Lavori scientifici ITFF

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La Libreria propone sul tema

Adolescents After Divorce
by Christy M. Buchanan, Eleanor E. Maccoby (Contributor), Sanford M. Dornbusch (Contributor)

Adolescents After Divorce follows children from 1,100 divorcing families to discover how they are faring. Focusing on a period beginning four years after the divorce, the authors have the articulate, often insightful help of their subjects in exploring the altered conditions of their lives. A gold mine of information on a topic that touches so many Americans, this study will be crucial for researchers, counselors, lawyers, judges, and parents.

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Family Therapy: A Systemic Integration
di Dorothy Stroh Becvar, Raphael J. Becvar

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Family Therapy Sourcebook
by Fred P. Piercy, Douglas H. Sprenkle, Joseph L. Wetchler

A compact introductory text for practitioners, researchers, teachers, and students. Includes core concepts and clinical techniques; a glossary of essential terms and ideas; an annotated bibliography; a consumer's guide to the best teaching media; and classic and state-of- the-art information on foundational issues related to theory, research, and practice. The authors also present experiential learning exercises for educators, delineate key concepts, and clarify complex issues.

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21 Divorcees!
by Al Tarvin, Neil F. Pape (Introduction), Mary Lowe-Evans (Introduction)

Twenty-one women tell their true stories of sexual and physcial abuse in their marriages. How does the sexually abused woman get out of these marriages? These 21 Divrocees found the courage and support to rid themselves of the sexual and physcial abuse they had endured for such a long time. These are true stories of women of all types, rich, poor and horrible family relationships. They learned their lessons the hard way, but lived to tell about it - not like the O. J. Simpson women.

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Steps to an Ecology of Mind
by Gregory Bateson

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La crisi della coppia
a cura di Maurizio Andolfi

(Dalla Prefazione) Il titolo La crisi della coppia e' frutto di una riflessione assai approfondita di studiosi e terapeuti della famiglia su un problema sempre piu' drammatico dal punto di vista sociale e familiare, quello della crescente fragilita' del sistema-coppia che sembra in profonda crisi in quanto istituzione. La crisi della coppia e' un libro rivolto a coloro che operano a diversi livelli con le coppie sia per cio' che concerne i loro processi di sviluppo normale, sia situazioni di difficolta'; psicologi, sociologi, educatori, assistenti sociali, consulenti matrimoniali, sessuologi, mediatori familiari, psicoterapeuti, avvocati e giudici di famiglia.

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Why Marriges Succed or Fail
by John Gottman Ph. D
From psychology professor (Univ. of Washington) and marriage researcher Gottman: an upbeat, easy-to-follow manual based on research into the dynamics of married couples. Gottman describes his studies as being akin to a CAT scan of a living relationship and asserts that he's been able to predict the future of marriages with an accuracy rate of over 90 percent. In 1983 and 1986, his research team monitored more than a hundred married couples in Indiana and Illinois with electrodes, video cameras, and microphones as they attempted to work out real conflicts. Using the information derived from these sessions, Gottman concludes here that a lasting relationship results from a couple's ability to resolve conflicts through any of the three styles of problem-solving that are found in healthy marriages- -validating, conflict-avoiding, and volatile. Numerous self-quizzes help couples determine the style that best suits them. Gottman points out, however, that couples whose interactions are marked by four characteristics--criticism, contempt, defensiveness, and withdrawal--are in trouble, and he includes self-tests for diagnosing these destructive tactics, as well as steps for countering them. Interestingly, Gottman asserts that the basis of a stable marriage can be expressed mathematically: the ratio of positive to negative moments must be at least 5:1--and he offers a four-step program for breaking through negativity and allowing one's natural communication and problem-solving abilities to flourish. Mathematics and science aside, there's plenty of old- fashioned, helpful, and worthwhile advice here about gender differences, realistic expectations, love, and respect--advice that may appeal especially to those who enjoy taking quizzes and analyzing relationships.

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Per:

Mario Pissacroia (a cura di)

"Trattato di Psicopatologia dell'Adolescenza"

Tomo I° I Metodi Diagnostici

Piccin Editore 1996

 

Rodolfo de Bernart ° , Cristina Dobrowolski°°

 

° Psichiatra , Direttore , Istituto di Terapia Familiare di Firenze

°°Psicologo , Direttore Didattica , Istituto di Terapia Familiare di Firenze

 

 

"Inquadramenti Diagnostici delle Patologia Familiari nell' Adolescenza"

 

 

 

ADOLESCENZA NORMALE E CICLO VITALE FAMILIARE

 

 

Nel nostro lavoro partiremo dal concetto di ciclo vitale nel suo duplice aspetto individuale e familiare, di cui vanno sempre tenuti presenti le interconnessioni e l' influenzamento reciproco con andamento spiraliforme . E' anche importante ricordare le sincronie e discronie che si presentano tra evoluzione individuale, cioè dei singoli membri e l' evoluzione del sistema familiare.

Se consideriamo la famiglia come un organismo vivente dobbiamo immaginarci un momento in cui essa viene concepita , un periodo in cui si sviluppa in un ambito protetto , un momento in cui nasce, ed ancora periodi diversi di crescita, fino alla naturale ed inevitabile morte.

Convenzionalmente possiamo fissare l'istante del concepimento della futura famiglia nel momento dell'incontro dei due membri della coppia che poi la formeranno ; la gestazione è, naturalmente , il periodo di conoscenza ed eventualmente di fidanzamento , mentre risulterà chiaro a tutti che la nascita avviene nel momento in cui i due partners decidono di convivere o , meglio ancora , di sposarsi.

Dalla nascita alla morte la famiglia attraverserà altre fasi del suo "ciclo vitale" .

Ogni fase è caratterizzata da eventi diversi , ma , soprattutto, dall'aggiungersi di nuovi membri (per nascita , per matrimonio etc ) o dalla perdita di altri ( per allontanamento , per divorzio , per morte , etc ).

Naturalmente la scelta dell'incontro dei due membri come momento del concepimento della famiglia è del tutto arbitraria. Noi sappiamo ,infatti , che alle spalle di queste due persone esistono due famiglie d'origine, ciascuna delle quali con una storia ed una cultura che avranno ,inevitabilmente , un'influenza sulla nuova famiglia .

Al momento dell'incontro ciascuno dei due partners porta , infatti, con sè tutto il bagaglio culturale della propria famiglia d'origine. Ama e condivide solo una parte di questa eredità familiare , ma è influenzato da tutto l'insieme di essa.

Il suo personale processo di crescita , infatti , non è certamente stato completato. Le coppie , normalmente, si formano nella fase adolescenziale o, nella migliore delle ipotesi , nella cosiddetta fase del "giovane adulto" , cioè nella seconda o nella terza decade ( fra i quindici ed i venti , o fra i venti ed i trent' anni ).

Ma ,come ormai molti autori sono d'accordo nell'affermare, seguendo le osservazioni di Williamson, il vero distacco dalla famiglia e ,quindi , la vera crescita dell'individuo rispetto alla sua famiglia d'origine, non avviene nell'adolescenza ma solamente fra i trenta ed i quarant' anni , cioè nella quarta decade.

Questo perché soltanto in questa fase l'individuo ha gli strumenti per poter guardare criticamente alla sua famiglia d'origine, e fare così una scelta più precisa e definita di ciò che vuole conservare e di ciò che vuole , al contrario , rifiutare ed abbandonare della propria cultura familiare d'origine .

Fra i trenta ed i quarant'anni , infatti, si sono definite maggiormente alcune situazioni fondamentali per la vita di una persona : si è raggiunto generalmente un ruolo professionale più definito e talvolta più significativo, si è ottenuta un'indipendenza economica dalla famiglia d'origine , si è stabilizzata la propria posizione affettiva in un matrimonio, si è divenuti genitori .

Da queste posizioni acquisite un individuo può guardare alle scelte dei suoi genitori in maniera diversa, e differenziarsi attraverso l'affermazione e la difesa delle sue scelte.

La famiglia d'origine può permettere , incoraggiare , o anche rallentare o addirittura rendere impossibile la crescita di un individuo.

La famiglia ideale è quella all'interno della quale la crescita del singolo membro viene aiutata o addirittura potenziata, comunque non ostacolata dagli altri. Perché questo avvenga è necessario prima di tutto che ciascuno dei membri possa aiutare gli altri in questa crescita svolgendo per suo conto una funzione di critica costruttiva, ed è indispensabile che ciascuno dei membri permetta agli altri di aiutarlo, e si fidi di loro .

Gli impegni della vita ,il lavoro , i figli , il cosiddetto " quotidiano", possono riempire anche per molti anni la vita di una coppia .

Ma se la relazione di coppia non si é stabilizzata, si tratta solo di un rinvio temporaneo : nella successiva fase del ciclo vitale scoppierà una nuova crisi . Quando i figli adolescenti cominceranno a crescere e diventeranno indipendenti , quando non daranno più problemi importanti , quando usciranno di casa definitivamente , e la coppia sperimenterà la cosiddetta sindrome "del nido vuoto".

Molto spesso questa fase é fonte di gravi problemi per le coppie che hanno avuto scarsa o nessuna esperienza di coppia sola nel passato. Si tratta di coppie che si sono sposate già in attesa del primo figlio , oppure che sono andate a convivere con una delle due famiglie d'origine , o che , per altri motivi, non hanno potuto sperimentare all'inizio del loro rapporto una convivenza in coppia da soli. In tutti questi casi , ma anche in altre situazioni, l 'uscita dei figli può rappresentare un problema per l'incapacità a progettare spazi di coppia , mai sperimentati o dimenticati per il troppo tempo trascorso.

Per questo noi riteniamo importante che la coppia difenda fin dall'inizio i propri spazi, anche se dovranno essere faticosamente ritagliati o perché i bambini sono piccoli o perché si torna stanchi da una giornata di lavoro. E' fondamentale mantenere viva la curiosità di sperimentare - ad esempio - il nuovo ristorante di cui tanto si parla , o di vedere l'ultimo film del regista preferito , o di ritornare a mangiare una pizza nel localino frequentato da fidanzati. Ma può bastare anche la capacità di creare in casa la sera uno spazio anche minimo di relax di coppia, purché' lo si difenda ad oltranza da tutte le possibili invasioni , non ultima il sonno ! Mantenere vivi questi spazi permetterà di conservare , anche se in alcune fasi ad un livello minimo di sopravvivenza, l'intimità di coppia, per averla a disposizione più avanti, quando risulterà indispensabile.

Se non temessimo di apparire un pò troppo radicali, ci sentiremmo di affermare che la coppia deve essere messa avanti a tutto: non solo alle famiglie d'origine ma anche ai figli ; perché solo se essa funziona bene e resta stabile , anche tutto il resto continuerà a funzionare nel modo migliore.

Se la coppia non riesce a fare questa crescita o a vivere la sua crisi in se stessa , spesso "triangola" un figlio come distanziatore o separatore fino dall'infanzia.

