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Fattori di crisi nella coppia e nella
famiglia
Prof. Rodolfo de Bernart*
Tramite una specie di metafora consideriamo la famiglia come se
fosse un organismo vivente facendo un parallelismo fra le sue vicende
e le fasi della crescita individuale. Il momento del concepimento
potrebbe corrispondere all'incontro delle due persone, alla formazione
della coppia che poi creerà la famiglia; la gravidanza rappresenta
tutto il periodo in cui fanno conoscenza, una volta noto con il
nome di fidanzamento, a cui segue la decisione di sposarsi o di
convivere, come si fa frequentemente oggi; infine il matrimonio
potrebbe essere considerato come il vero e proprio parto, la nascita
di un nuovo individuo. Questa nostra coppia simbolica inizia così
a crescere e ad affrontare una serie di fasi diverse del suo ciclo
vitale. Queste fasi sono contrassegnate da eventi importanti, che
comportano l'arrivo o la partenza di qualcuno, la nascita di un
bimbo, le morti, le malattie, o l'assenza di uno dei due partner
per un periodo di tempo a causa di motivi di lavoro o altro. Eventi
anche prettamente fisiologici legati alla crescita: l'infanzia,
l'adolescenza, l'età giovanile, l'età matura, la terza
età. Quando i figli se ne vanno, la famiglia continua a esistere.
Una definizione pittoresca è quella del «nido vuoto»
al quale bisogna abituarsi. Ci sono situazioni e circostanze che
sono a volte anche abbastanza stressanti come ad esempio l'affrontare
la vecchiaia, la fine degli impegni professionali, la diminuzione
delle attività familiari, fino al momento della morte dei
due coniugi e quindi anche della famiglia. In realtà la famiglia
non nasce e non muore mai, e questi parallelismi sono del tutto
arbitrari, nel senso che il concepimento è l'incontro di
due individui, che però hanno alle loro spalle le rispettive
famiglie di origine. Si viene quindi a creare una specie di confluenza
di due storie famigliari e quindi, anche alla morte di questi due
coniugi, la famiglia potrà continuare attraverso i figli,
i figli dei figli e così via.
Quali sono le caratteristiche di una famiglia? È difficilissimo
dirlo. La maggior parte di noi ha come idea di normalità
quella della propria famiglia di origine o più spesso proprio
il contrario della famiglia di origine. Molti di noi infatti la
criticano, non sono soddisfatti di quello che hanno avuto e non
possono prenderla come modello; qualcuno, comunque, può farlo
inconsciamente.
La flessibilità è forse la caratteristica più
importante della famiglia. Perché è così importante?
Perché la famiglia nella sua crescita non potrà mai
essere la stessa, dovrà mantenere certamente un senso di
identità rispetto alla propria cultura, inizialmente dovrà
costruirla ma successivamente modificarla più volte. Ogni
volta che si passa da una fase del ciclo vitale a quella successiva,
è necessaria una modificazione, a volte anche sostanziale,
delle regole interne della famiglia e delle modalità di vita.
Se questa famiglia è in grado di affrontare flessibilmente
i passaggi da una fase all'altra del ciclo vitale, potrà
funzionare, altrimenti ci sarà una battuta d'arresto più
o meno grave, che potrà produrre sintomi di particolari squilibri
nei suoi membri, oppure semplicemente sofferenza e disagio in tutti
o nei singoli componenti.
Per esempio è abbastanza comprensibile che quando in una
famiglia nasce un bambino si pensa che necessiti di tante attenzioni:
ha bisogno di essere nutrito, coccolato, e via via che cresce è
naturalmente indispensabile che certe protezioni, certe cure, e
certe modalità, che lo rendono passivo in questa prima fase,
si evolvano perché il bambino possa crescere sano. Se la
mamma pensasse di poter allattare il suo bambino per tutta la vita,
lo perderebbe prima o poi per morte o per disfunzioni molto gravi.
Quindi la mamma deve sapere che potrà allattarlo al seno
per un certo periodo, poi artificialmente; in seguito potrà
svezzarlo, prima con la pappa dolce poi con quella salata, tollererà
che mangi con le sue mani anche se in maniera molto disordinata,
perché non accetterà più di essere imboccato,
si renderà conto che sta imparando a mangiare da solo, infine
gli farà scegliere quello che preferisce, e così via.
