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Rodolfo de Bernart (*)
Maurizio Ferrara (**)
Stefania Pecchioli (***)
" L'IMPORTANZA DI ESSERE FRATELLI
"
(*) Medico-Psichiatra, Direttore dell'Istituto di Terapia Familiare
di Firenze
(**) Medico-Psichiatra, Professore Associato, Igiene Mentale
Università di Firenze.
(***) Medico-Psichiatra, in Supervisione presso l' ITFF di Firenze.
Nella tradizione della Terapia familiare il lavoro terapeutico
è prevalentemente focalizzato sul sottosistema genitoriale.
Tuttavia talvolta questo sottosistema non esiste oppure è
poco sensibile o niente affatto disponibile a collaborare con i
terapeuti; In questi casi è indispensabile avere altre risorse
a disposizione, dentro o fuori la famiglia nucleare.
Proprio da situazioni cliniche di questo tipo è nato il
nostro interesse per il sottosistema dei fratelli.
Ma la "risorsa fratelli" sembra particolarmente significativa
per la qualità speciale che esiste nella relazione fra membri
della stessa famiglia e dello stesso livello generazionale. Ognuno
di essi, infatti, condivide la storia familiare per quanto riguarda
i fatti, le emozioni, i sentimenti, attraverso una lettura ed una
ricostruzione individuale, a volte addirittura contrastante con
quella degli altri. E' intuitivo come tutto questo patrimonio possa
essere utilizzato in un setting terapeutico familiare nel quale
le differenze sono una ricchezza per la costruzione di letture alternative
a quelle che la famiglia porta in seduta. Solo attraverso questa
strada è possibile rimettere in movimento il ciclo vitale
della famiglia stessa. Come sostengono Dunn e Plomin (13 e 14),
infatti, sono i fattori ambientali che un fratello non condivide
con gli altri quelli che utilizza per la sua crescita. Le esperienze
condivise , invece, sembrano non aver eccessiva importanza per lo
sviluppo.
I fratelli nella famiglia normale.
La letteratura esistente su questo tema è scarsa e disponibile
spesso solo in lingua inglese (1, 2, 7, 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15,17.).
Nella famiglia i fratelli funzionano come sottosistema: si tratta,
secondo Minuchin (16), del "primo laboratorio sociale in cui i figli
possono cimentarsi nelle loro relazioni tra coetanei. In questo
contesto i figli si appoggiano, si isolano, si accusano reciprocamente
ed imparano l'uno dall'altro. In questo mondo di coetanei i figli
imparano a negoziare, a cooperare ed a competere". Le funzioni che
ogni fratello svolge nell'ambito della famiglia dipendono in gran
parte da ciò che nel tempo egli acquisisce come suo ruolo
e sua identità nell'ambito della vita familiare.
Già prima della nascita del bambino ogni genitore comincia
ad anticipare quella che sarà la sua identità e quale
ruolo il bambino stesso avrà nello sviluppo della dinamica
familiare. "L'evento della nascita di un bambino è caratterizzato
da un'eccezionale ricchezza di processi individuali e dell'intero
sistema familiare. Questi precedono, anche di molto tempo, l'evento
stesso e costituiscono la premessa estremamente complessa, alla
messa in moto di reazioni da parte degli interessati ed a processi
di adattamento, per trovare nuove modalità di funzionamento
dentro la famiglia (19)".
Sul figlio che nasce si concentrano aspettative individuali e familiari,
sentimenti e sensazioni legati ad eventi che possono essersi verificati
durante la gravidanza, la nascita, o il primo periodo post-natale,
oppure dovuti a somiglianze ed identificazioni tra genitori e figli.
Anche l'ordine di nascita è importante (20), non solo per
il particolare significato che può avere la nascita del primo
figlio, ma anche perchè, come rilevano Bank e Kahn (2), nella
maggior parte delle famiglie un solo soggetto può occupare
un certo spazio psicologico in un determinato periodo di tempo.
(Pecchioli 17).