E' nell'adolescenza però che i nodi vengono al pettine , perché le istanze di crescita e di identificazione - separazione , fisiologiche in questa fase , si scontrano con le necessità funzionali espresse con forza ed emotività dalla famiglia. Come sperimentare l' indipendenza ed esplorare il mondo esterno e contemporaneamente restare a casa per continuare la propria funzione di separatore - distanziatore ? Un adolescente si trova spesso di fronte a questo dilemma ed il più delle volte non trova altra soluzione per risolverlo che la produzione di un sintomo.

 

LA NORMALITA'

 

Nella mente dei terapisti familiari, come d'altronde in quella della maggioranza delle persone , sono presenti alcuni luoghi comuni e visioni parziali rispetto all'adolescenza. Studiare la normalità pensiamo, perciò, ci possa aiutare ad avere punti di riferimento più precisi; anche se la normalità - il concetto di famiglia normale - è stato ed è un concetto molto criticato almeno da una parte dei terapisti familiari . Non si dovrebbe parlare di normalità - si osserva - perché la normalità non si può definire o si può definire solo per negazione, come assenza di patologia.

Crediamo , tuttavia, di dover avere punti di riferimento più precisi per affrontare la clinica dotati di una mappa che almeno si avvicini al territorio esplorato. A nostro avviso, infatti, rifiutare di darsi riferimenti attraverso la definizione di normalità é una posizione altrettanto rigida che formulare una visione ristretta di essa. Perché dentro di noi abbiamo comunque una visione della normalità e la utilizziamo quando lavoriamo con i nostri pazienti. Se non ci procuriamo una visione un pò più ampia della normalità faremo riferimento inevitabilmente alla nostra famiglia di origine, in un senso o nell'altro, cioè in positivo ,considerando insomma, il suo modello culturale come positivo o, più spesso, proprio per il fatto di essere terapisti familiari, in negativo.

Ampliare il concetto di normalità non è , però, cosa tanto facile, perché non c'è, per esempio, molta letteratura su questo argomento. Ci sono naturalmente alcuni contributi di tipo sociologico o di tipo etologico, ma non c'è molto nell'orientamento relazionale, qualcosa di più in campo psicodinamico. Per l'ottica relazionale é d'obbligo citare il volume - molto legato alla cultura americana- della Walsh, tradotto in italiano, il lavoro della Scabini, che sicuramente è una pietra miliare rispetto al concetto di normalità ed ,infine, una raccolta di lezioni universitarie di Andolfi, ed in campo psicodinamico forse potremmo citare Blos, Gislon, Kerstenberg, Meltzer, Novelletto, Pandolfi e Senise, mentre a ponte tra le due ottiche si pongono i contributi di Nicolò e Ferraris, Nicolò e Zavattini, Zavattini , e Zavattini,Giacometti e Montinari.

Certo il problema del definire la normalità ci porta alla questione dell'oggettività, ed é noto quanti di noi siano oggi più portati a preferire la soggettività, a definire addirittura un'impossibilità dell'oggettività in una posizione costruttivista radicale. Ma se vogliamo avere una possibilità di entrare più in profondo nelle dinamiche familiari, di andare oltre quello che si vede, oltre alle interazioni, , dobbiamo far riferimento almeno ad un concetto di evolutività normale. Anche perché ci sono elementi di normalità che noi possiamo applicare nel nostro lavoro clinico. Facciamo un esempio per tutti: uno dei tanti luoghi comuni , forse abbastanza vero, è che l'adolescente quando comincia a staccarsi dalla cultura familiare comincia ad appoggiarsi ad altre strutture, una delle quali è il gruppo dei pari, dei coetanei. Siamo abituati a vedere i gruppi di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo, con le stesse scarpe, gli stessi giubbotti, con lo stesso linguaggio. Questa osservazione è di dominio comune, ma è molto meno diffuso, al contrario, che si pensi ad una terapia gruppale degli adolescenti. Noi terapisti familiari continuamo a proporre per i problemi dell'adolescenza una terapia familiare associata ad una terapia individuale a volte contemporanea, a volte differita; pochissimi autori iniziano oggi a parlare di una possibilità di terapia gruppale associata alla terapia familiare. Ma se pensiamo che la maniera naturale di cominciare a pensare di poter uscire dalla propria famiglia è quella di criticare la propria cultura familiare e di crearne un'altra, che non può essere ancora individuale, ma deve essere più spesso gruppale, ed è questa una possibile mediazione verso la formazione di una cultura individuale, allora perché non pensare che anche la mediazione terapeutica per l'uscita da una situazione problematica familiare non sia, dopo la terapia familiare , una terapia di gruppo, piuttosto che una terapia individuale ? Uno degli autori di questo contributo (de Bernart) ne ha proposto l'uso nel trattamento del bordeline in un capitolo di un manuale di Terapia Relazionale (Malagoli-Togliatti e Telfner) recentemente pubblicato. Ma questo tipo di intervento combinato familiare - gruppale non è stato sperimentato in modo soddisfacente. Forse siamo troppo abituati a lavorare con i nostri strumenti che sono quell'individuale e quello familiare e diventa faticoso sperimentare qualcosa altro, o forse siamo anche noi soggetti all'idea comune che l'adolescenza sia l'età dello svincolo e riteniamo che sia più congrua una proposta individuale per rendere più facile un'identificazione ed una differenziazione . Nel suo contributo la Guidi sostiene appunto che il gruppo sociale permette di avere un confronto con gli altri e di offrire stimoli per diverse e svariate forme di identificazione. Esso é quindi di grande aiuto al fragile Io adolescenziale soggetto a frequenti improvvisi e reversibili stati di passività, proprio per il fatto di rendere necessaria la continua mediazione fra le esigenze del reale e quelle delle diverse istanze psichiche.

Il ruolo , acquisito nel gruppo, permette di svolgere un'attività "lavorativa" favorendo l'uso e lo sviluppo di talenti e capacità individuali e lo scarico di energie libidiche. L'assunzione di ruoli risulta pertanto indispensabile per l'equilibrio e lo sviluppo della personalità.

Nei vari gruppi a cui aderisce , l'adolescente porta , infatti, sia il bisogno di mettere alla prova la sua attività , che di verificare i suoi giudizi e valori attraverso il parere degli altri, sia il bisogno di sicurezza e protezione. In questo modo diminuisce la tentazione di restare fermi a modalità di comportamento infantili nel tentativo di recuperare la sicurezza derivante dalla protezione dei genitori. Si ha invece un confronto con se stessi e gli altri (coetanei) continuo e costruttivo, che consente un innalzamento dell'autostima, che deriva dal verificare la propria coerenza tra comportamento e valori morali personali e giudizi, e che viene sostenuto dal gruppo dove trova conferma e rinforzo. La contrapposizione critica al mondo degli adulti ed alle ideologie di altri gruppi deve avvenire nel confronto con l'altro e con le parti rifiutate di se stesso. Si costruisce così la propria visione del mondo e la propria modalità individuale di comportamento. L'avere un ruolo nel gruppo offre una funzione di rassicurazione sulle angosce dell'individuo e soddisfa il bisogno di sicurezza. Il gruppo infatti ha una sua gerarchia e una sua ideologia che protegge dall'esterno e sollecita fantasie di dipendenza infantile e stimola strutture arcaiche e regressive della personalità. In seguito , a seconda della variazione della forza dell'Io e del prevalere degli interessi più infantili di obbedienza o di quelli più recenti di ricerca e critica, l'adolescente oscilla fra l'uso del gruppo come protezione e rassicurazione oppure stimolo e sostegno alla sperimentazione. Più avanti il non verificarsi delle pericolose fantasie inconsce di distruzione di Sé e dell'oggetto , nonostante che venga messa in atto la temuta opposizione verso un'autorità libidicamente investita, può rendere possibile un'ulteriore separazione.(Guidi). senza il gruppo l'adolescente può a volte trovarsi in difficoltà nel lasciare una posizione di dipendenza infantile dai genitori che viene sempre più aiutata dal prolungarsi nel tempo della dipendenza economica dai genitori. Erickson sosteneva che la crisi d'identità , tipica dell'adolescenza, é risolvibile solo attraverso nuove identificazioni con coetanei ( il gruppo) o figure guida al di fuori della famiglia( il cosiddetto mentore). La ricerca di questa identità avviene attraverso il continuo sforzo di definire e ridefinire se stesso e gli altri in confronti spesso crudeli. Se la definizione in positivo non riesce si può avere una svolta verso identità negative soprattutto in situazioni sociali dove é più difficile avere a disposizione identità positive con le quali identificarsi. Se queste identità negative sono accettate come reali e naturali dagli adulti (insegnanti , giudici, psichiatri) l'adolescente si può impegnare nel diventare esattamente ciò che la comunità si aspetta che diventi.(Erickson).

Un altro luogo comune é quello dello "svincolo adolescenziale" . Per noi l'idea che l'adolescente debba "svincolarsi" è un'idea totalmente sbagliata. Non pensiamo che non se ne debba andare da casa, crediamo che stia facendo solo le prove; che in una situazione di normalità l'adolescente cerca di fare cose non solo diverse ma addirittura opposte a quelle della sua cultura familiare , e ,attraverso queste prove trova nel tempo il modo più naturale per una crescita .E' necessario insomma che sperimenti l'opposto della sua cultura familiare per approdare a qualcosa di diverso, ad una mediazione fra quello che ha provato e quello che la sua famiglia difendeva. Ma l'idea che debba svincolarsi molto presto è un'idea legata a culture anglosassoni che, in fondo sono distanti dalla nostra visione mediterranea matriarcale. Forse più che in altri paesi europei questo ha fatto si che lo svincolo reale dell'adolescente dalla famiglia di origine avvenga in Italia molto più in là nel tempo; e ci riferiamo qui anche allo svincolo pratico, all'uscita di casa, alla possibilità di essere indipendente, di avere una casa. Sappiamo tutti più o meno quali sono i problemi sociali oggi, qual'è la difficoltà per i giovani a trovare una collocazione lavorativa ed a procurarsi un'abitazione propria. In altri paesi si esce di casa molto presto: in America , nel Nord Europa, per esempio, si va via di casa intorno ai 18 anni. Anche in queste culture comunque parlare di svincolo è prematuro: come ricordavamo nel precedente paragrafo, Williamson alcuni anni fa ha scritto un bellissimo articolo in cui sosteneva che il reale svincolo dalla famiglia è fra i 30 e 40 anni, non certo nell'adolescenza. Ma allora questo significa almeno due cose. Che noi non dobbiamo forzare questo svincolo come terapisti, dobbiamo capire bene come esso avviene nella normalità per poterlo riprodurre anche nella clinica. E il secondo punto è che non sempre si esce individualmente dalla propria famiglia. Un altro luogo comune è che uscire dalla propria famiglia significa individuarsi da soli ; non è detto che sia così. Se la crescita si completa fra i 30 e 40 anni dobbiamo considerare che l'individuazione spesso avviene quando l'individuo ha già formato una coppia. Può essere allora che egli trovi un partner con cui riesce a fare questa individuazione, che lo aiuta a fare questa separazione dalla famiglia e questa sua crescita, può darsi invece che non lo trovi, ma anche questo mette in questione la logica individuale che forse sta nella mente e nella cultura dei terapisti, ma non in quelle delle persone.

