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Per:
Mario Pissacroia (a cura di)
"Trattato di Psicopatologia dell'Adolescenza"
Tomo I° I Metodi Diagnostici
Piccin Editore 1996
Rodolfo de Bernart ° , Cristina Dobrowolski°°
° Psichiatra , Direttore , Istituto di Terapia
Familiare di Firenze
°°Psicologo , Direttore Didattica , Istituto
di Terapia Familiare di Firenze
"Inquadramenti Diagnostici delle Patologia
Familiari nell' Adolescenza"
ADOLESCENZA NORMALE E CICLO VITALE FAMILIARE
Nel nostro lavoro partiremo dal concetto di ciclo vitale nel suo
duplice aspetto individuale e familiare, di cui vanno sempre tenuti
presenti le interconnessioni e l' influenzamento reciproco con andamento
spiraliforme . E' anche importante ricordare le sincronie e discronie
che si presentano tra evoluzione individuale, cioè dei singoli
membri e l' evoluzione del sistema familiare.
Se consideriamo la famiglia come un organismo vivente dobbiamo
immaginarci un momento in cui essa viene concepita , un periodo
in cui si sviluppa in un ambito protetto , un momento in cui nasce,
ed ancora periodi diversi di crescita, fino alla naturale ed inevitabile
morte.
Convenzionalmente possiamo fissare l'istante del concepimento della
futura famiglia nel momento dell'incontro dei due membri della coppia
che poi la formeranno ; la gestazione è, naturalmente , il
periodo di conoscenza ed eventualmente di fidanzamento , mentre
risulterà chiaro a tutti che la nascita avviene nel momento
in cui i due partners decidono di convivere o , meglio ancora ,
di sposarsi.
Dalla nascita alla morte la famiglia attraverserà altre
fasi del suo "ciclo vitale" .
Ogni fase è caratterizzata da eventi diversi , ma , soprattutto,
dall'aggiungersi di nuovi membri (per nascita , per matrimonio etc
) o dalla perdita di altri ( per allontanamento , per divorzio ,
per morte , etc ).
Naturalmente la scelta dell'incontro dei due membri come momento
del concepimento della famiglia è del tutto arbitraria. Noi
sappiamo ,infatti , che alle spalle di queste due persone esistono
due famiglie d'origine, ciascuna delle quali con una storia ed una
cultura che avranno ,inevitabilmente , un'influenza sulla nuova
famiglia .
Al momento dell'incontro ciascuno dei due partners porta , infatti,
con sè tutto il bagaglio culturale della propria famiglia
d'origine. Ama e condivide solo una parte di questa eredità
familiare , ma è influenzato da tutto l'insieme di essa.
Il suo personale processo di crescita , infatti , non è
certamente stato completato. Le coppie , normalmente, si formano
nella fase adolescenziale o, nella migliore delle ipotesi , nella
cosiddetta fase del "giovane adulto" , cioè nella seconda
o nella terza decade ( fra i quindici ed i venti , o fra i venti
ed i trent' anni ).
Ma ,come ormai molti autori sono d'accordo nell'affermare, seguendo
le osservazioni di Williamson, il vero distacco dalla famiglia e
,quindi , la vera crescita dell'individuo rispetto alla sua famiglia
d'origine, non avviene nell'adolescenza ma solamente fra i trenta
ed i quarant' anni , cioè nella quarta decade.
Questo perché soltanto in questa fase l'individuo ha gli
strumenti per poter guardare criticamente alla sua famiglia d'origine,
e fare così una scelta più precisa e definita di ciò
che vuole conservare e di ciò che vuole , al contrario ,
rifiutare ed abbandonare della propria cultura familiare d'origine
.
Fra i trenta ed i quarant'anni , infatti, si sono definite maggiormente
alcune situazioni fondamentali per la vita di una persona : si è
raggiunto generalmente un ruolo professionale più definito
e talvolta più significativo, si è ottenuta un'indipendenza
economica dalla famiglia d'origine , si è stabilizzata la
propria posizione affettiva in un matrimonio, si è divenuti
genitori .
Da queste posizioni acquisite un individuo può guardare
alle scelte dei suoi genitori in maniera diversa, e differenziarsi
attraverso l'affermazione e la difesa delle sue scelte.
La famiglia d'origine può permettere , incoraggiare , o
anche rallentare o addirittura rendere impossibile la crescita di
un individuo.
La famiglia ideale è quella all'interno della quale la crescita
del singolo membro viene aiutata o addirittura potenziata, comunque
non ostacolata dagli altri. Perché questo avvenga è
necessario prima di tutto che ciascuno dei membri possa aiutare
gli altri in questa crescita svolgendo per suo conto una funzione
di critica costruttiva, ed è indispensabile che ciascuno
dei membri permetta agli altri di aiutarlo, e si fidi di loro .
Gli impegni della vita ,il lavoro , i figli , il cosiddetto " quotidiano",
possono riempire anche per molti anni la vita di una coppia .
Ma se la relazione di coppia non si é stabilizzata, si tratta
solo di un rinvio temporaneo : nella successiva fase del ciclo vitale
scoppierà una nuova crisi . Quando i figli adolescenti cominceranno
a crescere e diventeranno indipendenti , quando non daranno più
problemi importanti , quando usciranno di casa definitivamente ,
e la coppia sperimenterà la cosiddetta sindrome "del nido
vuoto".
Molto spesso questa fase é fonte di gravi problemi per le
coppie che hanno avuto scarsa o nessuna esperienza di coppia sola
nel passato. Si tratta di coppie che si sono sposate già
in attesa del primo figlio , oppure che sono andate a convivere
con una delle due famiglie d'origine , o che , per altri motivi,
non hanno potuto sperimentare all'inizio del loro rapporto una convivenza
in coppia da soli. In tutti questi casi , ma anche in altre situazioni,
l 'uscita dei figli può rappresentare un problema per l'incapacità
a progettare spazi di coppia , mai sperimentati o dimenticati per
il troppo tempo trascorso.
Per questo noi riteniamo importante che la coppia difenda fin dall'inizio
i propri spazi, anche se dovranno essere faticosamente ritagliati
o perché i bambini sono piccoli o perché si torna
stanchi da una giornata di lavoro. E' fondamentale mantenere viva
la curiosità di sperimentare - ad esempio - il nuovo ristorante
di cui tanto si parla , o di vedere l'ultimo film del regista preferito
, o di ritornare a mangiare una pizza nel localino frequentato da
fidanzati. Ma può bastare anche la capacità di creare
in casa la sera uno spazio anche minimo di relax di coppia, purché'
lo si difenda ad oltranza da tutte le possibili invasioni , non
ultima il sonno ! Mantenere vivi questi spazi permetterà
di conservare , anche se in alcune fasi ad un livello minimo di
sopravvivenza, l'intimità di coppia, per averla a disposizione
più avanti, quando risulterà indispensabile.
Se non temessimo di apparire un pò troppo radicali, ci
sentiremmo di affermare che la coppia deve essere messa avanti a
tutto: non solo alle famiglie d'origine ma anche ai figli ; perché
solo se essa funziona bene e resta stabile , anche tutto il resto
continuerà a funzionare nel modo migliore.
Se la coppia non riesce a fare questa crescita o a vivere la sua
crisi in se stessa , spesso "triangola" un figlio come distanziatore
o separatore fino dall'infanzia.
E' nell'adolescenza però che i nodi vengono al pettine ,
perché le istanze di crescita e di identificazione - separazione
, fisiologiche in questa fase , si scontrano con le necessità
funzionali espresse con forza ed emotività dalla famiglia.
Come sperimentare l' indipendenza ed esplorare il mondo esterno
e contemporaneamente restare a casa per continuare la propria funzione
di separatore - distanziatore ? Un adolescente si trova spesso di
fronte a questo dilemma ed il più delle volte non trova altra
soluzione per risolverlo che la produzione di un sintomo.
LA NORMALITA'
Nella mente dei terapisti familiari, come d'altronde in quella
della maggioranza delle persone , sono presenti alcuni luoghi comuni
e visioni parziali rispetto all'adolescenza. Studiare la normalità
pensiamo, perciò, ci possa aiutare ad avere punti di riferimento
più precisi; anche se la normalità - il concetto di
famiglia normale - è stato ed è un concetto molto
criticato almeno da una parte dei terapisti familiari . Non si dovrebbe
parlare di normalità - si osserva - perché la normalità
non si può definire o si può definire solo per negazione,
come assenza di patologia.
Crediamo , tuttavia, di dover avere punti di riferimento più
precisi per affrontare la clinica dotati di una mappa che almeno
si avvicini al territorio esplorato. A nostro avviso, infatti, rifiutare
di darsi riferimenti attraverso la definizione di normalità
é una posizione altrettanto rigida che formulare una visione
ristretta di essa. Perché dentro di noi abbiamo comunque
una visione della normalità e la utilizziamo quando lavoriamo
con i nostri pazienti. Se non ci procuriamo una visione un pò
più ampia della normalità faremo riferimento inevitabilmente
alla nostra famiglia di origine, in un senso o nell'altro, cioè
in positivo ,considerando insomma, il suo modello culturale come
positivo o, più spesso, proprio per il fatto di essere terapisti
familiari, in negativo.
Ampliare il concetto di normalità non è , però,
cosa tanto facile, perché non c'è, per esempio, molta
letteratura su questo argomento. Ci sono naturalmente alcuni contributi
di tipo sociologico o di tipo etologico, ma non c'è molto
nell'orientamento relazionale, qualcosa di più in campo psicodinamico.
Per l'ottica relazionale é d'obbligo citare il volume - molto
legato alla cultura americana- della Walsh, tradotto in italiano,
il lavoro della Scabini, che sicuramente è una pietra miliare
rispetto al concetto di normalità ed ,infine, una raccolta
di lezioni universitarie di Andolfi, ed in campo psicodinamico forse
potremmo citare Blos, Gislon, Kerstenberg, Meltzer, Novelletto,
Pandolfi e Senise, mentre a ponte tra le due ottiche si pongono
i contributi di Nicolò e Ferraris, Nicolò e Zavattini,
Zavattini , e Zavattini,Giacometti e Montinari.
Certo il problema del definire la normalità ci porta alla
questione dell'oggettività, ed é noto quanti di noi
siano oggi più portati a preferire la soggettività,
a definire addirittura un'impossibilità dell'oggettività
in una posizione costruttivista radicale. Ma se vogliamo avere una
possibilità di entrare più in profondo nelle dinamiche
familiari, di andare oltre quello che si vede, oltre alle interazioni,
, dobbiamo far riferimento almeno ad un concetto di evolutività
normale. Anche perché ci sono elementi di normalità
che noi possiamo applicare nel nostro lavoro clinico. Facciamo un
esempio per tutti: uno dei tanti luoghi comuni , forse abbastanza
vero, è che l'adolescente quando comincia a staccarsi dalla
cultura familiare comincia ad appoggiarsi ad altre strutture, una
delle quali è il gruppo dei pari, dei coetanei. Siamo abituati
a vedere i gruppi di adolescenti vestiti tutti allo stesso modo,
con le stesse scarpe, gli stessi giubbotti, con lo stesso linguaggio.