Questo processo non ha fine, è necessaria una continua flessibilità.
Certe cose che possono essere indispensabile in una fase del ciclo
vitale possono essere negative in quella successiva. Ad esempio
il tipo di regole che si danno a un bambino non si possono dare
a un adolescente; la differenza è difficilissima da capire.
La si può esprimere solo con il tono, ad esempio con una
stessa frase: «Ai bambini si devono dare delle regole e queste
regole si devono far rispettare», il tono è molto deciso,
perché queste regole sono necessarie per il loro bene, perché
non vadano incontro a dei pericoli, non possano correre rischi,
anche gravi, o la morte.
Mentre, «A un adolescente si devono dare delle regole e queste
regole si devono far rispettare», il tono in questo caso è
flessibile, pazienza e un pizzico di complicità. La differenza
è tutta qui, ed è difficilissimo spiegarlo.
Torniamo alla nostra coppia che nel frattempo si è incontrata
e vorrebbe forse fare delle esperienze, verificare quello che potrebbe
succede. Come? La nostra scelta di far nascere la famiglia dall'incontro
di queste due persone è assolutamente arbitraria perché
alle spalle ci sono le due famiglie di origine. Origine che non
significa soltanto persone, ma culture, modi di veder la vita, modi
di pianificarla, di organizzarla. Molto spesso nella scelta del
partner cerchiamo proprio una persona diversa da noi che ci aiuti
a riempire quei vuoti che noi percepiamo, che ci incuriosisca per
ciò che ci può offrire che non abbiamo mai avuto nella
nostra famiglia; è inevitabile che ci siano delle differenze
anche grosse fra noi e il nostro partner. Quindi la prima fase della
conoscenza e dell'affiatamento fra queste due persone richiede proprio
che ci sia una conoscenza delle reciproche culture e si impari la
capacità di contrattare le regole che poi diventeranno comuni.
L'educazione e i bambini
Molti ad esempio sviluppano il concetto educativo che non si devono
picchiare i figli, perché hanno subito loro stessi questo
tipo di violenza da bambini. Poi si cresce e si decide di non farlo
perché non lo si ritiene giusto. Infatti quando le cose non
vanno, è preferibile chiamare il bambino, magari sgridarlo,
spiegandogli il motivo di un certo comportamento. Ma un giorno,
per esempio, il bambino sfugge di mano mentre sta arrivando una
macchina e lì scappa una sberla, improvvisa, istintiva. Perché?
Perché nei momenti di crisi ritroviamo i vecchi punti fermi,
che abbiamo imparato, a poco a poco, anno dopo anno in famiglia.
Possiamo criticarli ma ormai li abbiamo assorbiti così bene
che nei momento di crisi ricompaiono. Dobbiamo disperarci? No. Non
dobbiamo avere una visione deterministica della vita. Per sostituire
la sberla si possono ancora fare tante cose: non intervenire, oppure
spiegare, consolare, rappacificarsi e ritornare ad avere un rapporto
sereno. Non possiamo cancellare quanto noi abbiamo imparato nella
nostra famiglia di origine; lo possiamo criticare razionalmente
e cercare di modificarlo ma solo con l'aggiunta di nuovi comportamenti.
La coppia normale non è solo la coppia che riesce a scegliere
fra le culture di origine in modo razionale, a organizzare una famiglia
che funziona sul piano pratico, affettivo ed economico, ma è
anche una coppia che riesce a crescere insieme. Che cosa significa
crescere insieme? Significa che questa coppia deve essere così
forte e così complice da poter guardare in maniera criticamente
affettuosa alla propria famiglia di origine con gli occhi dell'altro.
Se noi riusciamo in questo abbiamo un altro punto di vista e potremo
affidare anche all'altro la scelta delle cose. Vuol dire imparare
a mettere dei confini, e definire qual è la nostra cultura
individuale, quella che vogliamo portare nella nostra famiglia;
qual è la nostra cultura di coppia, stabilendo le fondamenta,
le mura, i confini della nuova famiglia che nascerà. Questo
è il primo presupposto e il primo ostacolo e ci rendiamo
conto di quanto sia difficile.