Ci sembra inoltre importante sottolineare che l'adolescenza è caratterizzata soprattutto dalla grande modificazione corporea che incide sulla psiche non meno di tante altre cose che succedono contemporaneamente. Noi abbiamo sempre una tendenza ad avere una visione psicosomatica e molto poco somatopsichica. Pensiamo invece che sia abbastanza importante tenere presente anche il punto di vista somatopsichico, cioè , in questo caso, quanto la nostra psiche può essere modificata dalla nostra immagine corporea. Nella normalità gli adolescenti devono confrontarsi con la trasformazione corporea legata alla "tempesta ormonica" che li colpisce. Questo comporta naturalmente una capacità di accettazione di Se' nella trasformazione e una disposizione a sostenere i nuovi confronti con il proprio e con l'altro sesso tipici di questa età. Tipicamente il sintomo nell'adolescenza può essere espresso attraverso il corpo, attraverso gravi modificazioni , che spesso vengono scotomizzate . Non sono solo i pazienti adolescenti a scotomizzarle , ma anche i familiari. Tanto che il primo compito dei terapisti è , a nostro avviso, quello di confrontare decisamente questi aspetti corporei e questa lettura distorta della realtà . Questo per il semplice motivo che nessuno lo fa in famiglia . In questo tipo di famiglie tutti tacciono ed il terapista può prendersi uno spazio solo se si confronta decisamente con questa situazione immediatamente e cioè nei primi minuti della seduta, pena la perdita della relazione terapeutica. A questa prima fase di confrontazione deve , naturalmente, seguire una seconda fase in cui si passa oltre questo aspetto superficiale e si agganciano i veri bisogni che sono espressi da questa distorsione corporea e mentale. E la terza fase , dopo la lettura relazionale di queste difficoltà, è lavorare anche con i genitori, perché possano prendere atto di questa situazione e modifichino il loro comportamento. Solo se riusciamo a passare queste tre fasi è possibile iniziare un processo terapeutico che poi certamente ha altre articolazioni, fra le quali anche un lavoro individuale o di gruppo. La cosa peggiore per questi adolescenti è sentire che, nonostante urlino così forte con i loro corpo, nessuno li sente, o , peggio, tutti fanno finta di non sentirli, per cui non resta loro che urlare ancora più forte. I terapeuti dovranno perciò , prima di andare oltre, comunicare: "ti abbiamo sentito", "ti possiamo rispondere". Solo quando il paziente ha capito e si è affidato perché finalmente qualcuno gli ha risposto, possiamo entrare nel significato del sintomo più profondo, più difficile anche da comprendere.

Studiare la normalità è anche andare a rivedere questi luoghi comuni ed altri ancora che qui non abbiamo lo spazio di trattare, e vedere quanti sono ancora veri; ma soprattutto quanti sono utilizzabili e quanti ci hanno invece limitato o indirizzato verso strade errate nella nostra attività clinica.

Vorremmo poi sottolineare l'importanza dell'immagine. Lavorare sulla normalità è molto più facile se utilizziamo come strumento l'immagine (de Bernart). L'obiettivo che noi abbiamo è infatti allargare il concetto di normalità del terapista, renderlo più complesso. Le immagini ci aiutano in tanti modi. Un modo è quello dello studio di fotografie familiari, che noi utilizziamo da tempo nei corsi introduttivi all'Ottica Relazionale. Un altro modo è quello di utilizzare film per poter cambiare anche i contesti culturali, e , passando per altre culture, costruire nell'allievo una visione più complessa della normalità. Questa non è una cosa di poco conto, oggi che dobbiamo confrontarci con una famiglia che non è più tanto standard , come continuiamo ad immaginarcela. Si pensi che soltanto l'8% delle famiglie americane e circa il 20% di quelle italiane sono composte da padre, madre ed un figlio biologico che convivono insieme, senza altri conviventi : cioè quello che una volta si considerava la famiglia normale . La maggioranza delle altre famiglie segue altri modelli: nuclei di figli che vivono con un solo genitore, altri che vivono con i nonni, altri con genitori che hanno "ricostruito" famiglie con nuovi partner etc. Ma noi terapisti continuiamo ad avere in testa come modello "normale " il nucleo tipo : padre , madre, bambino.

Intanto l' adolescenza si prolunga sempre di più, fino al punto che oggi dobbiamo dare un nome nuovo ad una nuova fase postadolescenziale : quella del giovane adulto (Cigoli, Scabini) , nella quale a volte l'adolescente può magari sposarsi e forse ancora non fa figli o, se talvolta li fa, li affida alla famiglia estesa, e sono figli dei nonni, e chissà che cosa significa questo in una situazione in cui ci sono sempre meno nascite e la popolazione è sempre più condensata e più ristretta in uno spazio minore.

Bettelheim sosteneva che l'adolescenza non esiste, che è una creazione della nostra epoca. Crediamo che non sia vero. L'adolescenza esiste anche nelle specie non umane e sicuramente è esistita sempre. Esiste anche in altre culture, lontane millenni dalla nostra anche se sono contemporanee a noi, in altri posti nel mondo. Per esempio in molte tribù, che vivono come noi vivevamo per lo meno duemila anni fa, ci sono ancora riti di passaggio all'adolescenza che è lecito supporre esistessero anche fra i nostri antenati e progenitori duemila anni fa.

Un altro luogo comune,che vorremmo affrontare è che l'adolescenza riguarda solo gli adolescenti. L'adolescenza , al contrario,è una fase di passaggio che riguarda tutta la famiglia, proprio perché mentre cambiano i figli, stanno cambiando anche i genitori. Di solito l'adolescenza arriva in una fase della vita dei genitori in cui il corpo decade, si riduce l'attività sessuale e termina quella procreativa, gli interessi cambiano, gli spazi si restringono per certi aspetti e si allargano per certi altri. Molto cambia dunque anche nella loro vita. Noi terapisti familiari non dovremmo dimenticarlo quando studiamo la normalità della famiglia, anche perché questo è forse il motivo più importante per scegliere una terapia familiare anziché una individuale per i problemi dell'adolescente.

Il nostro principale obiettivo di lavoro, sia nello studio dell'adolescenza normale che di quella patologica, è l'osservazione delle relazioni tra mondo interno (universo dei rapporti interiorizzati) e realtà (ambiente) esterna, interattiva.

Come dice Cigoli il compito più importante per il terapista familiare oggi, è trovare le correlazioni tra ciò che è individuale (la complessità interiore) e ciò che è relazionale (la complessità semantica-pragmatica) dei rapporti tra le persone.

 

LA CRISI ADOLESCENZIALE E IL PROCESSO EVOLUTIVO NELL'OTTICA RELAZIONALE

 

Si sono a lungo contrapposte due visioni dell'adolescenza:

1) l'adolescenza come "crisi", in cui si sottolineano gli aspetti di peculiarità e cambiamento, cioè di discontinuità;

2) l'adolescenza come "processo", in cui si accentua una visione dell'adolescenza come evoluzione, in continuità con il passato, con un assommarsi di esperienze che devono essere integrate (modello cumulativo).

Possiamo dire che oggi vi è minor contrapposizione tra queste due visioni; crediamo si tratti di introdurre nell'idea fondamentale di processo la presenza di elementi o momenti critici, che rappresentano al tempo stesso opportunità e vincoli.

Come terapisti familiari il nostro oggetto di studio e di lavoro clinico è ne cessariamente la famiglia , anche se dobbiamo operare spesso anche con coppie, individui e gruppi. L'ottica utilizzata in questo lavoro diagnostico e clinico è quella sistemico-relazionale. Tuttavia dalle premesse suddette sarà chiara la nostra necessità di confrontarci anche con altre ottiche.

Secondo Nicolò e Ferraris l'adolescenza é il terreno dove il rapporto fra realtà esterna e realtà interna diventa il tema cruciale. Tutti gli autori segnalano l'importanza della separazione chiamandola in differenti modi e cambiandone la concettualizzazione. L'adolescenza appare, allora, come una crisi del ciclo vitale familiare che richiede una ristrutturazione della famiglia stessa. La parola crisi é intesa come separazione e scelta all'interno di un processo evolutivo . Minuchin definisce questa fase come un periodo in cui aumenta la partecipazione del figlio adolescente al mondo esterno e si ridefinisce il suo rapporto con il mondo interno , così come il confine fra i due mondi. Se la famiglia non é abbastanza flessibile da accettare questo cambiamento, o se le necessità funzionali familiari non consentono una modificazione dei rapporti, abbiamo un sintomo. L'obiettivo terapeutico diventa allora la ristrutturazione della famiglia, non nel senso , naturalmente di un ritorno alla situazione precedente , ma , al contrario, nel senso di un accompagnarla nella costruzione di una nuova situazione che abbia nuove regole e nuovi confini.

Haley ha una visione più gerarchica della famiglia e dà molta importanza alla lotta per il potere. Per questo vede la crisi adolescenziale come " una lotta per mantenere le vecchie posizioni gerarchiche all'interno del sistema familiare" e per evitare la contemporanea crisi genitoriale. Un figlio "utile" ai genitori potrebbe perciò , attraverso il sintomo, ritardare la sua uscita per consentire un aggiustamento difficile nella relazione di coppia, o peggio rinunciare per sempre alla sua indipendenza dedicandosi al suo compito di equilibratore per il resto della sua vita ( attraverso un sintomo grave e cronico).

Mc Goldrick e Carter segnalano come le famiglie che presentano problemi in questa fase del ciclo vitale hanno un atteggiamento errato legato ad un eccessivo controllo sui figli (perché li considerano ancora bambini), o , al contrario , ad uno scarso controllo (perché li considerano troppo presto adulti). In questa fase del ciclo vitale , una risposta corretta richiede da parte della famiglia un aumento della flessibilità delle regole, una modifica della relazione genitori-figli ed una modifica della relazione fra i genitori come coniugi.