Questa osservazione è di dominio comune, ma è molto
meno diffuso, al contrario, che si pensi ad una terapia gruppale
degli adolescenti. Noi terapisti familiari continuamo a proporre
per i problemi dell'adolescenza una terapia familiare associata
ad una terapia individuale a volte contemporanea, a volte differita;
pochissimi autori iniziano oggi a parlare di una possibilità
di terapia gruppale associata alla terapia familiare. Ma se pensiamo
che la maniera naturale di cominciare a pensare di poter uscire
dalla propria famiglia è quella di criticare la propria cultura
familiare e di crearne un'altra, che non può essere ancora
individuale, ma deve essere più spesso gruppale, ed è
questa una possibile mediazione verso la formazione di una cultura
individuale, allora perché non pensare che anche la mediazione
terapeutica per l'uscita da una situazione problematica familiare
non sia, dopo la terapia familiare , una terapia di gruppo, piuttosto
che una terapia individuale ? Uno degli autori di questo contributo
(de Bernart) ne ha proposto l'uso nel trattamento del bordeline
in un capitolo di un manuale di Terapia Relazionale (Malagoli-Togliatti
e Telfner) recentemente pubblicato. Ma questo tipo di intervento
combinato familiare - gruppale non è stato sperimentato in
modo soddisfacente. Forse siamo troppo abituati a lavorare con i
nostri strumenti che sono quell'individuale e quello familiare e
diventa faticoso sperimentare qualcosa altro, o forse siamo anche
noi soggetti all'idea comune che l'adolescenza sia l'età
dello svincolo e riteniamo che sia più congrua una proposta
individuale per rendere più facile un'identificazione ed
una differenziazione . Nel suo contributo la Guidi sostiene appunto
che il gruppo sociale permette di avere un confronto con gli altri
e di offrire stimoli per diverse e svariate forme di identificazione.
Esso é quindi di grande aiuto al fragile Io adolescenziale
soggetto a frequenti improvvisi e reversibili stati di passività,
proprio per il fatto di rendere necessaria la continua mediazione
fra le esigenze del reale e quelle delle diverse istanze psichiche.
Il ruolo , acquisito nel gruppo, permette di svolgere un'attività
"lavorativa" favorendo l'uso e lo sviluppo di talenti e capacità
individuali e lo scarico di energie libidiche. L'assunzione di ruoli
risulta pertanto indispensabile per l'equilibrio e lo sviluppo della
personalità.
Nei vari gruppi a cui aderisce , l'adolescente porta , infatti,
sia il bisogno di mettere alla prova la sua attività , che
di verificare i suoi giudizi e valori attraverso il parere degli
altri, sia il bisogno di sicurezza e protezione. In questo modo
diminuisce la tentazione di restare fermi a modalità di comportamento
infantili nel tentativo di recuperare la sicurezza derivante dalla
protezione dei genitori. Si ha invece un confronto con se stessi
e gli altri (coetanei) continuo e costruttivo, che consente un innalzamento
dell'autostima, che deriva dal verificare la propria coerenza tra
comportamento e valori morali personali e giudizi, e che viene sostenuto
dal gruppo dove trova conferma e rinforzo. La contrapposizione critica
al mondo degli adulti ed alle ideologie di altri gruppi deve avvenire
nel confronto con l'altro e con le parti rifiutate di se stesso.
Si costruisce così la propria visione del mondo e la propria
modalità individuale di comportamento. L'avere un ruolo nel
gruppo offre una funzione di rassicurazione sulle angosce dell'individuo
e soddisfa il bisogno di sicurezza. Il gruppo infatti ha una sua
gerarchia e una sua ideologia che protegge dall'esterno e sollecita
fantasie di dipendenza infantile e stimola strutture arcaiche e
regressive della personalità. In seguito , a seconda della
variazione della forza dell'Io e del prevalere degli interessi più
infantili di obbedienza o di quelli più recenti di ricerca
e critica, l'adolescente oscilla fra l'uso del gruppo come protezione
e rassicurazione oppure stimolo e sostegno alla sperimentazione.
Più avanti il non verificarsi delle pericolose fantasie inconsce
di distruzione di Sé e dell'oggetto , nonostante che venga
messa in atto la temuta opposizione verso un'autorità libidicamente
investita, può rendere possibile un'ulteriore separazione.(Guidi).
senza il gruppo l'adolescente può a volte trovarsi in difficoltà
nel lasciare una posizione di dipendenza infantile dai genitori
che viene sempre più aiutata dal prolungarsi nel tempo della
dipendenza economica dai genitori. Erickson sosteneva che la crisi
d'identità , tipica dell'adolescenza, é risolvibile
solo attraverso nuove identificazioni con coetanei ( il gruppo)
o figure guida al di fuori della famiglia( il cosiddetto mentore).
La ricerca di questa identità avviene attraverso il continuo
sforzo di definire e ridefinire se stesso e gli altri in confronti
spesso crudeli. Se la definizione in positivo non riesce si può
avere una svolta verso identità negative soprattutto in situazioni
sociali dove é più difficile avere a disposizione
identità positive con le quali identificarsi. Se queste identità
negative sono accettate come reali e naturali dagli adulti (insegnanti
, giudici, psichiatri) l'adolescente si può impegnare nel
diventare esattamente ciò che la comunità si aspetta
che diventi.(Erickson).
Un altro luogo comune é quello dello "svincolo adolescenziale"
. Per noi l'idea che l'adolescente debba "svincolarsi" è
un'idea totalmente sbagliata. Non pensiamo che non se ne debba andare
da casa, crediamo che stia facendo solo le prove; che in una situazione
di normalità l'adolescente cerca di fare cose non solo diverse
ma addirittura opposte a quelle della sua cultura familiare , e
,attraverso queste prove trova nel tempo il modo più naturale
per una crescita .E' necessario insomma che sperimenti l'opposto
della sua cultura familiare per approdare a qualcosa di diverso,
ad una mediazione fra quello che ha provato e quello che la sua
famiglia difendeva. Ma l'idea che debba svincolarsi molto presto
è un'idea legata a culture anglosassoni che, in fondo sono
distanti dalla nostra visione mediterranea matriarcale. Forse più
che in altri paesi europei questo ha fatto si che lo svincolo reale
dell'adolescente dalla famiglia di origine avvenga in Italia molto
più in là nel tempo; e ci riferiamo qui anche allo
svincolo pratico, all'uscita di casa, alla possibilità di
essere indipendente, di avere una casa. Sappiamo tutti più
o meno quali sono i problemi sociali oggi, qual'è la difficoltà
per i giovani a trovare una collocazione lavorativa ed a procurarsi
un'abitazione propria. In altri paesi si esce di casa molto presto:
in America , nel Nord Europa, per esempio, si va via di casa intorno
ai 18 anni. Anche in queste culture comunque parlare di svincolo
è prematuro: come ricordavamo nel precedente paragrafo, Williamson
alcuni anni fa ha scritto un bellissimo articolo in cui sosteneva
che il reale svincolo dalla famiglia è fra i 30 e 40 anni,
non certo nell'adolescenza. Ma allora questo significa almeno due
cose. Che noi non dobbiamo forzare questo svincolo come terapisti,
dobbiamo capire bene come esso avviene nella normalità per
poterlo riprodurre anche nella clinica. E il secondo punto è
che non sempre si esce individualmente dalla propria famiglia. Un
altro luogo comune è che uscire dalla propria famiglia significa
individuarsi da soli ; non è detto che sia così. Se
la crescita si completa fra i 30 e 40 anni dobbiamo considerare
che l'individuazione spesso avviene quando l'individuo ha già
formato una coppia. Può essere allora che egli trovi un partner
con cui riesce a fare questa individuazione, che lo aiuta a fare
questa separazione dalla famiglia e questa sua crescita, può
darsi invece che non lo trovi, ma anche questo mette in questione
la logica individuale che forse sta nella mente e nella cultura
dei terapisti, ma non in quelle delle persone.
Ci sembra inoltre importante sottolineare che l'adolescenza è
caratterizzata soprattutto dalla grande modificazione corporea che
incide sulla psiche non meno di tante altre cose che succedono contemporaneamente.
Noi abbiamo sempre una tendenza ad avere una visione psicosomatica
e molto poco somatopsichica. Pensiamo invece che sia abbastanza
importante tenere presente anche il punto di vista somatopsichico,
cioè , in questo caso, quanto la nostra psiche può
essere modificata dalla nostra immagine corporea. Nella normalità
gli adolescenti devono confrontarsi con la trasformazione corporea
legata alla "tempesta ormonica" che li colpisce. Questo comporta
naturalmente una capacità di accettazione di Se' nella trasformazione
e una disposizione a sostenere i nuovi confronti con il proprio
e con l'altro sesso tipici di questa età. Tipicamente il
sintomo nell'adolescenza può essere espresso attraverso il
corpo, attraverso gravi modificazioni , che spesso vengono scotomizzate
. Non sono solo i pazienti adolescenti a scotomizzarle , ma anche
i familiari. Tanto che il primo compito dei terapisti è ,
a nostro avviso, quello di confrontare decisamente questi aspetti
corporei e questa lettura distorta della realtà . Questo
per il semplice motivo che nessuno lo fa in famiglia . In questo
tipo di famiglie tutti tacciono ed il terapista può prendersi
uno spazio solo se si confronta decisamente con questa situazione
immediatamente e cioè nei primi minuti della seduta, pena
la perdita della relazione terapeutica. A questa prima fase di confrontazione
deve , naturalmente, seguire una seconda fase in cui si passa oltre
questo aspetto superficiale e si agganciano i veri bisogni che sono
espressi da questa distorsione corporea e mentale. E la terza fase
, dopo la lettura relazionale di queste difficoltà, è
lavorare anche con i genitori, perché possano prendere atto
di questa situazione e modifichino il loro comportamento. Solo se
riusciamo a passare queste tre fasi è possibile iniziare
un processo terapeutico che poi certamente ha altre articolazioni,
fra le quali anche un lavoro individuale o di gruppo. La cosa peggiore
per questi adolescenti è sentire che, nonostante urlino così
forte con i loro corpo, nessuno li sente, o , peggio, tutti fanno
finta di non sentirli, per cui non resta loro che urlare ancora
più forte. I terapeuti dovranno perciò , prima di
andare oltre, comunicare: "ti abbiamo sentito", "ti possiamo rispondere".