Ciò vuol dire che il primo figlio acquisisce come un diritto
di prelazione su una determinata posizione funzionale, che di solito
non potrà essere occupata da un fratello successivo, se il
primo non l'avrà lasciata libera. Gli altri figli dovranno
diventare qualcos'altro.
Anche i genitori hanno la possibilità di condizionare le
posizioni funzionali dei figli.
Un'assegnazione funzionale positiva può essere rinforzata
dai genitori per anni fino a diventare un'identità positiva
soddisfacente (il buono, l'intelligente, etc.).
Al contrario un'assegnazione funzionale negativa può essere
di peso per lo sviluppo di un figlio e può condizionarlo
pesantemente. Nelle famiglie sane questi ruoli sono assegnati e
modificati in modo flessibile e questo garantisce la possibilità
di crescita per tutti. Ma se, viceversa, una posizione funzionale
diviene stabile per richiesta di uno o entrambi i genitori e con
la complicità dei fratelli, si sta preparando lo spazio per
un sintomo.
Nel film "La Famiglia" di E. Scola 1987, il primogenito Carlo viene
connotato positivamente dal padre come "onesto e sincero", mentre
Giulio viene definito "cattivo e bugiardo". Questa attribuzione,
rigida nel tempo, finirà per condizionare i due fratelli
nel rapporto fra di loro e con il mondo familiare, nel bene e nel
male per anni.
Carlo, diverrà professore universitario, sposerà
una donna saggia, resterà nella casa familiare prendendosi
in carico la famiglia estesa.
Giulio, dopo una disastrosa esperienza bellica, disadattato, sposerà
la cameriera di casa e proverà numerosi lavori, riuscendo
sempre a fallire. Solo a settanta anni Carlo riconoscerà
di aver sottovalutato il fratello; trenta anni prima aveva infatti
giudicato il libro di memorie di Giulio come brutto e superficiale
senza neppure leggerlo, "basando il suo giudizio sull'"autore".
Non solo i genitori possono condizionare con le loro aspettative
i figli, ma anche i figli possono essere influenzati dalla nascita
di nuovi fratelli prima e dopo l'evento. La necessità di
difendere una posizione acquisita li può portare a sviluppare
comportamenti sintomatici significativi.
Silvia, 8 anni, figlia unica di una coppia giovane, ha smesso di
mangiare dopo una gastroenterite acuta. Nessuno sa spiegare il suo
comportamento. Ma, nella seconda seduta, il terapista e il supervisore,
le propongono una fantasia sulla sorellina che la mamma stava aspettando
e che ha perso recentemente per un aborto spontaneo.
Il posto di Luisa (così si sarebbe chiamata) viene preso
da Silvia che si siede sulle ginocchia della mamma assieme ad un
pupazzo che rappresenta Silvia stessa. Candidamente la bambina ammette,
rispondendo alla domanda del terapista, che per essere sicura di
rimanere sulle ginocchia della mamma basta restare piccola, e per
ottenere questo basta non mangiare. Inutile dire che dopo la seduta
Silvia ha ripreso a mangiare e la madre ha potuto "permettersi"
una nuova gravidanza. (6,7).
E' evidente che possono essere date diverse spiegazioni sulla funzionalità
del sintomo di Silvia: non crescere, per non perdere il posto sulle
ginocchia della mamma, ma anche punirsi per aver desiderato la morte
-poi avvenuta- della sorellina rivale , ed altre ancora.
Altrettanto evidente è che non é la semplice verbalizzazione
della funzione del sintomo a renderne possibile il superamento.
E' impossibile trasmettere nella trascrizione della sequenza l'intensa
emozione, costruita dal terapista attraverso l'uso combinato di
"sculture" ed "oggetti metaforici", che porta la bambina a vivere
i suoi conflitti e le sue paure concentrati in pochi istanti, in
un'intensa esperienza risolutiva.
L'esperienza appare ,d'altro canto, liberatoria anche per i genitori
, che si possono permettere di progettare una nuova gravidanza ,
senza chiedere il permesso alla figlia, come avevano fatto la prima
volta.