La modulazione di queste modifiche é molto delicata. Non si deve credere che la perentoria richiesta di indipendenza spesso effettuata dall'adolescente sia vera. I genitori dovrebbero rispondere ad essa continuando a mantenere le regole , ma accettando una violazione delle stesse. Essi dovrebbero , poi, mantenere sempre aperto il "contenitore - famiglia" , che , sebbene sia apparentemente spesso rifiutato con forza, é in realtà sempre molto rassicurante come porto sicuro per recuperare dopo le inevitabili frustrazioni. Stierlin sottolinea , a questo proposito, che é proprio in questa fase che genitori e figli affrontano le maggiori difficoltà evolutive. Andolfi segnala la presenza in alcune famiglie di una rigidità che impedisce queste fini modificazioni e predispone all'insorgenza ed alla cronicizzazione del sintomo. Anche Lidz parla di "immodificabilità del rapporto genitori-figli segnato dall'iperprotettività e dall'inversione della situazione edipica". Il figlio cerca di "completare la vita del genitore di sesso opposto" invece di investire nel proprio sviluppo. Mentre nella tossicodipendenza , secondo Stanton , si ha un ipercoinvolgimento del genitore di sesso opposto con il figlio adolescente. Palazzoli- Selvini descrive con Cirillo, Selvini e Sorrentino una serie di giochi familiari che , in sei diversi stadi, fra i quali quelli più importanti sono quelli dell'"istigazione" e dell'"imbroglio", possono condurre l'adolescente verso la psicosi o l'anoressia mentale.

Ancora Nicolò e Ferraris sottolineano che "nel suo processo di svincolo l'adolescente metterà in discussione non solo i modelli di funzionamento familiare ma anche i valori , gli ideali e le credenze". Egli sarà perciò ribelle e contestatario senza che questo generi preoccupazioni nei genitori o nei curanti , che dovranno invece guardare con sospetto proprio i " ragazzi passivi , remissivi e sottomessi, bloccati ed inibiti nella loro protesta". Infatti , sostengono le autrici, "l'eccessiva e imitativa accettazione dei modelli parentali ci mostra una difficoltà di interiorizzazione di questi modelli , tanto da non permettere un' efficace individuazione e separazione....mentre una ribellione ed un rifiuto troppo marcati e violenti ci mostreranno con quanta paura ed angoscia l'adolescente stenta a liberasi delle caratteristiche relazionali del mondo infantile, fino a quel momento rassicurante."

Assai differente e molto interessante appare, poi, la posizione di Baldascini che considera individuo e famiglia non l'uno come sovrasistema dell'altro ,ma come "realtà isomorfiche non ordinate gerarchicamente". Secondo questo autore la trasformazione , obiettivo dell'adolescenza , deve essere garantita proprio dal legame di appartenenza e può essere conseguita attraverso la mobilità intersistemica fra famiglia , i pari e gli adulti. Muovendosi in modo sincronico fra questi sistemi , l'individuo utilizza tutte le risorse dei suoi sistemi di riferimento. Questa teoria appare chiaramente ispirata alla posizione di Meltzer e di Erickson da cui si distacca per la visione sincronica e non diacronica. Il continuo muoversi tra questi sistemi non viene, cioè, considerato come una regressione o come un progresso, ma come la risposta ad una necessità che può variare continuamente nel tempo . Se la fisiologia é , quindi, muoversi liberamente, secondo le necessità, fra questi tre sistemi , la patologia é, naturalmente, il fermarsi in uno solo dei tre. I movimenti sono, a loro volta, compiuti attraverso tre sistemi : motorio -istintuale (spinta ad agire), emozionale (spinta ad essere), cognitivo (spinta a conoscere). L'adolescente dunque si muove in avanti alla ricerca di esperienze nuove che ne permettono la individuazione , ma continua a guardare indietro , dove trova la sicurezza della sua storia e delle sue radici. Questo movimento non si arresta con l'adolescenza (il cui limite inferiore - non dimentichiamolo - é chiaro e ben definito, mentre quello superiore é molto sfumato) ma continua per tutta l'età adulta. L 'individuo,per Baldascini, può sentire la famiglia "alle spalle" con possibili vissuti persecutori, o "di fronte" con vissuti competitivi ed aggressivi, o "di fianco" con vissuti di complicità e di unione indissolubile, oppure "in alto" con senso di ammirazione ed infine "in basso" con senso di rifiuto della famiglia stessa. Se il sistema familiare viene vissuto attraverso le emozioni , il sistema dei pari è sperimentato attraverso attività senza obiettivi precisi e senza differenziazioni assolute , che spesso hanno il carattere del gioco , della prova e del cimento. Fra queste naturalmente una delle più significative é l'attività sessuale che serve a costruire l'identificazione in questo delicato settore. Infine il sistema degli adulti ha la funzione di fornire un modello verso cui orientare la crescita , attraverso un confronto cognitivo - anche conflittuale - con le figure di riferimento. Importante funzione di questo sistema é quella di consentire l'elaborazione dell' ambivalenza dell'adolescente sempre diviso fra la contestazione , l'amore e l'emulazione nei confronti di figure significative. L'immobilità patologica in ciascuno dei tre sistemi causa un arresto della crescita. Talvolta essa può essere evidente (chi si arresta nella famiglia) , a volte si camuffa da movimento inconsulto (l'eccessiva trasgressione nel sistema dei pari) , a volte da fuga immatura (il rifiuto delle radici e dei modelli adulti) .La crescita , invece , corrisponde ad un' " oscillazione sincronica" come quella dei pendoli di Huygens.

 

RAPPORTO GENITORI-FIGLI ADOLESCENTI IN AMBITO PSICOANALITICO

 

Abbiamo trovato molto utili per la comprensione dell'adolescente nella famiglia alcune linee interpretative della letteratura psicoanalitica, che elencheremo qui rapidamente:

Blos, Laufer ed altri vedono l'adolescenza come una sorta di ricapitolazione. Si basano sul modello pulsionale e conflittuale; attribuiscono particolare importanza ai cambiamenti somatici della pubertà e al loro impatto sull'apparato mentale; Laufer parla delle radici corporee dell'esperienza mentale e di come l'adolescente possa vivere angosciosamente il tema del possesso del proprio corpo. L'adolescenza é vista come una "seconda identificazione" prima di un assetto definitivo della persona. Viene sottolineata la dimensione di perdita ed il lutto da elaborare: lutto per il proprio corpo infantile e per la perdita dei genitori infantili, idealizzati. Vengono sottolineati anche gli aspetti sia depressivi che "esplosivi dell'adolescenza".

Meltzer e Harris ,autori più centrati sulla teoria delle relazioni oggettuali e sul tema delle identificazioni strutturanti in adolescenza, hanno meno interesse per la dinamica delle pulsioni e rivolgono più attenzione al processo con cui l'adolescente arriva ad individuarsi.

Anche Erickson vede il ciclo di vita individuale in termini di processualità evolutiva e considera l' adolescenza come periodo naturale di sradicamento e di crisi di identità . Presta un maggiore interesse al contesto e considera l'identità come una costruzione progressiva. L'elaborazione del nuovo Sé corporeo , inoltre, non può avvenire solo nella mente dell'adolescente ma si costruisce nei rapporti con la famiglia, il mondo degli adulti ed il mondo dei pari. Nell'adolescente può osservarsi una situazione di "splitting": accanto a sentimenti di conquista del mondo e di grandiosità, fino alla spietatezza, coesistono sentimenti di altruismo, tenerezza, fragilità e attenzione alle relazioni umane.

Kestemberg mette in evidenza il tema della rottura e del rigetto delle identificazioni precedenti. La crisi adolescenziale é vista come un "organizzatore", mentre il mascheramento della crisi e le cosi dette "crisi a bassa voce" sono viste come una forma di impoverimento. Il "turmoil" adolescenziale é considerato un' opportunità di elaborare e rendere più complesso il mondo emozionale.

Ci sembrano soprattutto interessanti quei contributi psicoanalitici a carattere più relazionale che tengono conto anche della famiglia e non affermano il primato assoluto dell'intrapsichico. Molti autori sottolineano come gli atteggiamenti patologici dei genitori si scontrino con le esigenze di individuazione dei figli. L'insuccesso nello sviluppo dell'autonomia dell' Io dell'adolescente viene spesso collegato alla debolezza dell' Io dei genitori, per i quali l'individuazione del figlio appare come una minaccia.

Autori come la Pandolfi vedono l'adolescenza come un problema globale che riguarda tutta la famiglia. Il tema della differenziazione-individuazione vale sia per l'adolescente che per la famiglia. In questo periodo i genitori affrontano, infatti, la crisi di mezza età, devono, quindi, anch'essi elaborare un loro processo di lutto e procedere a nuove identificazioni ed investimenti.

La famiglia può essere vista come gruppo unito da credenze e presupposti di base (Bion) che ha la funzione di preservare coerenza ed unità, concetto , come si vede, analogo all'"omeostasi" o alla "coerenza" dei sistemici. La minaccia portata dall'adolescente può attivare una regressione nei vari membri della famiglia (e non solo nell'adolescente) con ricorsi a meccanismi di difesa arcaici: scissione, negazione, identificazione proiettiva. Ad esempio possono esservi identificazioni proiettive massicce dei genitori sul figlio, volte a negarne l'emergere come persona separata. Altro tema importante è la capacità di contenimento della famiglia , cioè la sua capacità di affrontare ed elaborare il dolore mentale legato alla crisi adolescenziale, in particolare alla separazione. Può esservi qui una vera e propria crisi genitoriale; infatti nel periodo dell'adolescenza dei figli è più necessario che in altre fasi un lavoro di rielaborazione interna da parte dei genitori delle dinamiche familiari. Per i genitori si tratta di accettare la fine di un'onnipotenza : cessa infatti l'idealizzazione da parte dei figli, ma anche non si è più detentori unici della sessualità e dell'autorità.

La Pandolfi sottolinea particolarmente bene come il processo modificatorio adolescenziale interessi tutti i membri della famiglia. Le interazioni e le immagini profonde sono in un rapporto di causalità circolare. Come sostiene Winnicott, l'immagine del Sé è anche un'immagine riflessa che gli altri ci rimandano di noi. In adolescenza la propria personale modificazione può essere o non essere convalidata dal cambiamento della nostra immagine che gli altri ci rimandano. Questo vale sia per le profonde modificazioni dell' assetto emotivo-relazionale dell'adolescente, che per quelle fisiche, biologiche, estetiche. Né bisogna sottovalutare le modificazioni dell'assetto cognitivo-intellettuale: acquisizione del pensiero formale e astratto, del pensiero ipotetico-deduttivo e delle capacità autoriflessive.

Dare ci indica come sia importante per la comprensione del processo adolescenziale articolare prospettive diverse riferite a tre campi: ai singoli individui ed ai loro compiti evolutivi; al funzionamento del gruppo e dei suoi sottosistemi in rapporto ai compiti di quella particolare fase; ai rapporti con le famiglie d'origine, non solo per ciò che riguarda le interazioni cioè a livello "esteriore", ma anche per ciò che attiene agli schemi di comportamento interiorizzati ed agli schemi di relazione interiorizzati.

Nell' adolescenza è ancora presente una relazione educativa in cui possono essere o no soddisfatti bisogni fondamentali ed in cui gli altri sono cruciali per la delineazione del Sé. Ci sembra evidente che in adolescenza torna ad essere centrale la dialettica tra bisogni di attaccamento e cura e bisogni esploratori (Bowlby). Quello che Bowlby ha notato per il bambino, cioè che quanto meglio funziona il sistema di attaccamento tanto più attive ed efficaci sono le funzioni esplorative, vale anche per l'adolescente.