Solo quando il paziente ha capito e si è affidato perché
finalmente qualcuno gli ha risposto, possiamo entrare nel significato
del sintomo più profondo, più difficile anche da comprendere.
Studiare la normalità è anche andare a rivedere
questi luoghi comuni ed altri ancora che qui non abbiamo lo spazio
di trattare, e vedere quanti sono ancora veri; ma soprattutto quanti
sono utilizzabili e quanti ci hanno invece limitato o indirizzato
verso strade errate nella nostra attività clinica.
Vorremmo poi sottolineare l'importanza dell'immagine. Lavorare
sulla normalità è molto più facile se utilizziamo
come strumento l'immagine (de Bernart). L'obiettivo che noi abbiamo
è infatti allargare il concetto di normalità del terapista,
renderlo più complesso. Le immagini ci aiutano in tanti modi.
Un modo è quello dello studio di fotografie familiari, che
noi utilizziamo da tempo nei corsi introduttivi all'Ottica Relazionale.
Un altro modo è quello di utilizzare film per poter cambiare
anche i contesti culturali, e , passando per altre culture, costruire
nell'allievo una visione più complessa della normalità.
Questa non è una cosa di poco conto, oggi che dobbiamo confrontarci
con una famiglia che non è più tanto standard , come
continuiamo ad immaginarcela. Si pensi che soltanto l'8% delle famiglie
americane e circa il 20% di quelle italiane sono composte da padre,
madre ed un figlio biologico che convivono insieme, senza altri
conviventi : cioè quello che una volta si considerava la
famiglia normale . La maggioranza delle altre famiglie segue altri
modelli: nuclei di figli che vivono con un solo genitore, altri
che vivono con i nonni, altri con genitori che hanno "ricostruito"
famiglie con nuovi partner etc. Ma noi terapisti continuiamo ad
avere in testa come modello "normale " il nucleo tipo : padre ,
madre, bambino.
Intanto l' adolescenza si prolunga sempre di più, fino al
punto che oggi dobbiamo dare un nome nuovo ad una nuova fase postadolescenziale
: quella del giovane adulto (Cigoli, Scabini) , nella quale a volte
l'adolescente può magari sposarsi e forse ancora non fa figli
o, se talvolta li fa, li affida alla famiglia estesa, e sono figli
dei nonni, e chissà che cosa significa questo in una situazione
in cui ci sono sempre meno nascite e la popolazione è sempre
più condensata e più ristretta in uno spazio minore.
Bettelheim sosteneva che l'adolescenza non esiste, che è
una creazione della nostra epoca. Crediamo che non sia vero. L'adolescenza
esiste anche nelle specie non umane e sicuramente è esistita
sempre. Esiste anche in altre culture, lontane millenni dalla nostra
anche se sono contemporanee a noi, in altri posti nel mondo. Per
esempio in molte tribù, che vivono come noi vivevamo per
lo meno duemila anni fa, ci sono ancora riti di passaggio all'adolescenza
che è lecito supporre esistessero anche fra i nostri antenati
e progenitori duemila anni fa.
Un altro luogo comune,che vorremmo affrontare è che l'adolescenza
riguarda solo gli adolescenti. L'adolescenza , al contrario,è
una fase di passaggio che riguarda tutta la famiglia, proprio perché
mentre cambiano i figli, stanno cambiando anche i genitori. Di solito
l'adolescenza arriva in una fase della vita dei genitori in cui
il corpo decade, si riduce l'attività sessuale e termina
quella procreativa, gli interessi cambiano, gli spazi si restringono
per certi aspetti e si allargano per certi altri. Molto cambia dunque
anche nella loro vita. Noi terapisti familiari non dovremmo dimenticarlo
quando studiamo la normalità della famiglia, anche perché
questo è forse il motivo più importante per scegliere
una terapia familiare anziché una individuale per i problemi
dell'adolescente.
Il nostro principale obiettivo di lavoro, sia nello studio dell'adolescenza
normale che di quella patologica, è l'osservazione delle
relazioni tra mondo interno (universo dei rapporti interiorizzati)
e realtà (ambiente) esterna, interattiva.
Come dice Cigoli il compito più importante per il terapista
familiare oggi, è trovare le correlazioni tra ciò
che è individuale (la complessità interiore) e ciò
che è relazionale (la complessità semantica-pragmatica)
dei rapporti tra le persone.
LA CRISI ADOLESCENZIALE E IL PROCESSO EVOLUTIVO NELL'OTTICA RELAZIONALE
Si sono a lungo contrapposte due visioni dell'adolescenza:
1) l'adolescenza come "crisi", in cui si sottolineano gli aspetti
di peculiarità e cambiamento, cioè di discontinuità;
2) l'adolescenza come "processo", in cui si accentua una visione
dell'adolescenza come evoluzione, in continuità con il passato,
con un assommarsi di esperienze che devono essere integrate (modello
cumulativo).
Possiamo dire che oggi vi è minor contrapposizione tra queste
due visioni; crediamo si tratti di introdurre nell'idea fondamentale
di processo la presenza di elementi o momenti critici, che rappresentano
al tempo stesso opportunità e vincoli.
Come terapisti familiari il nostro oggetto di studio e di lavoro
clinico è ne cessariamente la famiglia , anche se dobbiamo
operare spesso anche con coppie, individui e gruppi. L'ottica utilizzata
in questo lavoro diagnostico e clinico è quella sistemico-relazionale.
Tuttavia dalle premesse suddette sarà chiara la nostra necessità
di confrontarci anche con altre ottiche.
Secondo Nicolò e Ferraris l'adolescenza é il terreno
dove il rapporto fra realtà esterna e realtà interna
diventa il tema cruciale. Tutti gli autori segnalano l'importanza
della separazione chiamandola in differenti modi e cambiandone la
concettualizzazione. L'adolescenza appare, allora, come una crisi
del ciclo vitale familiare che richiede una ristrutturazione della
famiglia stessa. La parola crisi é intesa come separazione
e scelta all'interno di un processo evolutivo . Minuchin definisce
questa fase come un periodo in cui aumenta la partecipazione del
figlio adolescente al mondo esterno e si ridefinisce il suo rapporto
con il mondo interno , così come il confine fra i due mondi.
Se la famiglia non é abbastanza flessibile da accettare questo
cambiamento, o se le necessità funzionali familiari non consentono
una modificazione dei rapporti, abbiamo un sintomo. L'obiettivo
terapeutico diventa allora la ristrutturazione della famiglia, non
nel senso , naturalmente di un ritorno alla situazione precedente
, ma , al contrario, nel senso di un accompagnarla nella costruzione
di una nuova situazione che abbia nuove regole e nuovi confini.
Haley ha una visione più gerarchica della famiglia e dà
molta importanza alla lotta per il potere. Per questo vede la crisi
adolescenziale come " una lotta per mantenere le vecchie posizioni
gerarchiche all'interno del sistema familiare" e per evitare la
contemporanea crisi genitoriale. Un figlio "utile" ai genitori potrebbe
perciò , attraverso il sintomo, ritardare la sua uscita per
consentire un aggiustamento difficile nella relazione di coppia,
o peggio rinunciare per sempre alla sua indipendenza dedicandosi
al suo compito di equilibratore per il resto della sua vita ( attraverso
un sintomo grave e cronico).
Mc Goldrick e Carter segnalano come le famiglie che presentano
problemi in questa fase del ciclo vitale hanno un atteggiamento
errato legato ad un eccessivo controllo sui figli (perché
li considerano ancora bambini), o , al contrario , ad uno scarso
controllo (perché li considerano troppo presto adulti). In
questa fase del ciclo vitale , una risposta corretta richiede da
parte della famiglia un aumento della flessibilità delle
regole, una modifica della relazione genitori-figli ed una modifica
della relazione fra i genitori come coniugi.
La modulazione di queste modifiche é molto delicata. Non
si deve credere che la perentoria richiesta di indipendenza spesso
effettuata dall'adolescente sia vera. I genitori dovrebbero rispondere
ad essa continuando a mantenere le regole , ma accettando una violazione
delle stesse. Essi dovrebbero , poi, mantenere sempre aperto il
"contenitore - famiglia" , che , sebbene sia apparentemente spesso
rifiutato con forza, é in realtà sempre molto rassicurante
come porto sicuro per recuperare dopo le inevitabili frustrazioni.
Stierlin sottolinea , a questo proposito, che é proprio in
questa fase che genitori e figli affrontano le maggiori difficoltà
evolutive. Andolfi segnala la presenza in alcune famiglie di una
rigidità che impedisce queste fini modificazioni e predispone
all'insorgenza ed alla cronicizzazione del sintomo. Anche Lidz parla
di "immodificabilità del rapporto genitori-figli segnato
dall'iperprotettività e dall'inversione della situazione
edipica". Il figlio cerca di "completare la vita del genitore di
sesso opposto" invece di investire nel proprio sviluppo. Mentre
nella tossicodipendenza , secondo Stanton , si ha un ipercoinvolgimento
del genitore di sesso opposto con il figlio adolescente. Palazzoli-
Selvini descrive con Cirillo, Selvini e Sorrentino una serie di
giochi familiari che , in sei diversi stadi, fra i quali quelli
più importanti sono quelli dell'"istigazione" e dell'"imbroglio",
possono condurre l'adolescente verso la psicosi o l'anoressia mentale.
Ancora Nicolò e Ferraris sottolineano che "nel suo processo
di svincolo l'adolescente metterà in discussione non solo
i modelli di funzionamento familiare ma anche i valori , gli ideali
e le credenze". Egli sarà perciò ribelle e contestatario
senza che questo generi preoccupazioni nei genitori o nei curanti
, che dovranno invece guardare con sospetto proprio i " ragazzi
passivi , remissivi e sottomessi, bloccati ed inibiti nella loro
protesta". Infatti , sostengono le autrici, "l'eccessiva e imitativa
accettazione dei modelli parentali ci mostra una difficoltà
di interiorizzazione di questi modelli , tanto da non permettere
un' efficace individuazione e separazione....mentre una ribellione
ed un rifiuto troppo marcati e violenti ci mostreranno con quanta
paura ed angoscia l'adolescente stenta a liberasi delle caratteristiche
relazionali del mondo infantile, fino a quel momento rassicurante."
Assai differente e molto interessante appare, poi, la posizione
di Baldascini che considera individuo e famiglia non l'uno come
sovrasistema dell'altro ,ma come "realtà isomorfiche non
ordinate gerarchicamente". Secondo questo autore la trasformazione
, obiettivo dell'adolescenza , deve essere garantita proprio dal
legame di appartenenza e può essere conseguita attraverso
la mobilità intersistemica fra famiglia , i pari e gli adulti.