La famiglia non funzionante
Il primissimo problema si evidenzia quando la coppia non riesce
a vivere la fase della «gravidanza». Questo succede quando
le coppie si sposano troppo rapidamente, quando l'evento biologico
è troppo immaturo e precede la maturazione psicologica; ci
si sposa per altri motivi, ad esempio una gravidanza non desiderata,
e non perché si crede, sperando in qualche modo di riuscire
a costruire insieme qualcosa. Se non si riesce è solo questione
di tempo e prima o poi i nodi vengono al pettine. Nel senso che
si potrebbe anche riuscire a stare insieme tutta la vita ma non
in maniera produttiva, forse i problemi, i due coniugi, non li vivranno
personalmente ma li trasferiranno sui figli o su qualche aspetto
della loro vita.
Un «lieto» evento
Il prossimo ostacolo è un'esperienza che piace a molti,
ma può creare problemi: la nascita del primo figlio. È
il momento in cui le coppie attraversano una fase di verifica perché
la pressione da parte della famiglia di origine aumenta e i confini
tracciati precedentemente non bastano più. A questo punto
si vede se la coppia è in grado di stabilire confini più
saldi. È come la storia dei tre porcellini: prima la capanna
di paglia, poi di legno, poi finalmente di mattoni. Se si è
pensato di costruire questa struttura più forte, si riesce
a resistere, altrimenti si rischia di andare incontro a intrusioni
molto più incisive. Questo anche perché si presentano
degli aspetti fisiologici. Per esempio è del tutto naturale
che in questa fase la donna si riavvicini molto alla propria madre,
perché diventando madre a sua volta, vuole avere dei consigli.
Successivamente la donna dovrà superare questa fase e riavvicinarsi
al marito e con lui costruire questa nuova cultura, questa modalità
di rapporto con il figlio. Non sempre ambedue sono pronti alla genitorialità.
A volte uno è pronto alla maternità ma l'altro non
lo è alla paternità, in questo modo la moglie graviterà
di più sulla famiglia di origine e il marito si allontanerà
fino al punto che anche le aree che potevano essere condivise, piacevoli
per entrambi, possono diventare aree difficili. Lo notiamo spesso
nella sfera della sessualità: è fisiologico che nella
prima fase del puerperio, una donna divenuta madre interrompa i
rapporti sessuali con il partner. Il periodo di tempo varia, non
possiamo stabilire una data, però è normalmente di
un paio di mesi. Ci sono delle coppie che dopo la nascita del primo
figlio hanno problemi sessuali. A volte le affermazioni sono sconvolgenti,
mi dicono: «non abbiamo più avuto rapporti dopo».
Mi è capitato di sentir dire che è passato un anno
o due dall'ultimo rapporto. È un problema ampio: non solo
sul piano sessuale, ma proprio dal punto di vista della coppia.
A volte la sessualità funziona ma il rapporto di coppia non
va da altri punti di vista. Per esempio non va dal punto di vista
affettivo. Evidentemente se avete dei figli vi sarete accorti quanto
i figli danno dal punto di vista affettivo: dolcezza, tenerezza,
ma quanto tolgono anche. Perché se uno dà tenerezze
al figlio e si dimentica di darle poi al partner allora il rapporto
diventa più arido. Nascono le gelosie, che sono del tutto
fisiologiche in una prima fase ma che sono innaturali se continuano.
Quindi il marito, - più spesso lui perché la mamma
è legato al figlio -, si lamenta di non essere considerato.
Non lo dice apertamente, ma lo fa capire con il suo modo di fare,
forse anche un po' «arrabbiato». Si tratta di una difficoltà
momentanea, se si riesce a ricreare un minimo spazio di coppia,
tutto si riassesta.
Lo spazio di coppia è difficile recuperarlo prima di una
certo periodo, naturalmente, ma se almeno il desiderio di questo
spazio rimane, e se questo desiderio è condiviso e comunicato
nella coppia allora è un buon segno. Se non c'è più
neanche questo allora dobbiamo incominciare a preoccuparci seriamente.