Secondo Eugenia Scabini (19) i legami familiari sono fortemente
vincolati e posseggono un limitato grado di libertà, sono
gerarchicamente strutturati e sono definiti da attaccamento e lealtà.
Il significato di questi termini è naturalmente quello attribuito
loro da Bowlby (5) e Boszormenij-Nagy e Spark, (3).
Bank e Kahn (2) definiscono il legame fra fratelli come "una connessione
tra le identità di due fratelli, a livello sia pubblico che
intimo, un adattarsi insieme di due identità personali".
Potremmo aggiungere che questi legami sono di solito fortemente
ambivalenti: accanto all'affetto ed al sentimento di bisogno sono
spesso presenti, odio, rivalità, gelosia.
Il legame emozionale tra fratelli dipende dal livello di "accesso".
Bank e Kahn dividono i fratelli i due categorie: ad alto e a basso
accesso.
Questi ultimi presentano alcune delle seguenti caratteristiche:
sono spesso separati da una differenza di età di più
di 8 - 10 anni, e quindi agiscono quasi come membri di generazioni
differenti; hanno condiviso poco tempo, spazio o storia personale,
hanno frequentato scuole, amici ed anche genitori "diversi" (i genitori
sono diversi a differenti età); mancano, almeno in parte,
della consapevolezza di una storia condivisa; spesso non hanno avuto
bisogno l'uno dell'altro.
Quindi la vicinanza in età e sesso promuove l'accesso ad
eventi di vita comuni, mentre differenze nell'età e nel sesso
diminuiscono tale accesso. Il caso limite di potenziale alto accesso
è rappresentato, naturalmente, dai gemelli (21); il tipico
caso di basso accesso è invece quello dei fratelli che non
abbiano vissuto mai insieme (ad esempio perchè affidati a
famiglie diverse ).
I fratelli ad alto accesso sono caratterizzati da un intenso legame.
Questo può essere presente anche per altri motivi, ad esempio
per un'insufficiente influenza dei genitori. In questi casi si sviluppa
tra i fratelli una profonda lealtà, che si sviluppa nel corso
degli anni, che tocca emozioni potenti, impiega anni a svilupparsi
ed influenza l'identità in maniera stabile.
La lealtà fra i fratelli può essere a senso unico
o reciproca. Quest'ultima è caratterizzata dalla presenza
di un codice speciale, privato, comprensibile principalmente ad
essi, per la loro relazione: i fratelli sono sconvolti quando vengono
allontanati l'uno dall'altro.
Questo linguaggio privato li distingue da altri parenti ed amici;
essi si proteggono reciprocamente da attacchi fisici e psicologici
da parte di estranei; cooperano fra loro; risolvono i conflitti
e contengono l'aggressività entro limiti accettabili e sviluppano
rituali di perdono e comprensione. L'armonia di gruppo supera in
importanza ogni ricerca individuale di vantaggio personale; sono
compatibili e complementari per quanto riguarda ruolo ed identità.
Nel caso di lealtà a senso unico, il figlio genitoriale,
generalmente una femmina, si assume responsabilità primarie
riguardo ai fratelli ed alle sorelle nell'infanzia e spesso anche
nell'età adulta. Ci sono tre differenze significative di
questo tipo di relazione: il "caretaker" dà senza senza avere
niente in cambio; il suo ruolo e la sua identità sono rigidi
e chiusi; il calore nello scambio che caratterizza i gruppi in cui
c'è fratellanza reciproca qui è relativamente carente.
Una mancanza che ha effetti negativi di lunga durata sia su chi
dà che su chi riceve.
Nel caso in cui i genitori siano presenti e disponibili essi in
genere non insegnano ai figli strategie specifiche per comportarsi
"da fratelli". Ci sono però diversi modi indiretti per influenzare
questi rapporti. Per esempio, tutti i membri della famiglia sono
toccati da ciò che Bowen (4) ha chiamato "influenza familiare
multigenerazionale". Tale eredità regola ed altera il modo
in cui gli individui interagiscono fra loro e stabiliscono relazioni
nella famiglia. Ciò avviene anche per l'eredità fraterna:
i bambini crescono sentendo parlare in maniera esplicita o indiretta
delle esperienze dei genitori con i rispettivi fratelli o sorelle,
di conseguenza sono influenzati da questo a ripeterle od a comportarsi
in maniera completamente diversa, onde evitare il ripetersi degli
errori fatti dai genitori o per non subire i loro stessi traumi.
