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L'USO DEGLI AUDIOVISIVI NELLA FORMAZIONE
RELAZIONALE**
Rodolfo de Bernart*
**Questa relazione contiene parti di articoli precedentemente pubblicati
in italiano ed in francese e citati in bibliografia;
* Psichiatra, Direttore dell'Istituto di Terapia Familiare di Firenze.
Per un terapista familiare vedere è importante quanto sentire,
se non di più. Solo il confronto fra ciò che vede
e ciò che ascolta gli permette, infatti, una lettura più
complessa della comunicazione familiare. Fin dalla formazione gli
allievi vengono allenati a leggere il linguaggio non verbale insieme
a quello verbale e vengono stimolati ad osservare le differenze
e le incongruenze. Sulla base di queste è poi possibile costruire
ipotesi relazionali di lavoro da verificare in seduta.
Sarà perciò chiaro il motivo per cui fin dall'inizio
della Terapia Familiare gli audiovisivi hanno avuto un posto significativo
nello strumento del terapista con conseguenze importanti anche sullo
sviluppo della stessa tecnica terapeutica.
Un altro fattore che ha sicuramente contribuito fin dall'inizio
a stimolare l'uso del video è stato l'atteggiamento di ricerca
di una gran parte dei primi terapisti sistemici che erano direttamente
collegati al primo gruppo di ricercatori sulla famiglia guidato
da Bateson.
All'inizio venivano filmate solo le sequenze ritenute significative,
ma questo influenzava troppo la famiglia che veniva messa sull'avviso
dalla lucina rossa accesa: "Ah, ah! Sta succedendo qualcosa di importante!".
Perciò questo sistema di ripresa fu presto abbandonato
a sostituito con una ripresa continua di tutta la seduta, che veniva
ripresa in esame dalla èquipe terapeutica nella discussione
successiva, allo scopo di selezionare le sequenze significative.
Col tempo e con l'evolversi della tecnica video si passò
dalla ripresa fissa effettuata dentro la stampa di terapia a riprese
effettuate da un operatore attraverso un vetro o uno specchio unidirezionale
dove trovava spazio anche l'èquipe terapeutica.
La struttura
Ho già descritto in due articoli precedenti (de Bernart,
1982) come acquistare i componenti necessari ad un impianto audiovisivo
efficente e come corredarlo di ulteriori attrezzature più
sofisticate (de Bernart,1986), mentre la disposizione di questa
attrezzatura è stata ben descritta da Cardinali (1983).
Ricorderò qui soltanto che la struttura di base è
costituita da un impianto composto da una telecamera, un video-registratore,
un televisore o monitor, collegati fra loro ed accoppiati ad un
impianto audio composto a sua volta da uno o più microfoni,
un mixer, un amplificatore, due altoparlanti e naturalmente un registratore
audio.
La telecamera può essere comandata a mano da un operatore
ed essere collocata dentro o fuori dalla stanza di terapia.
Generalmente quelle interne alla stanza sono comandate attraverso
una piccola "regia" posta dietro lo specchio.
Impianti più sofisticati possono essere dotati di una lente
grandangolo che riprende tutta la famiglia, l'altra di uno zoom
per poter effettuare primi piani.
Quest'ultimo strumento risulta molto efficace quando si vogliono
confrontare le espressioni di diversi membri della famiglia attraverso
la rapida successione delle due immagini, o meglio ancora attraverso
l'uso dell'immagine riguardata inserita nell'immagine generale.
Ricorderò qui solo marginalmente l'importanza dell'uso
di materiali fonoassorbenti nell'arredamento della stanza perchè
sia possibile ottenere un suono accettabile. L'operazione non è
affatto semplice dato che non è sempre possibile porre i
microfoni alla giusta distanza dalle singole persone, per cui spesso
i video in terapia familiare hanno un pessimo audio.
Alcuni impianti sono dotati inoltre di accessori che permettono
la stampa di alcune immagini significative ed il viraggio delle
riprese per assicurarsi che la famiglia non venga riconosciuta qualora
il nastro sia mostrato in pubblico (de Bernart,1986).
Le tecniche di ripresa
La maniera più rudimentale di riprendere una seduta di
terapia familiare è la telecamera fissa con grandangolo.