Ci sembra interessante il concetto di Stierlin di "individuazione correlata", ovvero avere un senso di Sé, di padronanza dei propri pensieri ed emozioni all'interno di un rapporto tra persone significative. La capacità di legare e legarsi, di prendersi cura e di creare e mantenere attaccamento ha un alto valore adattivo per la specie: la dialettica tra questi due bisogni e capacità è fondamentale per l'evoluzione adolescenziale, per lo sviluppo di una persona intera. In adolescenza si perdono certe opportunità, per esempio i genitori non sono più in grado di soddisfare completamente i bisogni emotivi-affettivi del figlio ; ma si perdono anche vincoli cioè limitazioni verso altri bisogni ed altri oggetti e con ciò si conquista una maggiore autonomia. A livello di percezione soggettiva, tuttavia, l'adolescente spesso avverte prima con sgomento e senso di inadeguatezza la perdita delle opportunità che le nuove vantaggiose acquisizioni. Troviamo importante non sottovalutare, accanto ai bisogni di autonomia e di autoaffermazione per la conquista ed il consolidamento di un'identità personale, l'importanza dell'appartenenza e della dipendenza evolutiva. Fondamentale esperienza per l'adolescente é la relazione complementare curare-essere curati, diversa da quella unidirezionale dell'infanzia . I genitori possono non fornire cure efficaci per ipo o iper-attività , ciò perché troppo precocemente cessano di proteggere il figlio , o viceversa perché lo proteggono troppo a lungo; anche i figli possono manifestare il loro bisogno di attaccamento in modo inefficace, con proteste e provocazioni.

Stierlin sostiene che le idee dei genitori hanno un potente effetto modellatore sulla qualità dell'emancipazione dei figli , attraverso meccanismi come l'identificazione proiettiva, la scissione ed altri . In una relazione di dipendenza emotiva i figli possono diventare i contenitori delle fragilità, di aspetti inaccettabili del Sé, dei sensi di colpa dei genitori. Ma la relazione e' biunivoca: gli adolescenti non sono meri contenitori; non c'è una relazione lineare persecutore-vittima, come pure non c'è un "farsi da Sé intrapsichico".

Riteniamo che la visione psicoanalitica possa aiutare a formulare un quadro più completo della famiglia come struttura attuale in evoluzione con un suo spessore storico. Sia la letteratura analitica che quella sistemica si trovano di fronte al problema della complessità. Così il punto di vista sistemico nel trattare l'adolescenza, dopo essersi occupato di strutture, regole, funzioni, deve riempirle di contenuti, cioè dei significati che le persone assegnano alle relazioni che vivono. Altrettanto la visione psicoanalitica si arricchisce se supera i vincoli di una concezione diadica e di un'origine solo intrapsichica dei fenomeni, già d'altra parte in via di superamento in molti autori ( Meltzer, Nicolò, Winnicott, Zavattini). Soprattutto quest'ultimo nel suo articolo del 1994 introduce elementi di novità che si pongono a ponte fra teorie analitiche e relazionali e che presentano interessanti punti di contatto con la visione di Baldascini.

Il bisogno di collegare processi individuali, meccanismi intrapsichici e fenomeni interattivi, ha portato , secondo Zavattini, al cambiamento del modello di sviluppo che oggi si postula avvenire non per interni processi maturativi, ma per processi interpersonali non limitati alla coppia madre - bambino , ma estesi a tutta la famiglia. "Lo stato interno del soggetto è regolato tramite il rapporto con l'altro".Per Mitchell la mente non è più un insieme di strutture che emergono dall'interno di un solo organismo, ma un insieme di modelli transizionali e strutture interne derivate da un campo interattivo interpersonale. dunque , ricorda Zavattini , l'unità di studio non è più l'individuo ma la matrice relazionale costituita dall'individuo che interagisce con altri significativi. Lichtenberg delinea cinque sistemi motivazionali responsabili dello sviluppo. Essi sono : la necessità di regolazione psicologica delle richieste fisiologiche; l'attaccamento; l'esplorazione e l'affermazione di sé,; la reazione avversiva antagonista o di ritiro; il piacere sessuale.La differenza con altre teorie dello sviluppo sta proprio in questa molteplicità di sistemi che può meglio spiegare la grande variabilità ,rispetto a teorie che muovono da una sola motivazione ( come l'attaccamento o la teoria dell'individuazione-separazione). Così , sottolinea Zavattini, possiamo pensare l'adolescente impegnato nella realizzazione di cambiamenti stimolati da tutte queste motivazioni ed anche "tirato" fra alcune di queste. La famiglia d'altra parte condivide uno spazio comune di significati, un insieme -"mosaico" - di rappresentazioni interne ed una storia che rappresenta la fonte della stabilità delle relazioni. Ma se di questa memoria familiare ogni individuo conosce bene soltanto il proprio personale pezzo dell'insieme, soltanto quando tutti i membri si riuniscono insieme questa memoria di gruppo può operare. Da qui l'importanza che almeno nella fase diagnostica si veda la famiglia tutta insieme. Per Zavattini dunque l'adolescenza dovrebbe essere considerata come una sfida evolutiva volta al superamento di problemi adattativi, non una crisi , quindi , ma piuttosto una "Turba" , implicita nello sviluppo. Se la famiglia non riesce ad adattarsi e mantiene modelli inappropriati alla fase che sta attraversando, le relazioni saranno perturbate e, se ciò perdura per un certo tempo, avremo un "disturbo". Se , dunque la "evoluzione del Sé autoriflessivo" già nell'infanzia avviene scoprendo che differenti persone possono rappresentarsi in modo diverso i fatti vissuti insieme, nell'adolescenza viene messa in discussione lo spazio comune dei significati fra genitori e figli o "monitoraggio affettivo reciproco". Allora l'adolescenza , conclude Zavattini, può essere considerata come il periodo della vita in cui in modo più forte viene affrontata la necessità di comprendere i propri sentimenti come diversi dagli altri all'interno di sé (la "delineazione" di Shapiro) , ma anche di "delimitare" i propri confini esterni. Essa implica quindi una "ridefinizione interna( processi intrapsichici) ed esterna (processi interattivi)" dimensioni peraltro fortemente interconnesse. La conseguenza di questo pensiero é che "la famiglia viene considerata come un mosaico di varie ed articolate rappresentazioni interne in cui i vari membri non sono soltanto coinvolti su carenze e collusioni patologiche , ma svolgono anche ruoli... sul piano delle emozioni"(Zavattini).

In questa luce va sicuramente rivista la tecnica diagnostica sia dal punto di vista analitico (non più diadi come unità di base) che da quello relazionale ( non più scatola nera e registro interattivo prevalente). E' invece indispensabile che la tecnica diagnostica tenga conto sia degli aspetti pragmatici che di quelli rappresentati.

 

 

INFLUENZA RECIPROCA DI GENITORI E FIGLI NEL PROCESSO DI SEPARAZIONE E COMPITI DI FASE PER ENTRAMBI

 

Nel corso dell'adolescenza figli e genitori devono assolvere numerosi compiti tra loro interconnessi . ricordiamo innanzitutto che entrambi devono affrontare sia un movimento emancipatorio che un processo di lutto.

Come già si è visto anche i genitori sono chiamati a rinunciare , con meno compensi dei figli, al loro stesso prodotto-figlio: devono poter disinvestire da esso, come oggetto proprio e reinvestire in esso come oggetto altro da sè , e il figlio deve fare lo stesso con i genitori.

In tal senso quando ci troviamo di fronte ad una situazione di emancipazione ritardata e bloccata , oppure ad una troppo precoce, dobbiamo sapere che vi è sempre una coperta collusione dei genitori.

Inoltre, come ricordano Cigoli e Pandolfi, i genitori devono tollerare la mescolanza tra tendenze regressive e progressive presente nei figli,

Essi devono accettare il proprio invecchiamento ed il ritorno alla dimensione di coppia ed affrontare la crisi di mezza età. Essi spesso in questo periodo raggiungono le proprie potenzialità lavorative e di stato sociale e contemporaneamente cominciano a pensare al "tempo che rimane" ed alla morte. E' in questa fase che ai genitori si richiede un profondo rimodellamento interno e una ricontrattazione esterna dei rapporti con le proprie famiglie di origine.

I figli devono svolgere un lavoro emancipatorio tendente all'acquisizione della responsabilità emotiva-affettiva-ideativa sulle proprie azioni. un certo livello di "confusione" è fisiologico , ma diventa patologico specie se i genitori non riescono a funzionare da contenitori emotivi.

Per i figli si tratta anche di accettare la propria sessualità, prima in fantasia, con la masturbazione, poi con partners potenziali.

In questa fase essi accentuano il proprio comportamento esplorativo , che può essere favorito o ostacolato dai genitori con le loro aspettative sull' adeguatezza o inadeguatezza dei figli e con la loro visione del mondo esterno come accogliente o invece ostile. E' importante, però , che essi possano contare sempre sulla sicurezza di poter tornare entro la protezione familiare e non vivano il proprio allontanamento come tradimento ma come una risorsa, e quindi il rientro in famiglia non come pentimento o fallimento , ma come sana capacità di regressione.

L'aggressività é un altro grosso tema dell'(adolescenza ; é fondamentale che ci sia la possibilità di riconoscerne ed usarne una certa dose. a tutto questo é legata la possibilità di non sentirsi troppo in colpa per il proprio desiderio di allontanamento e disinvestimento dai genitori in direzione di interessi extrafamiliari. Se per i genitori i figli sono la fondamentale soddisfazione narcisistica, é difficile per questi ultimi utilizzare il gruppo dei pari , ed altri adulti extra familiari, per confronti ed esperienze identificatorie , anche transitorie e narcisistiche.

E' anche importante che gli adolescenti possano usare la propria fisiologica tendenza all'azione (azioni di prova...) senza che i genitori si spaventino o li ridicolizzino ; che sia accettata l'esistenza di un loro spazio interno del tutto privato , non vissuto dai genitori come antagonistico allo spazio condiviso.

Tutti gli aspetti elencati contribuiscono al consolidamento di un livello sufficiente di autostima ; questo é di grande importanza per controbilanciare le tendenze depressive fisiologiche di questo periodo , evitandone un'involuzione patologica.

 

LA DIAGNOSI INDIVIDUALE

 

L'inquadramento diagnostico di una patologia adolescenziale non può ,ovviamente prescindere da una diagnosi individuale del paziente adolescente.

Tuttavia , poiché non mancano certo altri contributi che si occupano del tema in questo stesso volume, ci limiteremo a ricordare qui che una diagnosi individuale può essere impostata anche secondo l'ottica sistemica e relazionale. Rimandiamo pertanto al volume di Nicolò e Zavattini nel quale i due autori esaminano i diversi contributi relazionali ed analitici sul tema.