I fratelli in terapia.
Come è già stato riferito in un recente convegno
(9), utilizziamo il lavoro con il sottosistema dei fratelli ogni
volta che ciò si renda necessario, cioè ogni volta
che le risorse per il cambiamento offerte dal sottosistema genitoriale
si rivelino insufficienti o peggio inesistenti. Il modo di operare
cambia naturalmente se ci troviamo di fronte a fratelli bambini
o adolescenti;
Non ci soffermeremo in questa sede sul modello di lavoro con i
bambini, già descritto nel workshop al recente congresso
"Il Bambino e i suoi sistemi" (8); diremo solo che in questo caso
ci possiamo aspettare solo un aiuto sul piano diagnostico. E' evidente
infatti che i bambini, per la loro dipendenza dai genitori, non
possono costituire una risorsa verso il cambiamento per il fratello
problematico; Questa situazione muta radicalmente nel sottosistema
di fratelli adolescenti, che è in grado di costituire quello
che chiameremo la "mente dei fratelli", capace di effettuare una
serie di operazioni significative verso il cambiamento. Questo nuovo
organo può essere costruito inizialmente prescrivendo compiti
pratici che impegnino tutti i fratelli ad aiutare quello in difficoltà.
Ad esempio in una famiglia composta da due genitori e sei fratelli,
il secondo dei quali -Daniele- presentava gravi sintomi depressivi
con rischio di suicidio, richiedemmo ai fratelli di organizzare
un "turno" in modo che uno di loro fosse sempre accanto a Daniele,
anche per prevenire possibili tentativi di suicidio. I fratelli
dovevano poi riunirsi periodicamente nell'intervallo fra le sedute
per comunicarsi osservazioni importanti sullo stato di Daniele e
sul loro rapporto con lui. I risultati di queste riunioni venivano
poi riferiti in seduta.
Non appena la " Mente dei fratelli" appare essersi costituita e
stabilizzata, il terapista inizia a proporre compiti più
complessi che hanno come obiettivo la rilettura della situazione
familiare ed in particolare del loro rapporto con i genitori. La
discussione su questi temi, sperimentata in seduta, prosegue poi
a casa, nelle riunioni della "Mente", ed i risultati sono riportati
al terapista, che diviene sempre di più un consulente del
lavoro di rielaborazione e ridefinizione fatto a casa. Ciò
è agevolato dal fatto che, come abbiamo già detto,
i fratelli possono condividere le diverse letture fatte da ciascuno
sulla comune vita familiare, e giungere a conclusioni tutt'affatto
diverse da quelle che hanno condotto alla creazione ed al rinforzo
del sintomo. Ma non è solo sul piano cognitivo che il cambiamento
può manifestarsi. Anche le funzioni di ciascun fratello,
che non erano intercambiabili, possono ora ruotare o essere suddivise
in modo diverso fra i membri del sottosistema.
Questo permette un diverso livello di libertà per tutti,
consente la remissione del sintomo, e impedisce eventuali ricadute
o migrazioni del sintomo o di sintomi diversi ad altri fratelli
non appena il paziente designato migliora.
Vediamo questo aspetto riprendendo in esame la famiglia di Daniele.
In una fase successiva emerge l'ipotesi che il padre stia cercando
di conquistarsi uno spazio che non ha mai avuto, in quanto nella
famiglia è sempre stato periferico, mentre la madre è
sempre stata una presenza molto più incisiva.
Terapeuta: "Con chi credete che sarà più difficile
per vostro padre conquistarsi questo spazio? Io credo che sarà
con Daniele, ma potrei sbagliarmi........ A Daniele può creare
problemi accettare un rapporto con il babbo, e ridimensionare quello
con la mamma."