Le immagini risultanti sono naturalmente piuttosto statiche e
noiose, tuttavia forniscono al terapista che sia costretto a lavorare
da solo una sorta di coterapeuta. In questo caso infatti la telecamera
darà una sua propria lettura, certo fredda e distaccata,
ma almeno in parte diversa da quella del terapista.
Ovviamente un risultato migliore potrà essere ottenuto
ponendo la telecamera in modo che riprenda la famiglia da un'angolazione
diversa da quella con la quale il terapista osserva.
Un ulteriore miglioramento potrà essere ottenuto osservando
il nastro assieme ad un supervisore o ad un gruppo di colleghi (Montella,
1984).
Talvolta rivedere la registrazione può risultare estremamente
penoso per il terapista inesperto, non solo per le evidenti difficoltà
che egli riconosce nell'osservazione del video, ma anche perchè
lo sguardo immobile della telecamera conferisce alla scena un curioso
senso di estraneità.
L'aiuto di un supervisore o di un gruppo di osservatori consente
di scoprire molti più errori di quanti il terapista possa
trovare. Talvolta l'uso del video cambia rapidamente l'ottica del
terapista. Dopo aver osservato un certo numero di nastri egli diventa
più sensibile all'importanza del non verbale. Da quel momento
anche le sue letture in seduta diventano meno legate al contenuto
e quindi anche più sorprendenti per la famiglia.
Ad esempio egli può mettersi in rapporto con le persone
osservando come e dove sono sedute, evitando così le trappole
tessute con le parole: "sorprendevo la famiglia -scrive Montella-
scompigliandone la retorica con la mia ottica da marziano.
I pazienti finivano per percepire che esisteva una comunicazione
diversa da quella verbale, più indistinta e più profonda
che li teneva legati alla propria posizione e, pur senza averne
mai una piena consapevolezza mutavano atteggiamento".
Se invece il terapista si serve di un operatore è possibile
ottenere una lettura di complessità più elevata. L'operatore
darà infatti una sua interpretazione della situazione effettuando
la lettura attraverso il linguaggio proprio del mezzo.
Il fatto di inquadrare alcune persone piuttosto che altre, o di
preferire alcune espressioni ad altre ha naturalmente un significato.
E' dunque chiaro che non è proprio possibile una neutralità
in questo campo.
Nel riprendere in esame il nastro il terapista può arrivare
a non "riconoscere" la famiglia che aveva in trattamento. Per quanto
abbiamo scritto all'inizio queste differenze sono molto utili perchè
consentono di instaurare subito un pensiero meno rigido e più
elastico. Certo l'operatore dovrà essere istruito a non inquadrare
troppo chi parla, ma ad inquadrare quello che gli altri membri commentavano
non-verbalmente.
Mi sono reso conto nel tempo che un operatore professionale è
meno utile di un terapista o di un allievo che svolga questa funzione
con un minimo di competenza tecnica. Il primo infatti tende comunque
a non avere una propria visione della famiglia e segue in modo pedissequo
la linea del terapista. La registrazione risulta perciò di
scarsa utilità proprio per la mancanza di distanza fra le
due letture. Nel secondo caso invece, la lettura potrà essere,
e spesso è realmente, almeno in parte distante da quella
del terapista che potrà perciò confrontarla con la
propria, ottenendo suggerimenti più utili.
L'uso di due telecamere richiede ovviamente più attenzione
alla composizione del messaggio video. E' intuitivo quale enorme
potenzialità possa avere il confronto fra due immagini contrastanti
(ad esempio un marito che parla in termini entusiastici del proprio
rapporto con la moglie, mentre un primo piano di questa rivela un'espressione
di assoluta disconferma).
Paul (1976) e Alger (1972) hanno già esaminato l'impatto
di queste tecniche in altri contesti. In terapia familiare possiamo
considerare questa immagine composta come l'introduzione di una
nuova "sintassi" triadica coerente con l'impostazione triadica dell'ottica
sistemica. Ad ogni allievo terapista, infatti, viene insegnato a
controllare l'espressione degli altri membri della famiglia anche
se apparentemente egli dovrà guardare chi parla.
