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" Cosa ne pensa la sua famiglia? "
La consulenza familiare all'interno
della terapia individuale.
Questo articolo nasce da un processo d'incontro fra la terapia
individuale e quella relazionale.
Da tre anni è iniziata una collaborazione fra i due autori,
una psicologa clinica ed uno psichiatra e terapista familiare, attraverso
la quale cerco di verificare l'ipotesi che in determinate terapie
ed in alcuni particolari fasi del processo terapeutico è
necessario ed utile un intervento di consulenza con tutta la famiglia
all'interno di una psicoterapia individuale. (13)
Questa ricerca è agli inizi e ciò mi impedisce di
generalizzare gli esiti di una esperienza ancors limitata nel tempo
e nel numero di casi clinici, ma i risultati che ho avuto sono stati
stimolanti: sembra così possibile affermare che una flessibilità
rispetto all'intervento, un'attenzione ai climi emotivi esistenti
nelle diverse fasi del processo terapeutico, contrapposte ad un
desiderio eccessivo di neutralità e di appartenenza ad una
scuola che rivendichi un primato nel comprendere e nel guarire,
sono alla base di un buon esito della terapia.
Oggi, alla luce del grande sviluppo della psicologia e della psicoterapia,
si tende ad affronatre il didagio psicologicvo non riferendosi unicamente
ad un modello teoprico o ad una scuola. (6)
C'è l'esigenza di confrontarsi e di cercare un collegamento
fra le diverse teorie alla base di ogni specifico interfento terapeutico.
L'adesione ortodossa ad una o ad un'altra istituzione scientifica,
quindi, appare sempre più fuori luogo là dove l'intuizione,
e successivamente l'esperienza, hanno insegnato che modalità
d'intervento a livelli e profondità diverse siano utili in
un momento particolare del processo terapeutico.
Ognuno ha una sua tecnica specifica, utile per risolvere un dato
problema, ma il confronto offre il vantaggio di generare tensione
continua e reciproco rispetto, che altimenti verrebbero a mancare.(23)
L' approccio relazionale, dice Boszormenyj-Nagy (8), può
ampliare la conoscenza, l'interesse umano ed il contatto terapeutico
a tutte le persone influenzate dal sintomo del paziente: non esiste,
quindi, nessuna controindicazione al servirsi di questa prospettiva
d'intervento all'interno di una posicoterapia individuale.
Senza togliere dignità a ciascun indirizzo psicoterapeutico,
ciò che decide per l'una o l'altra forma di terapia è
spesso la formazione specifica dello psicoterapeuta a cui il paziente
si rivolge: resta da chiedersi se questo fatto da solo porti ad
una difesa strenua di certe posizioni teoriche, ed alla conseguente
applicazione di schemi rigidi.
Anche se, come sottolinea Cancrini, (9) è difficile rinunciare
alla "scuole" a favore di uno scambio continuo, mi sembra che oggi
si stia sempre più perdendo l'atteggiamento di opposizione
per cercare punti di convergenza e si stia, quindi, sempre più
consolidando l'idea che nessuna formazione, con il suo setting e
modalità d'intervento ben definiti, possa offrire al paziente
il monopolio dei pensieri, delle emozioni e delle azioni dei singoli
pazienti.
1. La ricerca: dalla terapia individuale alla consulenza con la
famiglia
CARATTERISTICHE DEL CAMPIONE SCELTO
ï 1 il paziente non parla del sintomo ma della sua famiglia d'orgine
e delle relazioni al suo interno
ï 2 il sintomo rientra nelle seguenti categorie
a) fobie scolastiche
b) disturbi del comportamento alimentare
c) difficoltà di svincolo dalla famiglia d'origine
ï 3 i due collages che la terapista chiede al paziente di fare
a casa segnalano un invischiamento del paziente con la sua famiglia
Io svolgo la mia attività di psicologa presso un ambulatorio
che divido con altri medici generici : i pazienti che mi vengono
inviati dai colleghi medici sono molto diversi fra loro sia per
il sintomo che per l'età.