Daniele: "Mi è capitato molte volte di sentire il bisogno
di mio padre, ma ho difficoltà a chiedere aiuto, perchè
è come dire che non sono capace di gestirmi."
Terapeuta: "Non è la stessa cosa. Si può chiedere
aiuto in modo generico anche con un sintomo, invece il chiedere
direttamente permette una risposta, cioè un rapporto. Forse
è necessario anche un bilanciamento. Perchè Daniele
si prenda questo spazio con il babbo, Francesco, che ora è
così legato al padre, quanto dovrà occuparsi di più
della mamma?
Francesco, Daniele e gli altri fratelli si guardano in silenzio
con aria sorpresa ma segnalando di capire.
Terapeuta: (continuando dopo una pausa) la "Mente dei fratelli"
può servire proprio a verificare possibilità diverse,
concordandole fra di voi e non in concorrenza l'uno con l'altro.
Questo tipo di situazione "esperienziale" consente a tutti i fratelli
di provare un rapporto diverso con i genitori. Alla fine è
anche possibile che si ritorni al punto di partenza. Ma niente sarà
più come prima, perchè ognuno avrà un bagaglio
di esperienze più vario al quale attingere, senza considerare
il cambiamento avvenuto anche nei genitori come conseguenza. Ai
fratelli viene richiesto di compiere un lavoro tendente a far capire
al paziente designato che non è il solo ad avere difficoltà,
come di solito emerge dai contenuti espressi in seduta. In pratica
il compito dei fratelli è quello di riconoscere e suddividersi
le parti fragili, aggressive, depresse, questo con un duplice scopo;
da una parte sostenere il Paziente Designato, dall'altra prevenire
il possibile passaggio del sintomo ad un altro dei fratelli.
La necessità di compiere questo lavoro è sentita
dai fratelli non solo in funzione delle difficoltà di Daniele,
ma anche perchè ognuno di loro è stato in qualche
maniera toccato da questa crisi. Per esempio Francesco sta esaminando
le sue difficoltà nel contenere l'invadenza della famiglia
della moglie, Sandro ha preso coscienza di una serie di problemi
che riguardano la sua vita di coppia, Giovanna non riesce a trovare
un equilibrio nella lontananza / vicinanza dai genitori, etc.
I fratelli riesaminando così i propri ruoli e le proprie
funzioni nell'ambito della famiglia, e sopratutto stabiliscono rapporti
diretti fra loro, non essendoci più la necessità di
passare attraverso la madre, che aveva sempre mediato le loro relazioni.
Col tempo ciò permetterà anche uno scambio emotivo
intenso.
Questo lavoro con il sottosistema dei fratelli non costituisce
di per se' una novità. In terapia familiare strutturale si
sono spesso suddivise le famiglie in sottosistemi, dando poi compiti
diversi , in seduta e fuori , ai diversi gruppi. E' piuttosto l'ottica
,con la quale guardiamo al sottosistema dei fratelli, che rende
diversa questa modalità terapeutica. la "Mente dei fratelli"
viene , infatti, costruita con il preciso compito di rileggere la
storia delle relazioni familiari, anche se , inizialmente , i compiti
sono di tipo più pratico. Noi ipotizziamo che sia proprio
questa capacità di "rileggere" la realtà familiare
a rendere possibile il cambiamento.
Naturalmente tutto ciò é possibile solo se tra i
fratelli riesce a stabilirsi un intenso legame basato sulla fiducia
e sul desiderio di collaborare.
Nel corso del nostro lavoro ci siamo trovati talvolta in difficoltà
nella costruzione della "Mente dei fratelli". Ci siamo presto resi
conto che davamo per scontata l'esistenza del sottosistema fratelli
anche in casi in cui, invece, le distanze emotive erano enormi.
In altre parole, ci siamo accorti che esisteva un'altra categoria
di fratelli a "basso accesso". In questo caso, però, non
era la distanza anagrafica o l'essere vissuti lontano l'uno dall'altro
che determinava il basso accesso, ma , piuttosto, l'accentuarsi
di rivalità, gelosie, rancori, che esistono normalmente tra
fratelli e che, in questi casi, risultavano molto più forti
(9).
