non è
più tanto normale, come continuiamo ad immaginarcela. Si
pensi che soltanto l'8% delle famiglie americane sono composte da
padre, madre ed un figlio biologico che convivono insieme, senza
altri conviventi : cioé quello che una volta si considerava
la famiglia normale . La maggioranza delle altre famiglie segue
altri modelli: nuclei di figli che vivono con un solo genitore,
altri che vivono con i nonni, altri che hanno "ricostruito famiglie
con nuovi partner etc. Ma noi terapisti continuiamo ad avere in
testa come modello "normale " il nucleo tipo : padre , madre, bambino.
Intanto l' adolescenza si prolunga sempre di più, fino al
punto che oggi dobbiamo dare un nome nuovo ad una nuova fase postadolescenziale
quella del giovane adulto, in cui forse i figli ancora non si fanno
o se si fanno, si fanno nella famiglia estesa, e sono figli dei
nonni, e chissà che cosa significa questo in una situazione
in cui ci sono sempre meno nascite e la popolazione è sempre
più condensata e più ristretta in uno spazio minore.
In un seminario è stato affermato che Bettelheim sosteneva
che l'adolescenza non esiste, che è una creazione della nostra
epoca. Credo che non sia vero. L'adolescenza esiste anche nelle
specie non umane e sicuramente è esistita sempre. Esiste
anche in altre culture, lontane dalla nostra, lontane millenni dalla
nostra anche se sono contemporanee a noi, in altri posti nel mondo,
dovunque esistano i riti di passaggio dell'adolescenza.
. Innanzitutto ci sono delle prove, di tipo sociologico ed etologico,
per esempio in molte tribù certamente vivono come noi vivevamo
per lo meno duemila anni fa ci sono ancora dei riti di passaggio
nell'adolescenza che suppongo esistessero anche duemila anni fa.
Ad esempio in una tribù di cui non ricordo il nome, per diventare
uomini, cioè per fare il rito di passaggio dell'adolescenza
il padre deve riconoscere di chiamarsi padre di....; ed in questa
funzione, cioè da quel momento non ha più nome quella
persona ma si chiama padre di..., perché la sua prole diventa
figlio di...Ma un uomo che diventa padre di.. diventa adulto. Sono
riti di passaggio che riguardano tutta la famiglia e tutta la tribù.
Un altro luogo comune,che vorrei affrontare è che l'adolescenza
riguarda solo gli adolescenti. L'adolescenza , al contrario,è
un rito di passaggio che riguarda tutta la famiglia, proprio perché
mentre cambiano i figli, stanno cambiando anche i genitori. Di solito
l'adolescenza arriva in una fase della vita dei genitori in cui
il corpo decade, gli interessi cambiano, gli spazi si restringono
per certi aspetti e si allargano per certi altri. Molto cambia anche
nella loro vita. Noi terapisti familiari non dovremmo dimenticarlo
quando studiamo la normalità della famiglia, anche perché
questo è forse il motivo più importante per scegliere
una terapia familiare anziché un'individuale per i problemi
dell'adolescente.
Firenze Ottobre 1993.
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S.Vegetti Finzi "Il Romanzo della Famiglia" , Mondadori, Milano,
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