Le caratteristiche scelte per individuare il campione di pazienti
per il quale è stata effettuata una consulenza familiare
sono tre.
La prima di queste variabili è che i soggetti, giunti su
suggerimento del medico curante, accennavano al sintomo come problematica
personale solo nel primo colloquio, mentre iniziavano a parlare
delle loro famiglie d'orgine nelle sedute successive, senza essere
stimolati a farlo.
Di solito, invece, avviene il contrario: il paziente è desideroso
di parlare del suo problema nei minimi dettagli, ed è molto
difficile richiamare la sua attenzione su aspetti del sintomo diversi
da quelli puramente descrittivi.
La seconda variabile è che il problema per cui i pazienti
erano venuti in terapia rientrava in una di queste categorie: fobie
scolastiche, disturbi del comportamento alimentare, difficoltà
di "svincolo" dalla famiglia d'origine, con conseguente perdita
di ogni interesse per il mondo esterno.
La terza variabile è una particolare struttura dei due collage
che il paziente costruisce a casa su mia richiesta, dopo tre o quattro
sedute.
Il primo collage, che chiameremo familiare, fa pensare ad un invischiamento
del paziente con uno dei due genitori.
Il primo collage deve essere fatto a casa dal paziente con figure
geometriche, che rappresentino al meglio, nella forma e nei colori,
i membri della propria famiglia.
Attraverso queste immagini mentali riprodotte sulla carta, cerco
di arrivare al processo di pensiero che sottende queste informazioni
analogiche.
Un primo segnale viene dato da un fatto che si verifica puntualmente,
e cioé che il paziente omette se stesso dal collage.
La prima volta ho pensato di essere stata inesatta nel formulare
la richiesta, ma successivamente ho verificato che il paziente diceva
sempre di non aver capito che doveva inserirsi nel collage: se gli
si chiedeva, allora, di rappresentarsi graficamente al momento,
o si rifiuatava, o si metteva fuori dal disegno, oppure duplicava
una figura già rappresentata, giustificando la cosa con il
desiderio di mostrare due facce di una stessa persona.
Una paziente bulimica, per esempio, che aveva preso il posto del
padre presso la madre, ha rappresentato il padre sia come una piramide
nera, spigolosa e dura, sia come un triangolo nero, vuoto al suo
interno. (fig. 1)
spazio per fotocopia
1= madre, colore arancione
2= fratello, colore rosso
3= padre, colore nero
4= padre, colore nero
Questo desiderio di star fuori della famiglia, forse perchè
troppo dentro, si manifestava anche nei racconti della vita quotidiana,
dove il paziente assumeva il ruolo di semplice osservatore, troppo
coinvolto per andare oltre una distaccata narrazione dei fatti.
Quando ho chiesto di spiegare il perchè della scelta dei
colori e delle figure, ho ottenuto una serie di aggettivi che definivano
in maniera diversa o nuova i membri del nucleo familiare: raramente
un paziente non è riuscito ad aggiungere altre qualità
a quelle già utilizzate nelle sedute precedenti.
Questa è la diretta conseguenza del fatto che tutti conoscono,
e cioè che se parole e figure possono veicolare una stessa
informazione, tuttavia lo fanno diversamente. Il collage offre un
margine di libertà maggiore rispetto alla parole, perchè
dà al soggetto la capacità di creare qualcosa di molto
simile, ma anche completamente diverso dall'oggetto descritto.
Il paziente, inoltre, ha sempre una configurazione fisica e spaziale
molto definita: la rappresentazione grafica offre la possibilità
di mettere in relazione se stessi e la prorpia famiglia nello spazio.
Nel secondo collage, chiamato "dei desideri" chiedo al paziente
di lavorare con la fantasia per creare un progetto su come sarà
il suo futuro: l'obiettivo è quello di rompere il cerchio
che il paziente ha costruito rispetto alla propria storia.