Muovendosi in modo sincronico fra questi sistemi , l'individuo utilizza
tutte le risorse dei suoi sistemi di riferimento. Questa teoria
appare chiaramente ispirata alla posizione di Meltzer e di Erickson
da cui si distacca per la visione sincronica e non diacronica. Il
continuo muoversi tra questi sistemi non viene, cioè, considerato
come una regressione o come un progresso, ma come la risposta ad
una necessità che può variare continuamente nel tempo
. Se la fisiologia é , quindi, muoversi liberamente, secondo
le necessità, fra questi tre sistemi , la patologia é,
naturalmente, il fermarsi in uno solo dei tre. I movimenti sono,
a loro volta, compiuti attraverso tre sistemi : motorio -istintuale
(spinta ad agire), emozionale (spinta ad essere), cognitivo (spinta
a conoscere). L'adolescente dunque si muove in avanti alla ricerca
di esperienze nuove che ne permettono la individuazione , ma continua
a guardare indietro , dove trova la sicurezza della sua storia e
delle sue radici. Questo movimento non si arresta con l'adolescenza
(il cui limite inferiore - non dimentichiamolo - é chiaro
e ben definito, mentre quello superiore é molto sfumato)
ma continua per tutta l'età adulta. L 'individuo,per Baldascini,
può sentire la famiglia "alle spalle" con possibili vissuti
persecutori, o "di fronte" con vissuti competitivi ed aggressivi,
o "di fianco" con vissuti di complicità e di unione indissolubile,
oppure "in alto" con senso di ammirazione ed infine "in basso" con
senso di rifiuto della famiglia stessa. Se il sistema familiare
viene vissuto attraverso le emozioni , il sistema dei pari è
sperimentato attraverso attività senza obiettivi precisi
e senza differenziazioni assolute , che spesso hanno il carattere
del gioco , della prova e del cimento. Fra queste naturalmente una
delle più significative é l'attività sessuale
che serve a costruire l'identificazione in questo delicato settore.
Infine il sistema degli adulti ha la funzione di fornire un modello
verso cui orientare la crescita , attraverso un confronto cognitivo
- anche conflittuale - con le figure di riferimento. Importante
funzione di questo sistema é quella di consentire l'elaborazione
dell' ambivalenza dell'adolescente sempre diviso fra la contestazione
, l'amore e l'emulazione nei confronti di figure significative.
L'immobilità patologica in ciascuno dei tre sistemi causa
un arresto della crescita. Talvolta essa può essere evidente
(chi si arresta nella famiglia) , a volte si camuffa da movimento
inconsulto (l'eccessiva trasgressione nel sistema dei pari) , a
volte da fuga immatura (il rifiuto delle radici e dei modelli adulti)
.La crescita , invece , corrisponde ad un' " oscillazione sincronica"
come quella dei pendoli di Huygens.
RAPPORTO GENITORI-FIGLI ADOLESCENTI IN AMBITO PSICOANALITICO
Abbiamo trovato molto utili per la comprensione dell'adolescente
nella famiglia alcune linee interpretative della letteratura psicoanalitica,
che elencheremo qui rapidamente:
Blos, Laufer ed altri vedono l'adolescenza come una sorta di ricapitolazione.
Si basano sul modello pulsionale e conflittuale; attribuiscono particolare
importanza ai cambiamenti somatici della pubertà e al loro
impatto sull'apparato mentale; Laufer parla delle radici corporee
dell'esperienza mentale e di come l'adolescente possa vivere angosciosamente
il tema del possesso del proprio corpo. L'adolescenza é vista
come una "seconda identificazione" prima di un assetto definitivo
della persona. Viene sottolineata la dimensione di perdita ed il
lutto da elaborare: lutto per il proprio corpo infantile e per la
perdita dei genitori infantili, idealizzati. Vengono sottolineati
anche gli aspetti sia depressivi che "esplosivi dell'adolescenza".
Meltzer e Harris ,autori più centrati sulla teoria delle
relazioni oggettuali e sul tema delle identificazioni strutturanti
in adolescenza, hanno meno interesse per la dinamica delle pulsioni
e rivolgono più attenzione al processo con cui l'adolescente
arriva ad individuarsi.
Anche Erickson vede il ciclo di vita individuale in termini di
processualità evolutiva e considera l' adolescenza come periodo
naturale di sradicamento e di crisi di identità . Presta
un maggiore interesse al contesto e considera l'identità
come una costruzione progressiva. L'elaborazione del nuovo Sé
corporeo , inoltre, non può avvenire solo nella mente dell'adolescente
ma si costruisce nei rapporti con la famiglia, il mondo degli adulti
ed il mondo dei pari. Nell'adolescente può osservarsi una
situazione di "splitting": accanto a sentimenti di conquista del
mondo e di grandiosità, fino alla spietatezza, coesistono
sentimenti di altruismo, tenerezza, fragilità e attenzione
alle relazioni umane.
Kestemberg mette in evidenza il tema della rottura e del rigetto
delle identificazioni precedenti. La crisi adolescenziale é
vista come un "organizzatore", mentre il mascheramento della crisi
e le cosi dette "crisi a bassa voce" sono viste come una forma di
impoverimento. Il "turmoil" adolescenziale é considerato
un' opportunità di elaborare e rendere più complesso
il mondo emozionale.
Ci sembrano soprattutto interessanti quei contributi psicoanalitici
a carattere più relazionale che tengono conto anche della
famiglia e non affermano il primato assoluto dell'intrapsichico.
Molti autori sottolineano come gli atteggiamenti patologici dei
genitori si scontrino con le esigenze di individuazione dei figli.
L'insuccesso nello sviluppo dell'autonomia dell' Io dell'adolescente
viene spesso collegato alla debolezza dell' Io dei genitori, per
i quali l'individuazione del figlio appare come una minaccia.
Autori come la Pandolfi vedono l'adolescenza come un problema globale
che riguarda tutta la famiglia. Il tema della differenziazione-individuazione
vale sia per l'adolescente che per la famiglia. In questo periodo
i genitori affrontano, infatti, la crisi di mezza età, devono,
quindi, anch'essi elaborare un loro processo di lutto e procedere
a nuove identificazioni ed investimenti.
La famiglia può essere vista come gruppo unito da credenze
e presupposti di base (Bion) che ha la funzione di preservare coerenza
ed unità, concetto , come si vede, analogo all'"omeostasi"
o alla "coerenza" dei sistemici. La minaccia portata dall'adolescente
può attivare una regressione nei vari membri della famiglia
(e non solo nell'adolescente) con ricorsi a meccanismi di difesa
arcaici: scissione, negazione, identificazione proiettiva. Ad esempio
possono esservi identificazioni proiettive massicce dei genitori
sul figlio, volte a negarne l'emergere come persona separata. Altro
tema importante è la capacità di contenimento della
famiglia , cioè la sua capacità di affrontare ed elaborare
il dolore mentale legato alla crisi adolescenziale, in particolare
alla separazione. Può esservi qui una vera e propria crisi
genitoriale; infatti nel periodo dell'adolescenza dei figli è
più necessario che in altre fasi un lavoro di rielaborazione
interna da parte dei genitori delle dinamiche familiari. Per i genitori
si tratta di accettare la fine di un'onnipotenza : cessa infatti
l'idealizzazione da parte dei figli, ma anche non si è più
detentori unici della sessualità e dell'autorità.
La Pandolfi sottolinea particolarmente bene come il processo modificatorio
adolescenziale interessi tutti i membri della famiglia. Le interazioni
e le immagini profonde sono in un rapporto di causalità circolare.
Come sostiene Winnicott, l'immagine del Sé è anche
un'immagine riflessa che gli altri ci rimandano di noi. In adolescenza
la propria personale modificazione può essere o non essere
convalidata dal cambiamento della nostra immagine che gli altri
ci rimandano. Questo vale sia per le profonde modificazioni dell'
assetto emotivo-relazionale dell'adolescente, che per quelle fisiche,
biologiche, estetiche. Né bisogna sottovalutare le modificazioni
dell'assetto cognitivo-intellettuale: acquisizione del pensiero
formale e astratto, del pensiero ipotetico-deduttivo e delle capacità
autoriflessive.
Dare ci indica come sia importante per la comprensione del processo
adolescenziale articolare prospettive diverse riferite a tre campi:
ai singoli individui ed ai loro compiti evolutivi; al funzionamento
del gruppo e dei suoi sottosistemi in rapporto ai compiti di quella
particolare fase; ai rapporti con le famiglie d'origine, non solo
per ciò che riguarda le interazioni cioè a livello
"esteriore", ma anche per ciò che attiene agli schemi di
comportamento interiorizzati ed agli schemi di relazione interiorizzati.
Nell' adolescenza è ancora presente una relazione educativa
in cui possono essere o no soddisfatti bisogni fondamentali ed in
cui gli altri sono cruciali per la delineazione del Sé. Ci
sembra evidente che in adolescenza torna ad essere centrale la dialettica
tra bisogni di attaccamento e cura e bisogni esploratori (Bowlby).
Quello che Bowlby ha notato per il bambino, cioè che quanto
meglio funziona il sistema di attaccamento tanto più attive
ed efficaci sono le funzioni esplorative, vale anche per l'adolescente.
Ci sembra interessante il concetto di Stierlin di "individuazione
correlata", ovvero avere un senso di Sé, di padronanza dei
propri pensieri ed emozioni all'interno di un rapporto tra persone
significative. La capacità di legare e legarsi, di prendersi
cura e di creare e mantenere attaccamento ha un alto valore adattivo
per la specie: la dialettica tra questi due bisogni e capacità
è fondamentale per l'evoluzione adolescenziale, per lo sviluppo
di una persona intera. In adolescenza si perdono certe opportunità,
per esempio i genitori non sono più in grado di soddisfare
completamente i bisogni emotivi-affettivi del figlio ; ma si perdono
anche vincoli cioè limitazioni verso altri bisogni ed altri
oggetti e con ciò si conquista una maggiore autonomia. A
livello di percezione soggettiva, tuttavia, l'adolescente spesso
avverte prima con sgomento e senso di inadeguatezza la perdita delle
opportunità che le nuove vantaggiose acquisizioni. Troviamo
importante non sottovalutare, accanto ai bisogni di autonomia e
di autoaffermazione per la conquista ed il consolidamento di un'identità
personale, l'importanza dell'appartenenza e della dipendenza evolutiva.
Fondamentale esperienza per l'adolescente é la relazione
complementare curare-essere curati, diversa da quella unidirezionale
dell'infanzia . I genitori possono non fornire cure efficaci per
ipo o iper-attività , ciò perché troppo precocemente
cessano di proteggere il figlio , o viceversa perché lo proteggono
troppo a lungo; anche i figli possono manifestare il loro bisogno
di attaccamento in modo inefficace, con proteste e provocazioni.