Per quanto riguarda il sonoro dobbiamo rilevare che nel 99% dei
casi è semplicemente la registrazione di ciò che avviene
nella stanza di terapia. Personalmente preferisco invece registrare
i colloqui citofonici fra supervisore e terapista e le discussioni
dell'èquipe dietro lo specchio ogni qualvolta questo avviene,
sostituendo per questi brevi intervalli il sonoro della stanza di
terapia, mentre per motivi tecnici le immagini restano invariate.
Questa scelta rende possibile creare un continuum tra terapia e
supervisione utile per il terapista al momento della revisione del
nastro (Whiffen,1982).
Al contrario, come vedremo diventa più difficile far rivedere
la seduta alla famiglia. Ogni volta che si presenti questa necessità
bisognerà infatti cancellare gli scambi citofonici e le discussioni,
per evitare effetti collaterali indesiderati.
Rivedere il nastro
Lavorare sulle immagini di una seduta è il naturale prolungamento
della supervisione diretta che viene effettuata di norma in terapia
familiare, a differenza che nelle altre psicoterapie. In questo
modello di lavoro infatti, il supervisione osserva il terapista
in azione e può correggerlo istantaneamente, chiamandolo
attraverso un citofono, o pregandolo di uscire dalla stanza, o ancora
entrando nella terapia per discutere con lui di fronte alla famiglia
e per aver alcune cose al suo posto.
I modelli di supervisione sono i più vari, ma hanno tutti
in comune l'immediatezza e, dunque, la difficoltà di avere
un tempo per la riflessione.
Certo talvolta il supervisore ed il terapista possono indugiare
qualche minuto di più dietro lo specchio, ma lo spazio per
pensare, o meglio, per ripensare alla terapia viene dopo, nella
post seduta. Qui, tuttavia, a differenza di altri modelli di terapia,
ciò che è avvenuto può essere ancora presente,
può essere rivisto e controllato proprio grazie agli strumenti
audiovisivi.
Non solo: il passato può essere nel presente "sezionato"
in piccoli brani, a volte in istanti per comprendere meglio cosa
è avvenuto nella famiglia e soprattutto fra essa ed il terapista.
Lo strumento tecnico (il videoregistratore) assume qui un'importanza
notevole, perchè consente l'arresto ed il recupero del tempo.
Il modo più semplice di rivedere un nastro è quello
di riprodurlo a velocità normale ed interrompere di quando
in quando, ogni volta che il supervisore lo ritenga opportuno o
perchè ha notato qualcosa di nuovo che vuole segnalare al
terapista, o perchè ha ricordato qualcosa che aveva notato
nella terapia "in diretta" , ma che non gli era sembrata così
importante da chiamare il terapista al citofono.
La sequenza significativa può essere rallentata fino alla
possibilità di visualizzare fotogramma per fotogramma, o
può essere resa più rapida e visualizzata a velocità
doppia o moltiplicata. E' intuitivo che il "rallentatore" serve
a scomporre il movimento o le espressioni del terapista ed a metterli
in rapporto diretto con quelli della famiglia. La velocità
accellerata ha, invece, soprattutto lo scopo di mettere in evidenza
le sincronie nei movimenti della famiglia e del terapista di sottolineare
le ridondanze negli stessi.
Il fatto che ad esempio un terapista si tocchi il naso ogni volta
che fa una domanda al padre può sfuggire all'osservazione
a velocità normale, ma salta agli,occhi se usiamo la velocità
10x, e contiamo perciò 10 toccate in un minuto.
La presenza di un gruppo di colleghi, come avviene ad esempio
in un training, consente di dividere il compito dell'osservazione,
rendendolo più specifico: uno osserverà il non verbale
di chi parla, un secondo di chi ascolta, un terzo le connotazioni
verbali che il terapista conferisce al colloquio, un quarto quelle
non verbali. Il lavoro deve essere orientato non solo a capire di
più di quella famiglia e dei rapporti fra i suoi membri,
ma anche della famiglia e dei suoi componenti con quel terapista.
Nella formazione il rivedere un video insieme consente inoltre
al trainer di attivare anche gli altri membri del gruppo, chiedendo
ad ognuno di loro cosa avrebbero fatto se fossero stati in quel
momento al posto del terapista. Questo tipo di richiesta presenta
come vantaggio collaterale non indifferente la drastica riduzione
delle critiche "distruttive" fatte da allievi che non riescono a
suggerire comportamenti alternativi. Queste sono infatti particolarmente
dannose per il terapista alle prime armi.