Questo collage, che come il primo viene realizzato a casa, è
ottenuto con ritagli di riviste che hanno maggiormente colpito il
soggetto , e che gli permettono di raccontare in maniera nuova le
sue potenzialità e desideri futuri. (nota 1)
(nota 1: per questa tecnica la terapista individuale si è
ispirata all'uso del collage che ha appreso dalla D.ssa Roberta
Giommi durante la sua formazione in Sessuologia Clinica a Firenze)
Per esempio, il collage di una studentessa anoressica aveva come
tema centrale immagini di grandi spazi, dove lei avrebbe desiderato
andare, (fig. 2) mentre il sintomo le impediva persino di uscire
con gli amici per mangiare una pzza sotto casa.
spazio per fotocopia
In genere la prima impressione è quella di una scelta di
vita molto autonoma, indipendente, orientata al successo ed aperta
alla scoperta del mondo.
Sembra che per questi soggetti esista un solo modo per uscire dalla
propria famiglia; la fuga. Appartenere e differenziarsi, come dice
J. Framo (14) appare loro come qualcosa di molto lontano e difficilmente
realizzabile; e nonostante ciò emerge, a livello non verbale,
un desiderio molto forte di separarsi ed individuarsi.
Naturalmente per poter fare questo è prima necessario che
il paziente si riconosca nell'immagine di sé che la sua famiglia
ha, e contratti con essa una nuova immagine ed una diversa scelta
di vita.
Ma l'immagine del paziente nei singoli componenti la famiglia è
talmente fissa e rigida da frustrare ogni sforzo di cambiamento,
e di conseguenza l'immagine che il paziente ha di sé è
costruita e riconosciuta sempre e soltanto in base a ciò
che lui stesso ha contribuito a far nascere molti anni prima, e
che non può ancora cambiare.
Il collage ed il sintomo esprimono come ormai sia difficile adeguarsi
a questa rappresentazione familiare ma come non sia tuttavia possibile
modificarla.
Umberto Eco scriveva in un suo articolo: "A tal punto di me si
occupano gli altri, che a me rimane solo la libertà di decidere
della mia morte".
Anche questo tipo di risposta al collage è considerata indicazione
per la consulenza familiare.
2. Lo scopo della consulenza familiare
Lo scopo della consulenza diventa allora quello di utilizzare la
famiglia per porre più rapidamente le basi affinchè
il paziente possa operare un processo di differenziazione ed individuazione.
Naturalmente questo non è un obiettivo che può essere
raggiunto solo attraverso la consulenza. Quest'ultima, infatti,
ha lo scopo di evidenziare materiale familiare (funzioni, relazioni
ridondanti, alleanze, miti, rituali, etc...) che poi possono essere
utilizzati dal terapista individuale nel lavoro con il paziente
in una fase successiva.
2.1 Altre metodiche di collaborazione fra la terapia familiare
e la terapia individuale. (???)
Solitamente la modalità di collaborazione fra le due psicoterapie
avviene in maniera diversa.
Un primo modo è quello delle "code individuali" (R. de Bernart,
12): il paziente designato, terminata con successo la terapia familiare,
sceglie o accetta il suggerimento di compiere un ciclo di incontri
individuali con il terapista che ha seguito fino a quel momento
la famiglia. Ed ancora (R. de Bernart, 13) il terapista può
decidere di convocare, parallelamente alla terapia con l'individuo,
la famiglia del paziente come consulente del lavoro individuale,
per chiarire alcuni punti, per superare momenti di crisi con la
collaborazione di tutti o; infine, per fare il punto della situazione.
Un'altra modalità è quella seguita dall' équipe
della Prof.ssa Palazzoli Selvini, che prevede la pssibilità
di effettuare all'interno della terapia familiare una seduta con
una singola persona, non necessariamente il paziente designato,
escludendo gli altri componenti la famiglia. (26)
Inoltre, il Dr. Matteo Selvini ha riportato in un gruppo di formazione
a Milano l'esempio di un caso in cui lui con il Dr. Stefano Cirillo
hanno deciso di sperimentare una serie di incontri periodici con
la famiglia di un adolescente, il paziente e la sua terapista individuale.