Stierlin sostiene che le idee dei genitori hanno un potente effetto
modellatore sulla qualità dell'emancipazione dei figli ,
attraverso meccanismi come l'identificazione proiettiva, la scissione
ed altri . In una relazione di dipendenza emotiva i figli possono
diventare i contenitori delle fragilità, di aspetti inaccettabili
del Sé, dei sensi di colpa dei genitori. Ma la relazione
e' biunivoca: gli adolescenti non sono meri contenitori; non c'è
una relazione lineare persecutore-vittima, come pure non c'è
un "farsi da Sé intrapsichico".
Riteniamo che la visione psicoanalitica possa aiutare a formulare
un quadro più completo della famiglia come struttura attuale
in evoluzione con un suo spessore storico. Sia la letteratura analitica
che quella sistemica si trovano di fronte al problema della complessità.
Così il punto di vista sistemico nel trattare l'adolescenza,
dopo essersi occupato di strutture, regole, funzioni, deve riempirle
di contenuti, cioè dei significati che le persone assegnano
alle relazioni che vivono. Altrettanto la visione psicoanalitica
si arricchisce se supera i vincoli di una concezione diadica e di
un'origine solo intrapsichica dei fenomeni, già d'altra parte
in via di superamento in molti autori ( Meltzer, Nicolò,
Winnicott, Zavattini). Soprattutto quest'ultimo nel suo articolo
del 1994 introduce elementi di novità che si pongono a ponte
fra teorie analitiche e relazionali e che presentano interessanti
punti di contatto con la visione di Baldascini.
Il bisogno di collegare processi individuali, meccanismi intrapsichici
e fenomeni interattivi, ha portato , secondo Zavattini, al cambiamento
del modello di sviluppo che oggi si postula avvenire non per interni
processi maturativi, ma per processi interpersonali non limitati
alla coppia madre - bambino , ma estesi a tutta la famiglia. "Lo
stato interno del soggetto è regolato tramite il rapporto
con l'altro".Per Mitchell la mente non è più un insieme
di strutture che emergono dall'interno di un solo organismo, ma
un insieme di modelli transizionali e strutture interne derivate
da un campo interattivo interpersonale. dunque , ricorda Zavattini
, l'unità di studio non è più l'individuo ma
la matrice relazionale costituita dall'individuo che interagisce
con altri significativi. Lichtenberg delinea cinque sistemi motivazionali
responsabili dello sviluppo. Essi sono : la necessità di
regolazione psicologica delle richieste fisiologiche; l'attaccamento;
l'esplorazione e l'affermazione di sé,; la reazione avversiva
antagonista o di ritiro; il piacere sessuale.La differenza con altre
teorie dello sviluppo sta proprio in questa molteplicità
di sistemi che può meglio spiegare la grande variabilità
,rispetto a teorie che muovono da una sola motivazione ( come l'attaccamento
o la teoria dell'individuazione-separazione). Così , sottolinea
Zavattini, possiamo pensare l'adolescente impegnato nella realizzazione
di cambiamenti stimolati da tutte queste motivazioni ed anche "tirato"
fra alcune di queste. La famiglia d'altra parte condivide uno spazio
comune di significati, un insieme -"mosaico" - di rappresentazioni
interne ed una storia che rappresenta la fonte della stabilità
delle relazioni. Ma se di questa memoria familiare ogni individuo
conosce bene soltanto il proprio personale pezzo dell'insieme, soltanto
quando tutti i membri si riuniscono insieme questa memoria di gruppo
può operare. Da qui l'importanza che almeno nella fase diagnostica
si veda la famiglia tutta insieme. Per Zavattini dunque l'adolescenza
dovrebbe essere considerata come una sfida evolutiva volta al superamento
di problemi adattativi, non una crisi , quindi , ma piuttosto una
"Turba" , implicita nello sviluppo. Se la famiglia non riesce ad
adattarsi e mantiene modelli inappropriati alla fase che sta attraversando,
le relazioni saranno perturbate e, se ciò perdura per un
certo tempo, avremo un "disturbo". Se , dunque la "evoluzione del
Sé autoriflessivo" già nell'infanzia avviene scoprendo
che differenti persone possono rappresentarsi in modo diverso i
fatti vissuti insieme, nell'adolescenza viene messa in discussione
lo spazio comune dei significati fra genitori e figli o "monitoraggio
affettivo reciproco". Allora l'adolescenza , conclude Zavattini,
può essere considerata come il periodo della vita in cui
in modo più forte viene affrontata la necessità di
comprendere i propri sentimenti come diversi dagli altri all'interno
di sé (la "delineazione" di Shapiro) , ma anche di "delimitare"
i propri confini esterni. Essa implica quindi una "ridefinizione
interna( processi intrapsichici) ed esterna (processi interattivi)"
dimensioni peraltro fortemente interconnesse. La conseguenza di
questo pensiero é che "la famiglia viene considerata come
un mosaico di varie ed articolate rappresentazioni interne in cui
i vari membri non sono soltanto coinvolti su carenze e collusioni
patologiche , ma svolgono anche ruoli... sul piano delle emozioni"(Zavattini).
In questa luce va sicuramente rivista la tecnica diagnostica sia
dal punto di vista analitico (non più diadi come unità
di base) che da quello relazionale ( non più scatola nera
e registro interattivo prevalente). E' invece indispensabile che
la tecnica diagnostica tenga conto sia degli aspetti pragmatici
che di quelli rappresentati.
INFLUENZA RECIPROCA DI GENITORI E FIGLI NEL PROCESSO DI SEPARAZIONE
E COMPITI DI FASE PER ENTRAMBI
Nel corso dell'adolescenza figli e genitori devono assolvere numerosi
compiti tra loro interconnessi . ricordiamo innanzitutto che entrambi
devono affrontare sia un movimento emancipatorio che un processo
di lutto.
Come già si è visto anche i genitori sono chiamati
a rinunciare , con meno compensi dei figli, al loro stesso prodotto-figlio:
devono poter disinvestire da esso, come oggetto proprio e reinvestire
in esso come oggetto altro da sè , e il figlio deve fare
lo stesso con i genitori.
In tal senso quando ci troviamo di fronte ad una situazione di
emancipazione ritardata e bloccata , oppure ad una troppo precoce,
dobbiamo sapere che vi è sempre una coperta collusione dei
genitori.
Inoltre, come ricordano Cigoli e Pandolfi, i genitori devono tollerare
la mescolanza tra tendenze regressive e progressive presente nei
figli,
Essi devono accettare il proprio invecchiamento ed il ritorno alla
dimensione di coppia ed affrontare la crisi di mezza età.
Essi spesso in questo periodo raggiungono le proprie potenzialità
lavorative e di stato sociale e contemporaneamente cominciano a
pensare al "tempo che rimane" ed alla morte. E' in questa fase che
ai genitori si richiede un profondo rimodellamento interno e una
ricontrattazione esterna dei rapporti con le proprie famiglie di
origine.
I figli devono svolgere un lavoro emancipatorio tendente all'acquisizione
della responsabilità emotiva-affettiva-ideativa sulle proprie
azioni. un certo livello di "confusione" è fisiologico ,
ma diventa patologico specie se i genitori non riescono a funzionare
da contenitori emotivi.
Per i figli si tratta anche di accettare la propria sessualità,
prima in fantasia, con la masturbazione, poi con partners potenziali.
In questa fase essi accentuano il proprio comportamento esplorativo
, che può essere favorito o ostacolato dai genitori con le
loro aspettative sull' adeguatezza o inadeguatezza dei figli e con
la loro visione del mondo esterno come accogliente o invece ostile.
E' importante, però , che essi possano contare sempre sulla
sicurezza di poter tornare entro la protezione familiare e non vivano
il proprio allontanamento come tradimento ma come una risorsa, e
quindi il rientro in famiglia non come pentimento o fallimento ,
ma come sana capacità di regressione.
L'aggressività é un altro grosso tema dell'(adolescenza
; é fondamentale che ci sia la possibilità di riconoscerne
ed usarne una certa dose. a tutto questo é legata la possibilità
di non sentirsi troppo in colpa per il proprio desiderio di allontanamento
e disinvestimento dai genitori in direzione di interessi extrafamiliari.
Se per i genitori i figli sono la fondamentale soddisfazione narcisistica,
é difficile per questi ultimi utilizzare il gruppo dei pari
, ed altri adulti extra familiari, per confronti ed esperienze identificatorie
, anche transitorie e narcisistiche.
E' anche importante che gli adolescenti possano usare la propria
fisiologica tendenza all'azione (azioni di prova...) senza che i
genitori si spaventino o li ridicolizzino ; che sia accettata l'esistenza
di un loro spazio interno del tutto privato , non vissuto dai genitori
come antagonistico allo spazio condiviso.
Tutti gli aspetti elencati contribuiscono al consolidamento di
un livello sufficiente di autostima ; questo é di grande
importanza per controbilanciare le tendenze depressive fisiologiche
di questo periodo , evitandone un'involuzione patologica.
LA DIAGNOSI INDIVIDUALE
L'inquadramento diagnostico di una patologia adolescenziale non
può ,ovviamente prescindere da una diagnosi individuale del
paziente adolescente.
Tuttavia , poiché non mancano certo altri contributi che
si occupano del tema in questo stesso volume, ci limiteremo a ricordare
qui che una diagnosi individuale può essere impostata anche
secondo l'ottica sistemica e relazionale. Rimandiamo pertanto al
volume di Nicolò e Zavattini nel quale i due autori esaminano
i diversi contributi relazionali ed analitici sul tema.
Ci preme ,però, qui ricordare i principali parametri della
valutazione di un sintomo adolescenziale. Riprendendo proprio lo
schema proposto dai suddetti autori , potremo dividere in tre campi
l'osservazione del soggetto. Il primo é il rapporto dell'adolescente
con sé stesso ed in particolare la presenza di conflitti,
il rapporto con il corpo, l'attività mentale. Il secondo
è il rapporto con la realtà ed il mondo esterno, ed
in particolare il rapporto con la scuola, gli altri adulti non familiari,
i coetanei e l'altro sesso e , naturalmente il rapporto con la propria
famiglia , di cui ci occuperemo più avanti in modo più
dettagliato. Infine il rapporto dell'adolescente con lo psicoterapeuta
ed in particolare la sua capacità di riconoscere il bisogno
d'aiuto, di formulare una richiesta di terapia, di accettare e contrattare
una dipendenza terapeutica, di riflettere sulla relazione. Alla
fine deve essere possibile valutare la portata del guasto avvenuto
nello sviluppo e della compromissione del rapporto con se stesso
e con la realtà. A volte ci troviamo di fronte ad uno sviluppo
dominato dal "funzionamento difensivo", a volte ad un vero e proprio
stallo , a volte ad un arresto prematuro dello sviluppo stesso .