Nuovi confini
Con la nascita del secondo figlio inizia il problema delle gelosie
tra fratelli. La capacità di gestire con maturità
questa difficoltà è essenziale perché si ripresenta
il problema dell'intrusione. Questa volta però non sono confini
esterni, ma interni. Il figlio che c'è già va rispettato
perché ha diritto a mantenere il suo spazio, ma c'è
anche il secondo figlio che è in arrivo, che reclama anche
lui gli stessi diritti, ma lo spazio è lo stesso. Quello
che togli a uno lo dai all'altro o si può dare a tutti e
due? Non è tanto facile. A volte questa difficoltà
arriva ancora prima dell'arrivo del figlio. In passato ricordo di
avere seguito una bambina, per fortuna per breve tempo, perché
il problema si risolse subito, che quando la mamma aveva perso il
bambino che aspettava, aveva sviluppato una fobia alimentare. Non
mangiava più, probabilmente i sensi di colpa erano molto
forti e lei si sentiva colpevole come se fosse stata lei ad uccidere
il fratellino, e non voleva più crescere; voleva restare
piccola per gratificare in qualche modo la mancanza del nuovo nato.
Era successo che questi due genitori erano troppo democratici. Avevano
deciso, per avere il secondo figlio, di consultarla, visto che la
bambina aveva otto anni. Non lo fate mai. Non consultate mai un
bambino per questo. Gli si comunica che nascerà un fratellino
o una sorellina, lo si abitua, gli si spiega, si condivide con lui
la preoccupazione, ma non chiedetegli mai il permesso.
Abbiamo parlato fino a ora della famiglia «normale» formata
da padre, madre, figli biologici. Questa famiglia che per noi è
una famiglia normale, negli Stati Uniti è l'8% delle famiglie
e in Italia il 20-25%.
Tutte le altre sono diverse nel senso che o convivono con i genitori,
o hanno in casa, per esempio, o zio o altre persone o sono famiglie
di separati, per cui c'è il figlio dell'uno, o dell'altro
o di tutti e due con tutto ciò che implicano queste difficoltà.
Vi sono anche le famiglie di omosessuali, in America queste coppie
riescono ad adottare figli, ma anche figli avuti con l'altro sesso
che poi riescono ad avere in affido educandoli con il partner dello
stesso sesso. Avremo, nei prossimi vent'anni molte coppie diverse
e dovremmo adattarci.
La fase che ci preoccupa di più in ogni caso è l'uscita
da casa del figlio adolescente. In questa fase è indispensabile
la flessibilità della famiglia.
Dopo questa fase viene la fase del «nido vuoto» quando
tutti i figli sono diventati indipendenti. In questo momento si
presentano dei problemi perché a volte la coppia nel suo
impegno di sistemare i figli dimentica di essere una coppia. Infatti
ci sono altre persone che impediscono che essa rimanga sola. Non
ci si allena più a stare in coppia. E poi arriva il momento
che bisogna starci per forza. Se ne sono andati tutti. Ci vuole
una grande capacità di riadattamento perché spesso
questa fase coincide con la cosiddetta terza età in cui si
perdono altre connotazioni: quella sociale perché si va in
pensione e fisiologicamente vengono meno altre funzioni. A volte
la coppia riparte ritrovando il gusto di stare insieme, magari facendo
viaggi o creandosi altri hobby.
La fase successiva è quella in cui si diventa anziani. Si
evidenzia una vera e propria inversione: i genitori diventano figli
e i figli diventano genitori. Questa esperienza sta diventando sempre
più diffusa, perché l'età si allunga e inevitabilmente
arriviamo a pesare sui nostri figli. Non si è più
autosufficienti, e non è piacevole per chi è stato
sempre bene, per chi ha sempre dato, dover chiedere. Non è
facile nemmeno per i figli che a volte rifiutano non per egoismo,
come può sembrare, ma perché non riescono ad accettare
di non avere più qualcuno che si occupi di loro. In questo
caso bisogna imparare che bisogna crescere, che siamo adulti e dobbiamo
guardare verso noi stessi. A volte abbiamo bisogno di guardare alle
" radici orizzontali" : il partner, gli zii, i fratelli se ci sono.
La nostra famiglia è arrivata così alla morte: prima
o poi i due fondatori di questa famiglia moriranno, però
se hanno vissuto bene, se sono stati capaci di fare le giuste scelte,
se sono stati capaci di contrattare, di crescere insieme, di sopravvivere
all'arrivo di un figlio, di un secondo figlio, di renderli indipendenti
quando erano adolescenti, di permettere la loro indipendenza totale
da adulti, di sopravvivere senza di loro nel nido vuoto, e di farsi
accudire quando erano anziani, possono morire tranquilli, perché
continueranno a vivere nella loro famiglia.
*Medico Psichiatra, Direttore dell'Istituto di Terapia Familiare
di Firenze
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