Ci preme ,però, qui ricordare i principali parametri della valutazione di un sintomo adolescenziale. Riprendendo proprio lo schema proposto dai suddetti autori , potremo dividere in tre campi l'osservazione del soggetto. Il primo é il rapporto dell'adolescente con sé stesso ed in particolare la presenza di conflitti, il rapporto con il corpo, l'attività mentale. Il secondo è il rapporto con la realtà ed il mondo esterno, ed in particolare il rapporto con la scuola, gli altri adulti non familiari, i coetanei e l'altro sesso e , naturalmente il rapporto con la propria famiglia , di cui ci occuperemo più avanti in modo più dettagliato. Infine il rapporto dell'adolescente con lo psicoterapeuta ed in particolare la sua capacità di riconoscere il bisogno d'aiuto, di formulare una richiesta di terapia, di accettare e contrattare una dipendenza terapeutica, di riflettere sulla relazione. Alla fine deve essere possibile valutare la portata del guasto avvenuto nello sviluppo e della compromissione del rapporto con se stesso e con la realtà. A volte ci troviamo di fronte ad uno sviluppo dominato dal "funzionamento difensivo", a volte ad un vero e proprio stallo , a volte ad un arresto prematuro dello sviluppo stesso . Nicolò e Zavattini ricordano inoltre quanto sia difficile applicare le usuali categorie psicopatologiche ai pazienti adolescenti , proprio per l'estrema variabilità di questo periodo. In particolare le categorie diagnostiche del DSM IV° appaiono rigide ed inapplicabili in numerose circostanze. Tuttavia alcune diagnosi differenziali sono indispensabili anche per orientare il trattamento. Rimandiamo al lavoro di uno di noi (de Bernart) sul paziente Borderline per maggiori informazioni.

 

LA DIAGNOSI FAMILIARE

 

Risulterà chiaro a questo punto che la diagnosi familiare non è affatto facile da descrivere univocamente. La famiglia non é infatti che l'oggetto di studio o di terapia, ma l'ottica con la quale questo oggetto viene studiato o affrontato nella clinica determina differenze radicali anche nella valutazione. Molto infatti dipende dal tipo di registro con il quale viene condotta l'osservazione . Prendendo a prestito da Vittorio Cigoli i tre registri da lui proposti ( interattivo , relazionale e simbolico -esperienziale) possiamo affermare che esistono approcci familiari che ne utilizzano uno solo , due oppure tutti e tre.

Ad esempio tutti i terapisti strategico o paleo - sistemici ( come essi stessi amano definirsi) osservano principalmente il "qui ed ora" e le interazioni attuali , utilizzando dunque il primo registro (interattivo) . Poiché per essi é importante solo il tipo di comunicazione disturbata che la famiglia mette in atto. Identificata questa in un'ipotesi che spieghi la funzione relazionale del sintomo, sarà possibile progettare un intervento strategico di tipo prescrittivo che modifichi la situazione, senza preoccuparsi delle operazioni mentali necessarie , né delle eventuali ricadute , in realtà assai frequenti. Si tratta di modelli in realtà ormai superati dalle maggiori scuole di Terapia Familiare , ma che hanno connotato fortemente la Terapia Familiare al suo arrivo in Italia (Scuola Milanese) , per cui spesso essa viene dai più identificata erroneamente con questa posizione. I più avanzati di questo gruppo si occupano anche della posizione del terapeuta visto come parte del campo di osservazione ( secondo i dettami della seconda cibernetica. Un importante contributo in questo senso é stato dato dagli autori più legati all'ottica cognitivo costruttivista (Ugazio, Guidano, Liotti) che hanno preso in considerazione soprattutto lo stile della relazione che si instaura fra famiglia e terapista e viceversa , utilizzando quindi anche il secondo registro (relazionale).

Per molto tempo i terapisti familiari hanno cercato , inoltre, di realizzare modelli di intervento con le famiglie centrati sulla nosografia psichiatrica classica, sulla psicopatologia o sul tipo di struttura familiare . Studi molto importanti sono stati dedicati alla famiglia dell'anoressica (Minuchin,Palazzoli- Selvini) o dello psicotico (Andolfi ,Palazzoli-Selvini et al.) ed alla famiglia psicosomatica (Minuchin , Onnis , Stierlin , de Bernart) o a quella con tossicodipendente (Cancrini, Stanton) , per citare solo i più noti, nel tentativo spiegarne il particolare malfunzionamento. Ma questi tentativi di costruire una psicopatologia relazionale non hanno avuto successo. Sono state utilizzate ottiche differenti : Sistemica, Psicoanalitica , Costruttivista, e modelli di intervento differenti : Strutturale, Strategico, Teoria dei Giochi , Conversazionalista, mutuandone il linguaggio ed i modelli psicopatologici.

Caratteristica del secondo registro (relazionale) , tipico del modello strutturale, è l'attenzione che viene data alle relazioni , intese come rapporti strutturati storicamente attraverso una serie di interazioni che si ripetono.

In questo modello da una parte si considera il funzionamento della famiglia a livello strutturale, cercando di individuarne confini e livelli generazionali, dall'altra c'è il tentativo di entrare in rapporto con la famiglia stessa durante la seduta, effettuando la diagnosi attraverso questa relazione fra terapista e famiglia e cercando di ottenere i primi risultati nella seduta stessa. Si parte, infatti, dal presupposto che solo sperimentando in seduta alcune situazioni, anche ad un alto tasso emotivo, insieme con la famiglia è poi possibile pretendere un cambiamento che avviene, naturalmente, dopo la seduta e tra una seduta e l'altra. Questo punto di vista ha indotto grosse modificazioni nelle tecniche, perché il terapista non può più essere neutrale ma deve entrare in rapporto con la famiglia: ciò ha determinato, inoltre, tutta una serie di studi su come riuscire ad interagire senza essere inglobati nella realtà della famiglia. In particolare ciò è divenuto molto importante quando abbiamo cominciato a lavorare con le famiglie dei cronici, perché in questo caso, il potere "risucchiante" della famiglia era ancora più forte ed era più difficile sottrarsi ad una "familiarizzazione". Non sfuggirà al lettore attento che questo richiede anche una formazione del tutto diversa per il terapista familiare. Quello del tipo Sistemico-Strategico deve infatti apprendere bene la teoria e la tecnica di intervento, mentre il terapista Strutturale non può non lavorare su di sé, dovendo poi utilizzarsi come strumento della relazione con la famiglia. Il primo non ha necessità di conoscere la propria famiglia d'origine ed i suoi modelli cognitivi e di pensiero; il secondo dovrà , invece , dedicare molto tempo al lavoro su questo tema , soprattutto se vuole evitare di curare sempre la propria famiglia nelle famiglie che tratterà.

Un altro grosso problema è, inoltre, quello dell'individuo. All'inizio la famiglia era considerata un sistema e dentro il sistema c'erano gli elementi del sistema, non gli individui. Gli individui hanno una loro parte interna che i terapisti familiari strategici non riuscivano a vedere (scatola nera di Ashby) , non prendevano in considerazione o davano per scontata.

Con il passare del tempo si è sentita la necessità di riprendere in considerazione l'individuo. A questo proposito, qualche anno fa, la rivista " Terapia Familiare "nei numero speciali " Individuo e Famiglia " e "Individuo e Famiglia: Scelte Cliniche" ha tentato di integrare questi due aspetti così importanti del nostro lavoro, attraverso i contributi di tutti gli autori italiani più significativi.

La scelta di considerare l'individuo insieme con la famiglia e di riportarlo all'attenzione del terapista ha creato alcuni problemi . Mentre prima era sufficiente entrare in rapporto con la famiglia, ora diveniva indispensabile entrare in rapporto sia con la famiglia che con l'individuo, anzi con più individui della stessa famiglia. Ma è cosa molto diversa stabilire una relazione con un individuo a livello di una terapia individuale e fare la stessa cosa all'interno di una seduta familiare in presenza, quindi, di altre persone. Questo, infatti, comporta la necessità di stabilire e mantenere un rapporto con questa persona senza perdere il rapporto con l'insieme e congli altri membri della famiglia.

Per i terapisti strutturali il problema principale é valutare la capacità evolutiva di una famiglia, cioè riuscire a capire quanto questa permette ai suoi membri di crescere, di differenziarsi all'interno senza perdere l'aspetto caratteristico che la famiglia vuole che tutti i suoi membri abbiano, l'aspetto culturale indispensabile perché ognuno sia ancora considerato come membro di quella famiglia.

Questo significa che bisogna riuscire a valutare quanto la famiglia permette all'individuo di " individuarsi" e di "differenziarsi" nell'appartenenza.

Ogni famiglia sa qual'è la quota di appartenenza che può richiedere a ciascun individuo, in ciascuna età e sa che questa quota deve variare nel tempo: sa che non si può chiedere lo stesso livello di appartenenza ad un bambino, ad un adolescente ed ad un adulto, esattamente come non gli si può dare lo stesso cibo.

Questa modulazione è un'operazione molto complessa ma ,fortunatamente, la si apprende automaticamente attraverso i modelli delle famiglie degli antenati e lo si trasmette alle generazioni successive.

Tuttavia questo processo non avviene sempre così normalmente. Anche nella famiglia normale, ci sono delle sfere di indifferenziazione e delle sfere di maggior appartenenza legate talvolta, ad attribuzioni che la famiglia dà ai suoi singoli membri, talvolta a funzioni che la famiglia richiede. Perciò anche in una famiglia che non presenta patologie ci sono, a volte, degli aspetti interni alla famiglia che rendono impossibile una relazione diversa.

Generalizzando, possiamo dire che lo stabilirsi di relazioni normali è possibile se la funzione richiesta dalla famiglia a ciascuno dei suoi membri , in ogni momento del ciclo vitale , non supera quel livello che impedisce l'evolversi, il crescere della persona e lo stabilirsi di relazioni con altri, dentro e fuori della famiglia.

Se, un'attribuzione particolare crea una separazione artificiale, indotta cioè dall'esterno, e questa separazione continua nel tempo, si può creare una difficoltà alla relazione. L'introduzione del parametro evolutivo ha portato inevitabilmente l'attenzione sul tempo ,e successivamente alla storia.

E' molto importante, infatti, tenere presenti più livelli generazionali. Whitaker diceva che per avere un bambino creativo sono necessarie almeno tre generazioni. Ugualmente sono necessarie tre generazioni per creare una situazione di tipo funzionale rigida. Quello che il genitore fa, il figlio lo moltiplica per dieci. Perciò se il genitore è rassicurante, stabilisce un rapporto personale con il proprio coniuge e con il figlio in modo differenziato, il figlio moltiplica tutto questo per dieci. Whitaker dice che il bambino diventa creativo per questo motivo: " moltiplica per dieci" la capacità di usare la famiglia e le relazioni in essa presenti. La sua crescita è maggiore rispetto a quella dei genitori: c'è dunque una crescita maggiore da una generazione all'altra.