Nicolò e Zavattini ricordano inoltre quanto sia difficile
applicare le usuali categorie psicopatologiche ai pazienti adolescenti
, proprio per l'estrema variabilità di questo periodo. In
particolare le categorie diagnostiche del DSM IV° appaiono
rigide ed inapplicabili in numerose circostanze. Tuttavia alcune
diagnosi differenziali sono indispensabili anche per orientare il
trattamento. Rimandiamo al lavoro di uno di noi (de Bernart) sul
paziente Borderline per maggiori informazioni.
LA DIAGNOSI FAMILIARE
Risulterà chiaro a questo punto che la diagnosi familiare
non è affatto facile da descrivere univocamente. La famiglia
non é infatti che l'oggetto di studio o di terapia, ma l'ottica
con la quale questo oggetto viene studiato o affrontato nella clinica
determina differenze radicali anche nella valutazione. Molto infatti
dipende dal tipo di registro con il quale viene condotta l'osservazione
. Prendendo a prestito da Vittorio Cigoli i tre registri da lui
proposti ( interattivo , relazionale e simbolico -esperienziale)
possiamo affermare che esistono approcci familiari che ne utilizzano
uno solo , due oppure tutti e tre.
Ad esempio tutti i terapisti strategico o paleo - sistemici ( come
essi stessi amano definirsi) osservano principalmente il "qui ed
ora" e le interazioni attuali , utilizzando dunque il primo registro
(interattivo) . Poiché per essi é importante solo
il tipo di comunicazione disturbata che la famiglia mette in atto.
Identificata questa in un'ipotesi che spieghi la funzione relazionale
del sintomo, sarà possibile progettare un intervento strategico
di tipo prescrittivo che modifichi la situazione, senza preoccuparsi
delle operazioni mentali necessarie , né delle eventuali
ricadute , in realtà assai frequenti. Si tratta di modelli
in realtà ormai superati dalle maggiori scuole di Terapia
Familiare , ma che hanno connotato fortemente la Terapia Familiare
al suo arrivo in Italia (Scuola Milanese) , per cui spesso essa
viene dai più identificata erroneamente con questa posizione.
I più avanzati di questo gruppo si occupano anche della posizione
del terapeuta visto come parte del campo di osservazione ( secondo
i dettami della seconda cibernetica. Un importante contributo in
questo senso é stato dato dagli autori più legati
all'ottica cognitivo costruttivista (Ugazio, Guidano, Liotti) che
hanno preso in considerazione soprattutto lo stile della relazione
che si instaura fra famiglia e terapista e viceversa , utilizzando
quindi anche il secondo registro (relazionale).
Per molto tempo i terapisti familiari hanno cercato , inoltre,
di realizzare modelli di intervento con le famiglie centrati sulla
nosografia psichiatrica classica, sulla psicopatologia o sul tipo
di struttura familiare . Studi molto importanti sono stati dedicati
alla famiglia dell'anoressica (Minuchin,Palazzoli- Selvini) o dello
psicotico (Andolfi ,Palazzoli-Selvini et al.) ed alla famiglia psicosomatica
(Minuchin , Onnis , Stierlin , de Bernart) o a quella con tossicodipendente
(Cancrini, Stanton) , per citare solo i più noti, nel tentativo
spiegarne il particolare malfunzionamento. Ma questi tentativi di
costruire una psicopatologia relazionale non hanno avuto successo.
Sono state utilizzate ottiche differenti : Sistemica, Psicoanalitica
, Costruttivista, e modelli di intervento differenti : Strutturale,
Strategico, Teoria dei Giochi , Conversazionalista, mutuandone il
linguaggio ed i modelli psicopatologici.
Caratteristica del secondo registro (relazionale) , tipico del
modello strutturale, è l'attenzione che viene data alle relazioni
, intese come rapporti strutturati storicamente attraverso una serie
di interazioni che si ripetono.
In questo modello da una parte si considera il funzionamento della
famiglia a livello strutturale, cercando di individuarne confini
e livelli generazionali, dall'altra c'è il tentativo di entrare
in rapporto con la famiglia stessa durante la seduta, effettuando
la diagnosi attraverso questa relazione fra terapista e famiglia
e cercando di ottenere i primi risultati nella seduta stessa. Si
parte, infatti, dal presupposto che solo sperimentando in seduta
alcune situazioni, anche ad un alto tasso emotivo, insieme con la
famiglia è poi possibile pretendere un cambiamento che avviene,
naturalmente, dopo la seduta e tra una seduta e l'altra. Questo
punto di vista ha indotto grosse modificazioni nelle tecniche, perché
il terapista non può più essere neutrale ma deve entrare
in rapporto con la famiglia: ciò ha determinato, inoltre,
tutta una serie di studi su come riuscire ad interagire senza essere
inglobati nella realtà della famiglia. In particolare ciò
è divenuto molto importante quando abbiamo cominciato a lavorare
con le famiglie dei cronici, perché in questo caso, il potere
"risucchiante" della famiglia era ancora più forte ed era
più difficile sottrarsi ad una "familiarizzazione". Non sfuggirà
al lettore attento che questo richiede anche una formazione del
tutto diversa per il terapista familiare. Quello del tipo Sistemico-Strategico
deve infatti apprendere bene la teoria e la tecnica di intervento,
mentre il terapista Strutturale non può non lavorare su di
sé, dovendo poi utilizzarsi come strumento della relazione
con la famiglia. Il primo non ha necessità di conoscere la
propria famiglia d'origine ed i suoi modelli cognitivi e di pensiero;
il secondo dovrà , invece , dedicare molto tempo al lavoro
su questo tema , soprattutto se vuole evitare di curare sempre la
propria famiglia nelle famiglie che tratterà.
Un altro grosso problema è, inoltre, quello dell'individuo.
All'inizio la famiglia era considerata un sistema e dentro il sistema
c'erano gli elementi del sistema, non gli individui. Gli individui
hanno una loro parte interna che i terapisti familiari strategici
non riuscivano a vedere (scatola nera di Ashby) , non prendevano
in considerazione o davano per scontata.
Con il passare del tempo si è sentita la necessità
di riprendere in considerazione l'individuo. A questo proposito,
qualche anno fa, la rivista " Terapia Familiare "nei numero speciali
" Individuo e Famiglia " e "Individuo e Famiglia: Scelte Cliniche"
ha tentato di integrare questi due aspetti così importanti
del nostro lavoro, attraverso i contributi di tutti gli autori italiani
più significativi.
La scelta di considerare l'individuo insieme con la famiglia e
di riportarlo all'attenzione del terapista ha creato alcuni problemi
. Mentre prima era sufficiente entrare in rapporto con la famiglia,
ora diveniva indispensabile entrare in rapporto sia con la famiglia
che con l'individuo, anzi con più individui della stessa
famiglia. Ma è cosa molto diversa stabilire una relazione
con un individuo a livello di una terapia individuale e fare la
stessa cosa all'interno di una seduta familiare in presenza, quindi,
di altre persone. Questo, infatti, comporta la necessità
di stabilire e mantenere un rapporto con questa persona senza perdere
il rapporto con l'insieme e congli altri membri della famiglia.
Per i terapisti strutturali il problema principale é valutare
la capacità evolutiva di una famiglia, cioè riuscire
a capire quanto questa permette ai suoi membri di crescere, di differenziarsi
all'interno senza perdere l'aspetto caratteristico che la famiglia
vuole che tutti i suoi membri abbiano, l'aspetto culturale indispensabile
perché ognuno sia ancora considerato come membro di quella
famiglia.
Questo significa che bisogna riuscire a valutare quanto la famiglia
permette all'individuo di " individuarsi" e di "differenziarsi"
nell'appartenenza.
Ogni famiglia sa qual'è la quota di appartenenza che può
richiedere a ciascun individuo, in ciascuna età e sa che
questa quota deve variare nel tempo: sa che non si può chiedere
lo stesso livello di appartenenza ad un bambino, ad un adolescente
ed ad un adulto, esattamente come non gli si può dare lo
stesso cibo.
Questa modulazione è un'operazione molto complessa ma ,fortunatamente,
la si apprende automaticamente attraverso i modelli delle famiglie
degli antenati e lo si trasmette alle generazioni successive.
Tuttavia questo processo non avviene sempre così normalmente.
Anche nella famiglia normale, ci sono delle sfere di indifferenziazione
e delle sfere di maggior appartenenza legate talvolta, ad attribuzioni
che la famiglia dà ai suoi singoli membri, talvolta a funzioni
che la famiglia richiede. Perciò anche in una famiglia che
non presenta patologie ci sono, a volte, degli aspetti interni alla
famiglia che rendono impossibile una relazione diversa.
Generalizzando, possiamo dire che lo stabilirsi di relazioni normali
è possibile se la funzione richiesta dalla famiglia a ciascuno
dei suoi membri , in ogni momento del ciclo vitale , non supera
quel livello che impedisce l'evolversi, il crescere della persona
e lo stabilirsi di relazioni con altri, dentro e fuori della famiglia.
Se, un'attribuzione particolare crea una separazione artificiale,
indotta cioè dall'esterno, e questa separazione continua
nel tempo, si può creare una difficoltà alla relazione.
L'introduzione del parametro evolutivo ha portato inevitabilmente
l'attenzione sul tempo ,e successivamente alla storia.
E' molto importante, infatti, tenere presenti più livelli
generazionali. Whitaker diceva che per avere un bambino creativo
sono necessarie almeno tre generazioni. Ugualmente sono necessarie
tre generazioni per creare una situazione di tipo funzionale rigida.
Quello che il genitore fa, il figlio lo moltiplica per dieci. Perciò
se il genitore è rassicurante, stabilisce un rapporto personale
con il proprio coniuge e con il figlio in modo differenziato, il
figlio moltiplica tutto questo per dieci. Whitaker dice che il bambino
diventa creativo per questo motivo: " moltiplica per dieci" la capacità
di usare la famiglia e le relazioni in essa presenti. La sua crescita
è maggiore rispetto a quella dei genitori: c'è dunque
una crescita maggiore da una generazione all'altra.
Se, viceversa, c'è un'attribuzione funzionale presente già
nella famiglia dei nonni, questa continua nella successiva moltiplicata
per dieci e, come ha detto Bowen, si può arrivare, in tre
generazioni, ad un sintomo.
L'approccio trigenerazionale (Boszormeni Nagy ,Bowen , Framo, Andolfi
, de Bernart) nasce da queste considerazioni e reintroduce , appunto,
la "storia" che era stata trascurata dal modello strategico e da
quello strutturale nella sua prima fase.
Dal trigenerazionale al registro simbolico -metaforico il passo
è breve . Lavorare con la storia familiare implica lo studio
delle credenze e dei miti , delle immagini e delle metafore tramandate
di generazione in generazione ed ancora attuali , a volte in modo
inconsapevole.