La terapista individuale ha una formazione psicodinamica: non è
stata presente a tutte le sedute ed il materiale delle sedute individuali
non veniva utilizzato della terapia familiare. Il Dr. Selvini ha
riferito di difficoltà legate alla differenza di setting,
individuale-psicoanalitico da una parte e familiare dall'altra,
ma nonostante tutto l'esperienza si è rivelata produttiva.
Nel caso sopra riportato si tratta però di un processo in
cui le due terapie sono parallele, non come nell' esperienza da
me riportata, cioé di consulenza una tantum all'interno di
una terapia individuale.
Ed ancora, il terapista può decidere di terminare il lavoro
con il paziente ed inviarlo ad un centro di terapia familiare ritirandosi
in buon ordine, perchè ritiene le due forme di psicoteraoia
inconciliabili. Infine il terapista individuale può, come
sopra, inviare la famiglia ma continuare contemporaneamente a lavorare
con il paziente, stabilendo una comunicazione costante con il terapista
familiare per informarlo dei cambiamenti significativi che avvengono
nel paziente dopo le sedute con la famiglia. (R. de Bernart, 13)
Nel mio caso ho scelto una modalità ancora diversa: io sono
presente alle sedute di consulenza per permettere al paziente di
utilizzare il rapporto con me come sostegno nella sua uscita, ed
anche perchè in questo modo sono al corrente di contenuti
che poi possono diventare materiale importante da elaborare con
il paziente nelle sedute individuali.
Il compito del consulente, invece, è quello di permettere
l'espressione di dubbi e domande da parte di tutti i componenti
la famiglia, e non solamente da parte del portatore del sintomo.
Inoltre, il consulente deve contenere le paure della famiglia di
fronte al cambiamento ed offrirle l'opportunità di verificare
come questo processo terapeutico in atto nel paziente, possa portare
vantaggi alla famiglia e possa trasformare positivamente i rapporti
al suo interno.
Anche per me, come terapista individuale, è importante poter
confrontare la realtà familiare con i racconti che il paziente
mi ha portato fino a quel momento in terapia, perchè, per
quanto sconfinata possa essere la mia immaginazione, scopro regolarmente
che la fantasia del paziente la supera di gran lunga.
Un semplice esempio di questo confine fantasia-realtà, si
ha quando il paziente esalta smisuratamente le qualità di
uno dei due genitori a scapito dell'altro: quando finalmente incontro
colui o colei che, per esempio, a detta del paziente aveva "immolato
la propria bellezza in nome di qualcosa" mi capita di verificare
l'assoluta mancanza di corrispondenza fra la fantasie del paziente
e la realtà oggettiva.
Il paziente, invece, è convinto che c'è un genitore
"sacrificato" e che ha bisogno del suo aiuto, ed è per questo
che assume il ruolo di colui che gli starà vicino, ruolo
dal quale, in seguito, non riesce a liberarsi. Insomma, per dirla
in un linguaggio un pò fumettistico, il paziente assume l'identità
del "vendicatore mascherato" e, non riesce più ad indossare
altre vesti.
Il setting non è né l'ambulatoprio dove io vedo il
paziente individualmente, né la stanza con lo specchio, tipica
della terapia familiare: questo perchè la consulenza non
deve essere, né uno scontro con la famiglia del paziente
in un territorio che ha una connotazione ben definita per quest'ultimo,
né l'inizio di un nuovo e diverso processo terapeutico, ma
soltanto un momento d'incontro ben definito nel tempo e nello spazio.
Viene perciò utilizzato un terzo studio, anche se in questo
è impossibile la registrazione video delle sedute: si effettua
soltanto quella audio.
Prima di ottenere il consenso da parte del paziente alla consulenza
è necessario fare due cose: in primo luogo, effettuare un
certo numero di sedute individuali
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