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TOTO LE HERO: un eroe di fine millennio.
Regia di Jaco Van Dormael, Belgio, 1991, 1 h, 30'.
Si può vivere per tutta la vita nei panni di un altro? Thomas
ne é convinto. Pensa di essere stato scambiato, subito dopo
la nascita, con Alfred, il suo vicino di casa nel corso di un violento
incendio nella clinica. Così ha vissuto in una famiglia più
povera, abitando per di più proprio di fronte ad Alfred e
seguendo con rancore tutti gli aspetti più positivi e più
ricchi della sua vita. Adesso, siamo nel 2027, vive in un ospizio
per vecchi, forse una specie di ospedale psichiatrico, ma non ha
ancora abbandonato il sogno di riuscire a riprendersi il nome e
i panni che gli spettano. Fugge dall'ospizio e va a sostituirsi
ad Alfred, appena in tempo per essere ucciso al suo posto.
La storia é semplice , forse anche banale e non si riuscirà
mai a capire se si tratta di un delirio o di una realtà.
Ma è molto interessante il modo in cui il regista mescolando
continuamente realtà, fantasia e ricordi dell'infanzia e
dell'adolescenza di Thomas riesce a darci, tra l'altro in un linguaggio
cinematografico bellissimo, lo spaccato di una vita intera. Vediamo
Thomas crescere in una famiglia modesta, piccolo borghese, perdere
il padre pilota in un incidente aereo, affrontare i problemi della
crescita da orfano insieme con la sorella e con il fratello handicappato,
sempre confrontandosi con il ricco Alfred, al quale la vita sembra
aver spianato la strada. Anche quando ,da adolescente ,Thomas sembra
finalmente aver trovato in Evelyne l'amore, non può avere
la felicità, perchè scopre che si tratta della moglie
di Alfred. Non gli resta che impazzire e sparire dalla vita per
un lungo tempo. Il racconto della trama potrebbe far pensare ad
un film cupo, realista a sfondo sociale. Non é così.
Il film é condotto con mano leggera, con umorismo, con ironia
e sconfina a tratti addirittura nel musical, senza perdere però
di vista l'indagine psicologica approfondita dei personaggi, spesso
affidata a piccoli brani di grande cinema.
Per un terapista familiare sono soprattutto interessanti la semplicità
di alcune immagini infantili come quella di Totò che dice
del padre che va al lavoro "la mattina papà va dietro la
porta e ci resta fino alla sera, qualche volta ho aperto la porta
ma lui non c'era....". Molto interessante risulta anche il rapporto
di Totò con la sorella, che influenzerà anche le sue
scelte amorose da adulto. Totò é innamorato di lei
e certo non può sopportare che anche Alfred lo sia. Più
in là negli anni quando incontra Evelyne se ne innamora proprio
per la somiglianza con la sorella. Ma proprio per questo anche Alfred
se ne era innamorato e l'aveva sposata, solo così possiamo
capire perchè scoprendolo Thomas non possa sopportare l'idea
di continuare l'amore con Evelyne e possa solo fuggire nella pazzia.
Ma l'interesse principale di questo film per me consiste, ancor
una volta, nella capacità di fornire più letture della
stessa realtà. Non c'è niente di nuovo sotto il sole,
e , dopo Pirandello, é difficile scrivere novità sull'argomento.
Tuttavia questo tema sembra essere diventato di nuovo attuale nel
cinema, come dimostrano film completamente diversi tra di loro come
"Barton Fink" dei fratelli Coen o "Basic Insinct" di Paul Verhoeven.
Certo è difficile pensare che viviamo una realtà
oggettiva dopo aver visto questo film. Toto' vive solo per riavere
la sua vita persa nello scambio in clinica e Alfred forse non ha
mai vissuto la sua vita! E tuttavia le prime parole di Totò
nel film sono: " Niente. In tutta la vita non mi è successo
niente", e le ultime : "Tutto qui ?".
FRATELLI E SORELLE di Pupi Avati - Italia 1992 - 1h e 46'.
Regia di Pupi Avati
Diciamo subito che non si tratta di un film completamente riuscito,
certamente non il migliore di Pupi Avati. Tuttavia mi piace segnalarlo
ai nostri lettori perché presenta alcuni brani di grande
interesse per chi voglia utilizzare un supporto cinematografico
per l'insegnamento della terapia familiare. Torneremo su questo
tema dell'utilizzo dei films per la formazione in un prossimo articolo.
Nel frattempo segnaliamo come la storia di Francesco, figlio minore
di Gloria, sia uno dei migliori esempi di come si costruisce una
triangolazione perversa e di conseguenza una psicosi adolescenziale.
Gloria ha scoperto ,dopo 22 anni di matrimonio, di essere tradita
dal marito. Incapace di affrontare direttamente il problema fugge
con i figli Matteo e Francesco negli Stati Uniti dalla sorella.
Qui Matteo sembra in grado di confrontarsi con il nuovo ambiente
e di adattarsi ad esso, Francesco, invece, ha lasciato a Roma una
parte di sè legata al padre, con il quale ha lunghe conversazioni
telefoniche segrete. In esse il padre manipola Francesco spingendolo
a legarsi sempre di più alla madre per riempire il vuoto
emotivo, causato dalla rottura del matrimonio, e per controllare
l'equilibrio familiare. Francesco non si sente libero ,perciò,
di creare insieme al fratello nuovi legami con l'ambiente, ed utilizza
sempre di più le sue capacità per chiudersi, per disadattarsi,
per restare in casa a disposizone del padre e della madre. Lo lasciamo
alla fine del film ad un passo dalla follia. Ma durante tutto il
film diversi momenti sottolineano l'aggravarsi della sua posizione
emotiva, in particolare i suoi racconti di delitti efferati, letti
nella cronana nera dei giornali, compiuti da qualcuno nei confronti
di un numero di parenti sempre più numerosi "ha sentito di
quel tizio che prima ha ammazzato la moglie e la suocera poi é
andato a trovare lo zio ed ha sparato a lui ed ai cugini....?" Il
film é interessante anche per il ritratto di tre coppie di
fratelli e sorelle: Gloria e la sorella Lea, Matteo e Francesco,
e le due figlie del nuovo marito di Lea. La difficoltà di
vivere nella realtà é il tema centrale di questo film,
solo Francesco, é vero, sembra avvicinarsi davvero alla follia,
ma quanto sono normali gli altri? Gloria che non riesce ad accettare
di piacere ad altri uomini, sua sorella Lea che non riesce ad avere
più rapporti con il marito, le due sorelle americane, di
cui la prima vive -quasi in un delirio- la vita di una famosa protagonista
di una "Soap Opera" di cui é la sosia, ripetendone le battute
e cercando di compensare così lo squallore della sua realtà
di infermiera insoddisfatta mentre la seconda non riesce a risolvere
la sua triste storia con un uomo sposato.
Da questo punto di vista il film sebbene lento e non del tutto
riuscito resta comunque un buon esempio di come si costruiscono
e si mantengono nel tempo nevrosi quotidiane fondate sulle relazioni
familiari ed ambientali.
Rodolfo de Bernart
Direttore Istituto di Terapia Familiare di Firenze
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