Per un terapista familiare vedere è importante quanto sentire,
se non di più. Solo il confronto fra ciò che vede
e ciò che ascolta gli permette, infatti, una lettura più
complessa della comunicazione familiare. Fin dalla formazione gli
allievi vengono allenati a leggere il linguaggio non verbale insieme
a quello verbale e vengono stimolati ad osservare le differenze
e le incongruenze. Sulla base di queste è poi possibile costruire
ipotesi relazionali di lavoro da verificare in seduta (de Bernart).
Sarà perciò chiaro il motivo per cui fin dall'inizio
della Terapia Familiare gli audiovisivi hanno avuto un posto significativo
nello strumento del terapista con conseguenze importanti anche sullo
sviluppo della stessa tecnica terapeutica.
Mentre imparare a riconoscere singoli elementi comportamentali
facilita un discorso parallelo sui contenuti e sulle emozioni, permettendo
di esplorare vissuti individuali, apprendere come questi elementi
si collegano fra loro in sequenze comportamentali e si strutturano
in una relazione, permette di individuare le trame di connessione
della comunicazione (Angelo, 1987).
In particolare, nel trattamento di disturbi psicosomatici, è
stato da tempo compreso quanto una terapia che usi come strumento
il corpo e l'immagine del corpo o della relazione (familiare o di
coppia) possa essere più efficace di una terapia che usi
il linguaggio verbale (Onnis, de Bernart). Nel trattamento di famiglie
che presentino uno o più pazienti psicosomatici e di coppie
che presentino disturbi psicosomatici specialmente se di tipo sessuale,
noi proponiamo l'utilizzo di strumenti clinici basati sull'immagine
sia per la diagnosi che per il trattamento (de Bernart).
Ci sembrava però impossibile far riferimento all' "immagine
esterna" della famiglia senza considerare la "famiglia interna".
Le immagini forniscono una tecnica processuale diagnostica , attraverso
la quale si può accedere alla conoscenza ed alla elaborazione
della famiglia interna mediante lo studio di quella esterna.
Il lavoro con le immagini tende a privilegiare il lavoro di costruzione
e ricostruzione dell'esperienza attraverso la riattualizzazione
e drammatizzazione dell'incontro tra mondi interni nell'area della
relazione.
L'immagine tende a proporre un primo livello di rappresentabilità
, stabilendo tra i soggetti e la loro storia relazionale una distanza
che favorisce l'ascolto reciproco , la pensabilità ed il
dialogo. L'immagine infatti é già un modo di dare
rappresentabilità a qualcosa che nella famiglia si manifesta
a livello di vissuti ed agiti , ed insieme un modo di articolare
parti di sé e dell'altro che mette in primo piano il ruolo
dell'elaborazione soggettiva nella costruzione dell'area condivisa.
Attraverso l'immagine si può aver e dare accesso a mondi
interni non facilmente accessibili e spesso difesi dall'uso del
canale verbale , che in questi casi appare svuotato da qualsiasi
colorazione emotiva.
Dunque l'uso dell'immagine riporta in primo piano il nesso tra
i tre registri pre-verbale, verbale e non -verbale.
Anche se l'uso delle immagini in terapia, e con obiettivi diversi
nella formazione, attraverso il collage, il genogramma, le fotografie
di famiglia ecc... sembra rimandare più ai comportamenti
e alle azioni , tuttavia il significato di queste tecniche risiede
proprio nel loro collocarsi in questa interfaccia tra famiglia rappresentata
e famiglia reale. L'obiettivo è quello di riaprire uno spazio
alla elaborazione soggettiva , confrontando e chiarificando modelli
di relazione interiorizzati e schemi di interazione presenti.( de
Bernart e Giacometti)
Non bisogna pero' pensare che si tratti di un'operazione puramente
cognitiva. Centrale è infatti il ruolo degli affetti da considerarsi
organizzatori dell'esperienza e fonti del senso di continuità
del Sé attraverso i cambiamenti che intervengono nel ciclo
evolutivo individuale e familiare. "In questa prospettiva l'emergere
della personalità e del senso di coerenza e costanza del
Sé deve essere inserita in un ecosistema costituito da fitte
e ricche interazioni ...... tra persona e altro in cui non si può'
parlare solo dell'emergere del senso dell'Io e del Tu, ma anche
del senso del Noi o del Sé intersoggettivo" come scrive Stern.
Citando Giacometti: "Il lavoro con le immagini tende a privilegiare
il lavoro di costruzione e ricostruzione dell'esperienza attraverso
la riattualizzazione e drammatizzazione dell'incontro tra mondi
interni nell'area della relazione. Le interazioni del qui ed ora
riproducono il processo collusivo, l'incastro tra i mondi interni
dei partecipanti, le difese interpersonali e l'uso difensivo dell'altro,
ma in uno spazio, quello della terapia, in cui l'incastro saturo
viene allentato a favore della formazione di un senso nuovo attraverso
nuovi nessi. E l'uso dell'immagine tende a proporre già un
primo livello di rappresentabilità, stabilendo tra i soggetti
e la loro storia relazionale una distanza che favorisce l'ascolto
reciproco, la pensabilità e il dialogo. L'immagine, infatti,
è già un modo di dare una veste di rappresentabilità
a qualcosa che nella famiglia e nella coppia si manifesta ancora
a livello di vissuti e di agiti ed, insieme, è un modo di
articolare parti di sé e dell'altro che mette in primo piano
il ruolo dell'elaborazione soggettiva nella costruzione di un'area
condivisa.
Potremo dire che attraverso l'uso delle immagini il terapeuta
incoraggia il lavoro di rappresentazione che poggia sulla libertà
immaginativa e creativa dell'individuo. E in presenza di una situazione
patologica sappiamo che prevalgono la ripetizione, un arresto dell'attività
creativa, il registro interattivo e una qualità delle interazioni
che rimanda al modello stimolo-risposta. Il problema , chiaramente,
non è quello del prevalere del registro interattivo, ma quello
della qualità delle interazioni, del prevalere di meccanismi
di scissione (contrari all'obiettivo dell'integrazione), di espulsione
(contrari all'obiettivo della differenziazione), di negazione (contrari
all'obiettivo del riconoscimento delle differenze), di proiezione
(contrari all'apprendere dall'esperienza). E dal punto di vista
del tempo l'"altrove" (il transfert) sembra prevalere nettamente
sul qui ed ora (la relazione) . Lo spazio affettivo, mentale e relazionale
è occupato da immagini che hanno perso flessibilità,
mobilità e plasticità, acquistando, al contrario,
un'eccessiva precisione, stabilità e concretezza. In questo
modo l'immagine di sè, dell'altro e della relazione perde
il suo valore positivo di orientamento e di guida nel processo di
conoscenza e di adattamento alla realtà , per diventare attività
di semplice riproduzione , imitazione e condensazione.
In questi casi il problema è di restituire alle parole la
loro colorazione affettiva e di costruire uno spazio di rappresentabilità
dell'esperienza, in cui possano essere contenute e comprese le immagini
temute di sé e dell'altro, con la fiducia che nel tempo possano
prendere forma nella relazione personaggi diversi. Per questo non
basta che il terapeuta agisca sui rinforzi né è utile
che sostituisca la sua attività immaginativa a quella del
paziente o che anticipi o colga precocemente in base alle sue conoscenze
teoriche ciò' che ancora non è emerso nel qui ed ora
della seduta. Deve piuttosto lavorare alla costruzione di uno spazio
relazionale in cui trovino modo e tempo di prendere forma stati
d'animo , elementi conflittuali dell'esperienza e aspetti di sé
avvertiti come dissonanti, e qualche volta inconciliabili, favorendo
la riattivazione di un'attività fantasmatica. in altre parole
dato che la funzione terapeutica è diversa da un processo
conoscitivo o dall'attacco aggressivo contro il male che imprigiona
la famiglia nella sofferenza, il primo compito del terapeuta è
di accettare e accogliere la storia del paziente e della famiglia,
non per riconoscere che qualcosa non va, ma per far spazio nella
propria mente a una rappresentazione dotata di senso, evolutiva,
della situazione familiare."(Giacometti)
Infine i terapisti familiare ad orientamento analitico hanno fatto
diverse proposte .Già Stierlin proponeva i contrapposti modelli
familiari centripeti e centrifughi, mentre i gruppoanalisti (Pontalti
et al.),parlavano di "indifferenziato trigenerazionale" e di "matrice
familiare" , la cui incapacità di elaborare i temi culturali
familiari porterebbe alla patologia. Gli autori francesi (Eiguer,
Ruffiot et al.) parlano invece di organizzatori della vita inconscia
familiare (scelta dell'oggetto, Sé familiare e fantasmi condivisi),e
di "indicatori diagnostici "(qualità dei sintomi, differenti
tipi di angosce , di difese e di relazioni oggettuali, miti ed ideali,
qualità funzionale dell'onirismo familiare).
Più interessante appare la scuola di Meltzer che valuta
, come é noto, le funzioni educative della famiglia e la
capacità ad affrontare la sofferenza psichica , legando lo
sviluppo alla modulazione di essa.
Infine Nicolò e Zavattini propongono di considerare la famiglia
come un sistema interiorizzato di relazioni da valutare insieme
a quella esterna reale. Riprendono inoltre il concetto di famiglia
come contesto di apprendimento e come matrice dell'identità
individuale. Essa funzionerebbe quindi come un sistema mentale comune
ma anche come uno "spazio transizionale" tra i suoi membri . La
valutazione della famiglia , dunque , deve muoversi fra questi due
poli : famiglia esterna e famiglia interiorizzata attraverso tre
punti di vista: posizionale , di politica economica e spaziale.
Il primo fa riferimento ai concetti Kleiniani e divide le famiglie
in depressive e schizo-paranoidi. Il secondo valuta le strategia
della distribuzione della sofferenza mentale (chi la porta, a chi
appartiene , come viene evitata , evacuata , modificata, elaborata?).
Il terzo , infine, fa riferimento, secondo l'ottica Kleiniana, al
mondo interno ed allo spazio dentro di Sé , dentro l'oggetto
e fra gli oggetti. Vengono ripresi naturalmente i concetti di scissione,
dissociazione e frammentazione del Sé e degli altri oggetti,
postulando il meccanismo dell'identificazione proiettiva come meccanismo
per dislocare fuori di Sé , nell'altro, parti indesiderate
, scisse dal Sé . Il figlio adolescente , ad esempio può
essere il contenitore di fantasie non elaborate dai genitori - ma
visibili in lui - come materiale indigesto che può divenire
sintomo.