Se, viceversa, c'è un'attribuzione funzionale presente già nella famiglia dei nonni, questa continua nella successiva moltiplicata per dieci e, come ha detto Bowen, si può arrivare, in tre generazioni, ad un sintomo.

L'approccio trigenerazionale (Boszormeni Nagy ,Bowen , Framo, Andolfi , de Bernart) nasce da queste considerazioni e reintroduce , appunto, la "storia" che era stata trascurata dal modello strategico e da quello strutturale nella sua prima fase.

Dal trigenerazionale al registro simbolico -metaforico il passo è breve . Lavorare con la storia familiare implica lo studio delle credenze e dei miti , delle immagini e delle metafore tramandate di generazione in generazione ed ancora attuali , a volte in modo inconsapevole.

Per un terapista familiare vedere è importante quanto sentire, se non di più. Solo il confronto fra ciò che vede e ciò che ascolta gli permette, infatti, una lettura più complessa della comunicazione familiare. Fin dalla formazione gli allievi vengono allenati a leggere il linguaggio non verbale insieme a quello verbale e vengono stimolati ad osservare le differenze e le incongruenze. Sulla base di queste è poi possibile costruire ipotesi relazionali di lavoro da verificare in seduta (de Bernart).

Sarà perciò chiaro il motivo per cui fin dall'inizio della Terapia Familiare gli audiovisivi hanno avuto un posto significativo nello strumento del terapista con conseguenze importanti anche sullo sviluppo della stessa tecnica terapeutica.

Mentre imparare a riconoscere singoli elementi comportamentali facilita un discorso parallelo sui contenuti e sulle emozioni, permettendo di esplorare vissuti individuali, apprendere come questi elementi si collegano fra loro in sequenze comportamentali e si strutturano in una relazione, permette di individuare le trame di connessione della comunicazione (Angelo, 1987).

In particolare, nel trattamento di disturbi psicosomatici, è stato da tempo compreso quanto una terapia che usi come strumento il corpo e l'immagine del corpo o della relazione (familiare o di coppia) possa essere più efficace di una terapia che usi il linguaggio verbale (Onnis, de Bernart). Nel trattamento di famiglie che presentino uno o più pazienti psicosomatici e di coppie che presentino disturbi psicosomatici specialmente se di tipo sessuale, noi proponiamo l'utilizzo di strumenti clinici basati sull'immagine sia per la diagnosi che per il trattamento (de Bernart).

Ci sembrava però impossibile far riferimento all' "immagine esterna" della famiglia senza considerare la "famiglia interna". Le immagini forniscono una tecnica processuale diagnostica , attraverso la quale si può accedere alla conoscenza ed alla elaborazione della famiglia interna mediante lo studio di quella esterna.

Il lavoro con le immagini tende a privilegiare il lavoro di costruzione e ricostruzione dell'esperienza attraverso la riattualizzazione e drammatizzazione dell'incontro tra mondi interni nell'area della relazione.

L'immagine tende a proporre un primo livello di rappresentabilità , stabilendo tra i soggetti e la loro storia relazionale una distanza che favorisce l'ascolto reciproco , la pensabilità ed il dialogo. L'immagine infatti é già un modo di dare rappresentabilità a qualcosa che nella famiglia si manifesta a livello di vissuti ed agiti , ed insieme un modo di articolare parti di sé e dell'altro che mette in primo piano il ruolo dell'elaborazione soggettiva nella costruzione dell'area condivisa.

Attraverso l'immagine si può aver e dare accesso a mondi interni non facilmente accessibili e spesso difesi dall'uso del canale verbale , che in questi casi appare svuotato da qualsiasi colorazione emotiva.

Dunque l'uso dell'immagine riporta in primo piano il nesso tra i tre registri pre-verbale, verbale e non -verbale.

Anche se l'uso delle immagini in terapia, e con obiettivi diversi nella formazione, attraverso il collage, il genogramma, le fotografie di famiglia ecc... sembra rimandare più ai comportamenti e alle azioni , tuttavia il significato di queste tecniche risiede proprio nel loro collocarsi in questa interfaccia tra famiglia rappresentata e famiglia reale. L'obiettivo è quello di riaprire uno spazio alla elaborazione soggettiva , confrontando e chiarificando modelli di relazione interiorizzati e schemi di interazione presenti.( de Bernart e Giacometti)

Non bisogna pero' pensare che si tratti di un'operazione puramente cognitiva. Centrale è infatti il ruolo degli affetti da considerarsi organizzatori dell'esperienza e fonti del senso di continuità del Sé attraverso i cambiamenti che intervengono nel ciclo evolutivo individuale e familiare. "In questa prospettiva l'emergere della personalità e del senso di coerenza e costanza del Sé deve essere inserita in un ecosistema costituito da fitte e ricche interazioni ...... tra persona e altro in cui non si può' parlare solo dell'emergere del senso dell'Io e del Tu, ma anche del senso del Noi o del Sé intersoggettivo" come scrive Stern.

Citando Giacometti: "Il lavoro con le immagini tende a privilegiare il lavoro di costruzione e ricostruzione dell'esperienza attraverso la riattualizzazione e drammatizzazione dell'incontro tra mondi interni nell'area della relazione. Le interazioni del qui ed ora riproducono il processo collusivo, l'incastro tra i mondi interni dei partecipanti, le difese interpersonali e l'uso difensivo dell'altro, ma in uno spazio, quello della terapia, in cui l'incastro saturo viene allentato a favore della formazione di un senso nuovo attraverso nuovi nessi. E l'uso dell'immagine tende a proporre già un primo livello di rappresentabilità, stabilendo tra i soggetti e la loro storia relazionale una distanza che favorisce l'ascolto reciproco, la pensabilità e il dialogo. L'immagine, infatti, è già un modo di dare una veste di rappresentabilità a qualcosa che nella famiglia e nella coppia si manifesta ancora a livello di vissuti e di agiti ed, insieme, è un modo di articolare parti di sé e dell'altro che mette in primo piano il ruolo dell'elaborazione soggettiva nella costruzione di un'area condivisa.

Potremo dire che attraverso l'uso delle immagini il terapeuta incoraggia il lavoro di rappresentazione che poggia sulla libertà immaginativa e creativa dell'individuo. E in presenza di una situazione patologica sappiamo che prevalgono la ripetizione, un arresto dell'attività creativa, il registro interattivo e una qualità delle interazioni che rimanda al modello stimolo-risposta. Il problema , chiaramente, non è quello del prevalere del registro interattivo, ma quello della qualità delle interazioni, del prevalere di meccanismi di scissione (contrari all'obiettivo dell'integrazione), di espulsione (contrari all'obiettivo della differenziazione), di negazione (contrari all'obiettivo del riconoscimento delle differenze), di proiezione (contrari all'apprendere dall'esperienza). E dal punto di vista del tempo l'"altrove" (il transfert) sembra prevalere nettamente sul qui ed ora (la relazione) . Lo spazio affettivo, mentale e relazionale è occupato da immagini che hanno perso flessibilità, mobilità e plasticità, acquistando, al contrario, un'eccessiva precisione, stabilità e concretezza. In questo modo l'immagine di sè, dell'altro e della relazione perde il suo valore positivo di orientamento e di guida nel processo di conoscenza e di adattamento alla realtà , per diventare attività di semplice riproduzione , imitazione e condensazione.

In questi casi il problema è di restituire alle parole la loro colorazione affettiva e di costruire uno spazio di rappresentabilità dell'esperienza, in cui possano essere contenute e comprese le immagini temute di sé e dell'altro, con la fiducia che nel tempo possano prendere forma nella relazione personaggi diversi. Per questo non basta che il terapeuta agisca sui rinforzi né è utile che sostituisca la sua attività immaginativa a quella del paziente o che anticipi o colga precocemente in base alle sue conoscenze teoriche ciò' che ancora non è emerso nel qui ed ora della seduta. Deve piuttosto lavorare alla costruzione di uno spazio relazionale in cui trovino modo e tempo di prendere forma stati d'animo , elementi conflittuali dell'esperienza e aspetti di sé avvertiti come dissonanti, e qualche volta inconciliabili, favorendo la riattivazione di un'attività fantasmatica. in altre parole dato che la funzione terapeutica è diversa da un processo conoscitivo o dall'attacco aggressivo contro il male che imprigiona la famiglia nella sofferenza, il primo compito del terapeuta è di accettare e accogliere la storia del paziente e della famiglia, non per riconoscere che qualcosa non va, ma per far spazio nella propria mente a una rappresentazione dotata di senso, evolutiva, della situazione familiare."(Giacometti)

Infine i terapisti familiare ad orientamento analitico hanno fatto diverse proposte .Già Stierlin proponeva i contrapposti modelli familiari centripeti e centrifughi, mentre i gruppoanalisti (Pontalti et al.),parlavano di "indifferenziato trigenerazionale" e di "matrice familiare" , la cui incapacità di elaborare i temi culturali familiari porterebbe alla patologia. Gli autori francesi (Eiguer, Ruffiot et al.) parlano invece di organizzatori della vita inconscia familiare (scelta dell'oggetto, Sé familiare e fantasmi condivisi),e di "indicatori diagnostici "(qualità dei sintomi, differenti tipi di angosce , di difese e di relazioni oggettuali, miti ed ideali, qualità funzionale dell'onirismo familiare).

Più interessante appare la scuola di Meltzer che valuta , come é noto, le funzioni educative della famiglia e la capacità ad affrontare la sofferenza psichica , legando lo sviluppo alla modulazione di essa.

Infine Nicolò e Zavattini propongono di considerare la famiglia come un sistema interiorizzato di relazioni da valutare insieme a quella esterna reale. Riprendono inoltre il concetto di famiglia come contesto di apprendimento e come matrice dell'identità individuale. Essa funzionerebbe quindi come un sistema mentale comune ma anche come uno "spazio transizionale" tra i suoi membri . La valutazione della famiglia , dunque , deve muoversi fra questi due poli : famiglia esterna e famiglia interiorizzata attraverso tre punti di vista: posizionale , di politica economica e spaziale. Il primo fa riferimento ai concetti Kleiniani e divide le famiglie in depressive e schizo-paranoidi. Il secondo valuta le strategia della distribuzione della sofferenza mentale (chi la porta, a chi appartiene , come viene evitata , evacuata , modificata, elaborata?). Il terzo , infine, fa riferimento, secondo l'ottica Kleiniana, al mondo interno ed allo spazio dentro di Sé , dentro l'oggetto e fra gli oggetti. Vengono ripresi naturalmente i concetti di scissione, dissociazione e frammentazione del Sé e degli altri oggetti, postulando il meccanismo dell'identificazione proiettiva come meccanismo per dislocare fuori di Sé , nell'altro, parti indesiderate , scisse dal Sé . Il figlio adolescente , ad esempio può essere il contenitore di fantasie non elaborate dai genitori - ma visibili in lui - come materiale indigesto che può divenire sintomo.