Un esercizio molto utile può essere invece far lavorare
un gruppo di colleghi alla costruzione di un montaggio significativo
di un processo terapeutico.
Uno dei problemi più sentiti nel campo è, infatti,
la conservazione e l'uso delle videoregistrazioni della clinica.
Spesso esse si accumulano senza ordine e, nel tempo diviene difficile
persino ricordare dove momenti significativi della terapia sono
avvenuti.
Per questo problema sono state proposte diverse soluzioni.
Beaujean (1986) suggerisce di lasciare cinque minuti liberi all'inizio
di ogni nastro e di utilizzarli per registrare una specie di sintesi
della seduta: basterà poi rivedere cinquanta minuti (anzichè
dieci ore) per sapere dove sta quello che si cerca.
Un'altra possibilità mi sembra sia la compilazione di una
scheda video in cui venga indicato dove sono i passi significativi.
Poichè i numeri dei giri del contatore non sono uguali,
purtroppo, in tutti i registratori, sarà opportuno segnare
il punto anche con il tempo (molti nuovi registratori usano contagiri
a tempo) o, meglio segnalare un particolare non verbale ed una frase
che contrassegnino l'inizio della sequenza.
Questo consentirà di ritrovare il punto veloce con il tasto
"cue" a dieci volte la velocità, circa sei minuti per seduta.
Montella (1987) propone di usare la videoregistrazione come un
quaderno degli appunti e di razionalizzare con l'uso di computers
le videoteche delle cliniche. Solo attraverso la disponibilità
nel tempo di materiale video selezionato, catalogato e facilmente
reperibile è possibile, infatti, una buona didattica ed una
rielaborazione che permetta una ricerca seria.
Uno degli aspetti positivi della videoregistrazione in terapia
familiare è appunto questa estesa disponibilità di
materiale clinico non "riferito" e quindi non sottoposto a pesanti
interpretazioni soggettive, ma almeno in parte "oggettivo" e perciò
utilizzabile anche per ricerche che confrontino metodi, differenze
culturali etc.
Il video nella formazione del terapista
"Se vogliamo che un terapista sia capace di utilizzare correttamente
l'analisi del linguaggio non verbale dobbiamo abituarlo a confrontarsi
con esso fin dall'inizio della formazione" (Bodin, 1978).
Se un terapista deve essere capace di trovare un'altra immagine
da proporre alla famiglia al posto di quella "ufficiale" con la
quale essa si presenta in seduta, egli deve abituarsi a cercare
quello che non viene mostrato.
Deve anche conoscere molto bene almeno alcune immagini della propria
famiglia per essere sicuro di non cercare-trovare sempre quelle
nella famiglia in trattamento (de Bernart, 1978).
Questo mi ha portato ad utilizzare due tecniche audiovisive nel
primo livello (non clinico) di formazione allo scopo di fornire
all'allievo molte immagini della famiglia "normale" perchè
fosse poi capace di accettare con la dovuta flessibilità
tutto ciò che poteva incontrare in futuro.
Troppo spesso infatti il concetto di famiglia normale è
confinato nell'allievo nell'immagine della propria famiglia o nel
contrario di essa.
Il primo strumento è l'uso di fotografie, diapositive,
film ad 8mm., e videoregistrazioni di eventi familiari della famiglia
dell'allievo. Lo scopo non è però terapeutico ma conoscitivo:
poco spazio viene dato ai giudizi e molto, al contrario, alle descrizioni.
La molteplicità e la variabilità della norma si
ottiene appunto attraverso il confronto fra le diverse famiglie.
Il metodo ha qualche parentela con la "Photo-video-scopie genealogique"
proposta da Bleandonu (1986) e con la "Family Picture" di Ruben
(1976), ma si differenzia da esse soprattutto per l'uso non clinico.
L'aspetto significativo del metodo consiste per me nel "viaggio"
dentro e fuori dalla propria famiglia, analogo a quello proposto
da Bowen ai suoi allievi.