Nicolò e Zavattini definiscono poi la necessità di
effettuare la valutazione sulla famiglia in toto e sulla coppia
genitoriale, contesi fra di loro interconnessi. Per la prima valutazione
si osserveranno il funzionamento del sistema e dei sottosistemi
(anche quello dei fratelli ) nonché le dinamiche trigenerazionali
ed i rapporti educativi dei genitori con ciascun figlio. Per la
seconda si dovrà artificialmente distinguere fra le funzioni
coniugali e quelle genitoriali della coppia. Tuttavia risulteranno
importanti la presenza di solidi confini fra la coppia ed il resto
della famiglia sia nucleare che estesa, il rispetto della segretezza
(delimitazione dei confini del Sé), il riconoscimento dell'autonomia
di ciascuno, la capacità reciproca di identificarsi gli uni
con gli altri, e di contenere ed elaborare il lutto connesso con
la separazione e la crescita, il riconoscimento della nuova nuova
immagine sessuata dell'adolescente, una corretta definizione gerarchica
di ruoli e funzioni. Quest'ultimo punto è particolarmente
importante perché significa che nessuno dei figli viene "parentificato",
cosa che sarebbe segno di una grave problema all'interno della coppia
genitoriale. Come si vede, quest'approccio, pur essenzialmente legato
all'ottica analitica indaga la personalità dei singoli genitori
e la natura complementare del loro legame, superando l'impasse,
a lungo presente nell'ottica psicodinamica del ritenere la sola
madre responsabile dei problemi del figlio.
Se al pensiero sistemico va il merito di aver scoperto l'importanza
del contesto ambientale, delle interazioni e del reale e di aver
superato il concetto di causalità lineare, a questo nuovo
approccio analitico va il merito di aver superato l'impostazione
psicoanalitica classica, di utilizzare unità diverse da quelle
della diade e di analizzare gli affetti ed i legami fra le persone.
IL TERAPISTA E LA RELAZIONE TERAPEUTICA
Più recentemente il fuoco si é spostato sul terapista
e sui suoi problemi. L'ottica cognitivo-costruttivista, ad esempio,
ha portato a sposare anche punti di vista piuttosto radicali come
quello della "Conversazione" con la famiglia o con il paziente.
Anche spostando l'attenzione sulla relazione terapeutica si rischia
, però, di "riscoprire l'acqua calda", dato il grande studio
su transfert e controtransfert già compiuto dagli psicoanalisti.
Sempre più spesso nuovi contributi di autori di ottica diversa
risultano , ad una lettura attenta, traduzioni in un altro linguaggio
( costruttivista o sistemico) delle osservazioni già fatte
dagli analisti ; e viceversa.
Tuttavia sempre di più i terapisti sentono il bisogno di
avere modelli da applicare e manifestano la necessità di
elaborare parametri e strumenti diagnostici per decidere quali modelli
applicare a quali situazioni cliniche. La creazione di modelli di
intervento ad hoc è per ora risultata piuttosto deludente.
ricordiamo ad esempio l'uso del paradosso o della prescrizione invariante
per la psicosi e l' anoressia e della terapia strutturale per le
famiglie con tossicomani, caratteriali, problemi di comportamento
o problemi infantili. Spesso , in passato, i modelli di intervento
elaborati da una scuola venivano applicati pedissequamente a tutte
le situazioni : per esempio la "provocazione" creata per rompere
la rigidità di famiglie portatrici di psicosi cronica veniva
applicata anche alla fobia scolare.
Infine questa grande confusione ha suggerito spesso il ricorso
alle "scienze forti" chiamate in appoggio e a sostegno delle teorie
e pratiche cliniche (Prigogyne, Maturana e Varela , teoria delle
catastrofi , etc.)
Sembra insomma che il principale tentativo sia quello di far rientrare
nel modello quello che si cerca.
Il risultato é che ognuno cura ciò che è più
vicino al suo modello, ed i pazienti vanno dal terapista che offre
il modello terapeutico più idoneo al loro modo di essere
. Ma anche i terapeuti, naturalmente, attirano i pazienti più
adatti al loro modello.
INDICAZIONI E CONTROINDICAZIONI PER UNA PSICOTERAPIA FAMILIARE
Nella valutazione diagnostica non possiamo non tener conto anche
di alcune indicazioni e controindicazioni per la psicoterapia familiare.
Alcuni autori preferiscono utilizzare la terapia familiare nelle
situazioni di crisi oppure quando il problema riguarda evidentemente
tutta la famiglia e non il singolo. Noi riteniamo che sia genericamente
sempre molto utile effettuare una prima fase diagnostica con la
famiglia, anche nelle situazioni in cui poi potrà essere
più efficace (particolarmente nell'adolescenza) continuare
con un lavoro individuale. Tuttavia in alcune situazioni il lavoro
nella prima fase con la famiglia è indispensabile. particolarmente
con pazienti psicotici e con pazienti anoressiche data la loro difficoltà
a difendere il proprio spazio individuale abbastanza da poter effettuare
una richiesta di terapia e mantenerla nel tempo. I sintomi psicosomatici,
in genere, trovano un miglior aiuto nella terapia familiare e particolarmente
nelle nuove tecniche dell'immagine e dell'uso del corpo. Nelle situazione
dove il problema appaia transitorio e amplificato esageratamente
dalla famiglia, in quelle in cui prevale sia per l'adolescente che
per la famiglia l'agire come modalità concreta di comunicazione
o di evacuazione della tensione, in quelle in cui il problema dell'adolescente
appare essere una risposta difensiva ai problemi della coppia genitoriale
o di uno dei genitori, infine in quelle in cui l'adolescente rifiuta
un trattamento individuale manifestamente necessario, Nicolò
e Zavattini ritengono opportuna l'indicazione di terapia della famiglia.
Infine sarà opportuno ricordare che è sempre necessaria
una pianificazione complessa di numerose forme di trattamento che
possano essere coniugate insieme. In taluni casi, come la tossicodipendenza,
la terapia familiare può essere utile solo come inizio del
processo terapeutico e deve andare di pari passo con interventi
farmacologici , sociali e comunitari, nella psicosi è spesso
necessario un trattamento ospedaliero, farmacologico e psicoterapico
individuale, nel borderline deve essere associato un trattamento
gruppale, nell'anoressia sono a volte necessari interventi medici
o comportamentistici, e così via.
Sembrano , al contrario controindicazioni alla terapia familiare
gravi situazioni paranoiche (per l'intolleranza rispetto al setting)
e famiglie in cui il paziente designato sia il figlio adottivo,
per la difficoltà da parte della famiglia ad accettare di
essere - anche in parte - responsabile dei problemi del figlio,
sempre attribuiti , al contrario ,alla famiglia d'origine biologica
o all'ambiente istituzionale in cui egli ha vissuto nella prima
infanzia
ALCUNE OSSERVAZIONI CRITICHE
Non dovendo difendere un particolare marchio di fabbrica , perché
il nostro Istituto ha scelto sempre il confronto e la curiosità
come stimolo guida, abbiamo avuto la possibilità di sperimentare
più modelli di valutazione diagnostica e di intervento :
provocazione, prescrizione invariante, interventi più psicoanalitici,
terapie strutturali etc.
Abbiamo applicato i modelli degli altri quando ci sembrava opportuno
ed abbiamo "scoperto" alcune semplici cose.
L'ottica relazionale spiega molto bene ciò che avviene fra
le persone, ma quando si rivolge all'interno dell'individuo ci sono
alcune difficoltà e interviene la tentazione di richiamarsi
ad ottiche "forti" preesistenti.
Nella migliore delle ipotesi capita che le altre letture vengano
tradotte nei linguaggi diversi , cioè che cose già
spiegate dalla psicoanalisi siano rispiegate in "costruttivese"
e viceversa.
La Terapia Familiare non basta a se stessa (come anche le altre
tecniche ) ma é più spesso parte di un processo terapeutico
più complesso che include sempre altre forme d'intervento,
psicoterapeutico e non. Talvolta tutti questi interventi con individuo
gruppo , famiglie etc. possono essere collegati , ma sempre si deve
tenere conto di questa complessità.
Anche il tentativo di creare modelli di intervento secondo la nosografia
classica non risponde alle necessità. Ad esempio la psicosi
cronica talvolta risponde alla provocazione e al paradosso o alla
prescrizione invariante , ma talvolta , al contrario, l'intervento
induce il delirio, e non raramente ne fornisce addirittura il contenuto.
In questi casi , perciò risulta più efficace una terapia
non intrusiva.
Forse questo può essere risolto dandosi criteri diagnostici
più sottili e precisi per distinguere all'interno delle categorie
nosografiche classiche (le schizofrenie, le depressioni)., ma anche
all'interno degli stili di comunicazione e delle capacità
emotivo-affettivo-evolutive della famiglia. Ci sono tentativi -
in corso - di produrre questi risultati nella diagnosi familiare
sia con l'ottica sistemico - relazionale, sia con quella psicoanalitica
sia con quella cognitivo-costruttivista, non bisogna però
fermarsi alla categoria diagnostica ma andare oltre.
Per poter verificare queste nuove ipotesi diagnostiche si dovranno
effettuare valutazioni più accurate e numerose dei risultati
della terapia. I follow - up ben fatti sono di grande aiuto, ma
dovrebbero essere fatti da altri , altrimenti é di nuovo
facile che ciascuno trovi ciò che cerca.
A volte poi il problema , apparentemente risolto nell'infanzia,
si ripresenta sotto altra forma nell'adolescenza , magari come sintomo
somatico, o migra altrove nella famiglia. Come distinguere, e come
capire quando é meglio non utilizzare le enormi potenzialità
della terapia familiare per avere magari un risultato veloce nell'infanzia
per poi subire una ricaduta più avanti ? Quale intervento
diagnostico ci potrà chiarire quali terapie conviene "rallentare"
ed approfondire ? E'questo un argomento estremamente delicato sul
piano etico.
Non ci sono attualmente modelli esaustivi in nessuna scuola, orientamento
o stile; occorre ancora sperimentare nuovi modelli e nuove soluzioni.
La necessità di avere certezze e di essere fedeli a modelli
porta o alla rigidità o , nella migliore delle ipotesi a
bruschi cambiamenti periodici con l'abbandono precoce anche di cose
buone.
La necessità di certezze é umana ma fallimentare.
proprio mentre le scienze forti si liberano dei legami e vanno verso
l'incertezza , noi facciamo il percorso contrario. Ma le leggi scientifiche
sono , forse, solo un nostro bisogno di regolamentare il caos.
La relazione terapeutica con il paziente e con la sua famiglia
dovrà sempre comunque appoggiarsi su qualcosa di solido cioè
su di una teoria di riferimento provvisoria e su una diagnosi temporanea
e processuale da utilizzare come base sicura.
Ma questa sarà tanto più sicura quanto il terapista
saprà che la sta usando proprio a questo scopo e non sarà
imprigionato ed usato da essa.
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