Nicolò e Zavattini definiscono poi la necessità di effettuare la valutazione sulla famiglia in toto e sulla coppia genitoriale, contesi fra di loro interconnessi. Per la prima valutazione si osserveranno il funzionamento del sistema e dei sottosistemi (anche quello dei fratelli ) nonché le dinamiche trigenerazionali ed i rapporti educativi dei genitori con ciascun figlio. Per la seconda si dovrà artificialmente distinguere fra le funzioni coniugali e quelle genitoriali della coppia. Tuttavia risulteranno importanti la presenza di solidi confini fra la coppia ed il resto della famiglia sia nucleare che estesa, il rispetto della segretezza (delimitazione dei confini del Sé), il riconoscimento dell'autonomia di ciascuno, la capacità reciproca di identificarsi gli uni con gli altri, e di contenere ed elaborare il lutto connesso con la separazione e la crescita, il riconoscimento della nuova nuova immagine sessuata dell'adolescente, una corretta definizione gerarchica di ruoli e funzioni. Quest'ultimo punto è particolarmente importante perché significa che nessuno dei figli viene "parentificato", cosa che sarebbe segno di una grave problema all'interno della coppia genitoriale. Come si vede, quest'approccio, pur essenzialmente legato all'ottica analitica indaga la personalità dei singoli genitori e la natura complementare del loro legame, superando l'impasse, a lungo presente nell'ottica psicodinamica del ritenere la sola madre responsabile dei problemi del figlio.

Se al pensiero sistemico va il merito di aver scoperto l'importanza del contesto ambientale, delle interazioni e del reale e di aver superato il concetto di causalità lineare, a questo nuovo approccio analitico va il merito di aver superato l'impostazione psicoanalitica classica, di utilizzare unità diverse da quelle della diade e di analizzare gli affetti ed i legami fra le persone.

 

 

IL TERAPISTA E LA RELAZIONE TERAPEUTICA

 

Più recentemente il fuoco si é spostato sul terapista e sui suoi problemi. L'ottica cognitivo-costruttivista, ad esempio, ha portato a sposare anche punti di vista piuttosto radicali come quello della "Conversazione" con la famiglia o con il paziente.

Anche spostando l'attenzione sulla relazione terapeutica si rischia , però, di "riscoprire l'acqua calda", dato il grande studio su transfert e controtransfert già compiuto dagli psicoanalisti. Sempre più spesso nuovi contributi di autori di ottica diversa risultano , ad una lettura attenta, traduzioni in un altro linguaggio ( costruttivista o sistemico) delle osservazioni già fatte dagli analisti ; e viceversa.

Tuttavia sempre di più i terapisti sentono il bisogno di avere modelli da applicare e manifestano la necessità di elaborare parametri e strumenti diagnostici per decidere quali modelli applicare a quali situazioni cliniche. La creazione di modelli di intervento ad hoc è per ora risultata piuttosto deludente. ricordiamo ad esempio l'uso del paradosso o della prescrizione invariante per la psicosi e l' anoressia e della terapia strutturale per le famiglie con tossicomani, caratteriali, problemi di comportamento o problemi infantili. Spesso , in passato, i modelli di intervento elaborati da una scuola venivano applicati pedissequamente a tutte le situazioni : per esempio la "provocazione" creata per rompere la rigidità di famiglie portatrici di psicosi cronica veniva applicata anche alla fobia scolare.

Infine questa grande confusione ha suggerito spesso il ricorso alle "scienze forti" chiamate in appoggio e a sostegno delle teorie e pratiche cliniche (Prigogyne, Maturana e Varela , teoria delle catastrofi , etc.)

Sembra insomma che il principale tentativo sia quello di far rientrare nel modello quello che si cerca.

Il risultato é che ognuno cura ciò che è più vicino al suo modello, ed i pazienti vanno dal terapista che offre il modello terapeutico più idoneo al loro modo di essere . Ma anche i terapeuti, naturalmente, attirano i pazienti più adatti al loro modello.

 

INDICAZIONI E CONTROINDICAZIONI PER UNA PSICOTERAPIA FAMILIARE

 

Nella valutazione diagnostica non possiamo non tener conto anche di alcune indicazioni e controindicazioni per la psicoterapia familiare.

Alcuni autori preferiscono utilizzare la terapia familiare nelle situazioni di crisi oppure quando il problema riguarda evidentemente tutta la famiglia e non il singolo. Noi riteniamo che sia genericamente sempre molto utile effettuare una prima fase diagnostica con la famiglia, anche nelle situazioni in cui poi potrà essere più efficace (particolarmente nell'adolescenza) continuare con un lavoro individuale. Tuttavia in alcune situazioni il lavoro nella prima fase con la famiglia è indispensabile. particolarmente con pazienti psicotici e con pazienti anoressiche data la loro difficoltà a difendere il proprio spazio individuale abbastanza da poter effettuare una richiesta di terapia e mantenerla nel tempo. I sintomi psicosomatici, in genere, trovano un miglior aiuto nella terapia familiare e particolarmente nelle nuove tecniche dell'immagine e dell'uso del corpo. Nelle situazione dove il problema appaia transitorio e amplificato esageratamente dalla famiglia, in quelle in cui prevale sia per l'adolescente che per la famiglia l'agire come modalità concreta di comunicazione o di evacuazione della tensione, in quelle in cui il problema dell'adolescente appare essere una risposta difensiva ai problemi della coppia genitoriale o di uno dei genitori, infine in quelle in cui l'adolescente rifiuta un trattamento individuale manifestamente necessario, Nicolò e Zavattini ritengono opportuna l'indicazione di terapia della famiglia. Infine sarà opportuno ricordare che è sempre necessaria una pianificazione complessa di numerose forme di trattamento che possano essere coniugate insieme. In taluni casi, come la tossicodipendenza, la terapia familiare può essere utile solo come inizio del processo terapeutico e deve andare di pari passo con interventi farmacologici , sociali e comunitari, nella psicosi è spesso necessario un trattamento ospedaliero, farmacologico e psicoterapico individuale, nel borderline deve essere associato un trattamento gruppale, nell'anoressia sono a volte necessari interventi medici o comportamentistici, e così via.

Sembrano , al contrario controindicazioni alla terapia familiare gravi situazioni paranoiche (per l'intolleranza rispetto al setting) e famiglie in cui il paziente designato sia il figlio adottivo, per la difficoltà da parte della famiglia ad accettare di essere - anche in parte - responsabile dei problemi del figlio, sempre attribuiti , al contrario ,alla famiglia d'origine biologica o all'ambiente istituzionale in cui egli ha vissuto nella prima infanzia

 

ALCUNE OSSERVAZIONI CRITICHE

 

Non dovendo difendere un particolare marchio di fabbrica , perché il nostro Istituto ha scelto sempre il confronto e la curiosità come stimolo guida, abbiamo avuto la possibilità di sperimentare più modelli di valutazione diagnostica e di intervento : provocazione, prescrizione invariante, interventi più psicoanalitici, terapie strutturali etc.

Abbiamo applicato i modelli degli altri quando ci sembrava opportuno ed abbiamo "scoperto" alcune semplici cose.

L'ottica relazionale spiega molto bene ciò che avviene fra le persone, ma quando si rivolge all'interno dell'individuo ci sono alcune difficoltà e interviene la tentazione di richiamarsi ad ottiche "forti" preesistenti.

Nella migliore delle ipotesi capita che le altre letture vengano tradotte nei linguaggi diversi , cioè che cose già spiegate dalla psicoanalisi siano rispiegate in "costruttivese" e viceversa.

La Terapia Familiare non basta a se stessa (come anche le altre tecniche ) ma é più spesso parte di un processo terapeutico più complesso che include sempre altre forme d'intervento, psicoterapeutico e non. Talvolta tutti questi interventi con individuo gruppo , famiglie etc. possono essere collegati , ma sempre si deve tenere conto di questa complessità.

Anche il tentativo di creare modelli di intervento secondo la nosografia classica non risponde alle necessità. Ad esempio la psicosi cronica talvolta risponde alla provocazione e al paradosso o alla prescrizione invariante , ma talvolta , al contrario, l'intervento induce il delirio, e non raramente ne fornisce addirittura il contenuto. In questi casi , perciò risulta più efficace una terapia non intrusiva.

Forse questo può essere risolto dandosi criteri diagnostici più sottili e precisi per distinguere all'interno delle categorie nosografiche classiche (le schizofrenie, le depressioni)., ma anche all'interno degli stili di comunicazione e delle capacità emotivo-affettivo-evolutive della famiglia. Ci sono tentativi - in corso - di produrre questi risultati nella diagnosi familiare sia con l'ottica sistemico - relazionale, sia con quella psicoanalitica sia con quella cognitivo-costruttivista, non bisogna però fermarsi alla categoria diagnostica ma andare oltre.

Per poter verificare queste nuove ipotesi diagnostiche si dovranno effettuare valutazioni più accurate e numerose dei risultati della terapia. I follow - up ben fatti sono di grande aiuto, ma dovrebbero essere fatti da altri , altrimenti é di nuovo facile che ciascuno trovi ciò che cerca.

A volte poi il problema , apparentemente risolto nell'infanzia, si ripresenta sotto altra forma nell'adolescenza , magari come sintomo somatico, o migra altrove nella famiglia. Come distinguere, e come capire quando é meglio non utilizzare le enormi potenzialità della terapia familiare per avere magari un risultato veloce nell'infanzia per poi subire una ricaduta più avanti ? Quale intervento diagnostico ci potrà chiarire quali terapie conviene "rallentare" ed approfondire ? E'questo un argomento estremamente delicato sul piano etico.

Non ci sono attualmente modelli esaustivi in nessuna scuola, orientamento o stile; occorre ancora sperimentare nuovi modelli e nuove soluzioni.

La necessità di avere certezze e di essere fedeli a modelli porta o alla rigidità o , nella migliore delle ipotesi a bruschi cambiamenti periodici con l'abbandono precoce anche di cose buone.

La necessità di certezze é umana ma fallimentare. proprio mentre le scienze forti si liberano dei legami e vanno verso l'incertezza , noi facciamo il percorso contrario. Ma le leggi scientifiche sono , forse, solo un nostro bisogno di regolamentare il caos.

La relazione terapeutica con il paziente e con la sua famiglia dovrà sempre comunque appoggiarsi su qualcosa di solido cioè su di una teoria di riferimento provvisoria e su una diagnosi temporanea e processuale da utilizzare come base sicura.

Ma questa sarà tanto più sicura quanto il terapista saprà che la sta usando proprio a questo scopo e non sarà imprigionato ed usato da essa.

 

 

 

 

 

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ZAVATTINI G.C. ,GIACOMETTI K. , MONTINARI G. , PEDE P. , SPINELLI G. "L' Adolescenza come sfida evolutiva: una prospettiva psicoanalitica" in: BASSOLI F. , MARIOTTI M. , ONNIS L. "L'Adolescente e i suoi Sistemi" Kappa , Roma, 1994.

 

 



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