Lo studente deve infatti "tornare" in famiglia per procurarsi
le fotografie (con tutto quello che ciò comporta"; deve poi
sceglierle ed ordinarle secondo un suo criterio (prima lettura),
ed infine presentarle al gruppo (seconda lettura) che ne darà
una nuova interpretazione secondo molteplici criteri di normalità
(terza lettura).
Un lavoro di conoscenza efficace in questa fase può essere
completato attraverso un'intervista conoscitiva "geografico=storica"
con la famiglia dell'allievo che chiarisca le modalità di
trasmissione trigenerazionale delle culture familiari ed i legami
e le posizioni funzionali dell'allievo in famiglia.
L'uso dei films in commercio (Gladfelter, 1972) o di opere teatrali
videoregistrate, è il secondo strumento utilizzato allo scopo
di allargare ancora il concetto di normalità e di abituare
l'allievo ad entrare nelle altre realtà attraverso immagini
(de Bernart, 1987). I films , inoltre non sono mai mostrati per
intero, ma solamente per brani piuttosto brevi. Gli allievi devono
poi allenarsi a costruire da queste piccole sequenze le storie dei
personaggi. Così facendo si abituano fin dall'inizio a immaginarsi
trame familiari dalle poche notizie che le famiglie portano in seduta.
Ma guardare non significa ancora "saper guardare", occorre, come
sottolinea Angelo (1987), acquisire un metodo di osservazione, scegliere
ciò che si vuole osservare, perchè non tutto ciò
che può essere percepito è ugualmente significativo.
Bisogna infine includere se stessi nel campo di osservazione,
cioè sviluppare la capacità di utilizzare su di sé
come soggetto interagente lo stesso schema di analisi impiegato
per cogliere aspetti significativi nelle relazioni degli altri.
Ognuno di noi, sottolinea ancora Angelo, usa un metodo percettivo
ed una struttura organizzativa personale.
L'uso del videoregistratore è il mezzo ideale per "manipolare
il tempo" e per cambiare il modo in cui vengono collegati gli elementi.
Questo avviene nella seconda fase di formazione in cui simulazioni
videoregistrate, assieme a nastri di terapia del trainer vengono
utilizzati come stimolo ed esercizio alla lettura complessiva verbale
e non verbale da parte degli allievi.
La terza fase clinica utilizza gli strumenti che abbiamo già
descritto per la supervisione. In questa parte maggiore attenzione
viene data a stimolare la capacità dell'allievo a passare
continuamente da aspetti generali ad altri particolari o individuali
della famiglia in trattamento.
Mentre imparare a riconoscere singoli elementi comportamentali
facilita un discorso parallelo sui contenuti e sulle emozioni, permettendo
di esplorare vissuti individuali, apprendere come questi elementi
si collegano fra loro in sequenze comportamentali e si strutturano
in una relazione, permette di individuare le trame di connessione
della comunicazione (Angelo, 1987).
Conclusioni
Gli audiovisivi nelle loro varie forme sono sicuramente divenuti
strumenti insostituibili in terapia familiare e nella formazione
del terapista. Assieme ad aspetti sicuramente positivi compaiono
talvolta distorsioni.
La più importante mi sembra l'aver accentuato certi aspetti
spettacolari ed eclatanti già presenti nelle terapie sistemico-strategiche.
troppo spesso nei convegni e nella formazione sono mostrati brani
spettacolari o prime sedute significative, mentre raramente viene
dato spazio alla noia ed alla difficoltà di un intero processo
terapeutico.
Questo può generare negli allievi, ed in particolare nei
neofiti, la convinzione che si tratti di interventi facili e brevi,
e, soprattutto può stimolare pericolose tendenze imitative.
Come tutti gli strumenti anche gli audiovisivi dovranno perciò
essere somministrati sia nella clinica che nella formazione da personale
esperto e responsabile.
Riassunto
L'autore descrive l'uso degli Audiovisivi nella clinica e nella
formazione in Terapia Familiare. Dopo una breve descrizione della
struttura necessaria vengono affrontati i metodi di ripresa e revisione
del materiale. Viene discusso l'uso della somministrazione alla
famiglia in trattamento di materiale video.
Infine viene descritto l'uso degli audiovisivi nei diversi livelli
di formazione.
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