Susanna e Sara sono due sorelle di venti e diciotto anni che hanno
presentato a turno anoressia e bulimarexia. Secondo i criteri di
Bank e Kahn, sarebbero ad "alto accesso", in quanto la differenza
di età è solo di diciotto mesi, inoltre hanno sempre
vissuto assieme ed hanno condiviso scuole ed amicizie almeno fino
alla pubertà, quando Susanna ha cominciato ad accusare i
primi disturbi. A dodici anni, infatti, Susanna, dopo aver sofferto
per un certo periodo di strane febbri, comincia a non mangiare ed
a perdere peso. Viene perciò sottoposta ad una psicoterapia
individuale. Tra alti e bassi la situazione va avanti per diversi
mesi, mentre si evidenzia sempre più un'eccessiva preoccupazione
di Susanna per l'alimentazione di Sara, caratterizzata dal controllo
della qualità, ma sopratutto della quantità del cibo
(Sara doveva finire sempre tutto ciò che le era stato messo
nel piatto, altrimenti la sorellina si metteva a piangere ed a strillare).
Tutto questo mentre i genitori si dichiarano assolutamente impotenti
gestire la situazione, anzi, assecondano Susanna "per non farla
arrabbiare". Quando ha quattordici anni circa, anche Sara incomincia
a rifiutare il cibo. La situazione si fa sempre più drammatica,
e la madre comincia ad assumere grosse quantità di benzodiazepine,
fino a doversi ricoverare per disintossicarsi.
Nel primo incontro con le sorelle dopo la fase con la famiglia
al completo, il terapista affronta il tema delle gelosie e dei rancori.
Stimolata dal terapista, Sara conferma di aver sempre avuto difficoltà
ad ottenere l'attenzione dei genitori, tutta rivolta a Susanna a
causa delle sue malattie. Persino nella fase più grave dell'anoressia
di Sara, i genitori continuavano a preoccuparsi piuttosto per Susanna
" così chiusa, dottore,.........non sappiano mai cosa pensa",
provocando in Sara una terribile gelosia ed un profondo rancore.
Terapista: (a Sara) "Pensa alla prima volta che hai provato rabbia
nei confronti di tua sorella e perchè".
Sara: "Quando mi metteva il cibo nel piatto e dovevo mangiare quello
che lei voleva".
Terapista: "E i tuoi cosa facevano?"
Sara: "Il babbo è sempre stato indifferente, la mamma era
divisa fra il preoccuparsi per Susanna che si arrabbiava e non mangiava
niente, e per me che stavo male comunque".
Susanna: "Per me la rabbia è nata quando Sara ha cominciato
a fare quello che le pareva".
In questo caso la formazione della "Mente dei fratelli" deve essere
preceduta da una rielaborazione delle gelosie e dei rancori effettuata
prima in seduta con il terapista, poi a casa. Il segnale che ciò
è necessario è proprio la resistenza che i fratelli
mostrano ad affrontare i normali compiti di rilettura comune del
sistema familiare e delle proprie funzioni.
Sara: "Susanna non ha voluto che facessimo le riunioni per parlare
delle nostre paure e di come uscire insieme dalla famiglia. Io sono
veramente arrabbiata!"
Terapista: "Non avete capito bene: o uscite unendo le vostre forze,
oppure esce una sola, se l'altra è disposta a sacrificarsi".
Sara: "Allora esco io!"
Susanna: "Perchè, tu pensi che io sia disposta a sacrificarmi?
Io invece sono andata a lavorare per uscire. Siccome Sara da sola
non ce la fa, forse in due ce la possiamo fare".
Terapista: "Però, innanzi tutto dovreste fidarvi l'una dell'altra.
Fino ad ora la mamma ed il papà vi hanno sempre messe l'una
contro l'altra fomentando la vostra gelosia per evitare alleanze.
Se non vi mettete d'accordo potete solo restare dentro a turno,
o magari tutte e due. Se volete dimostrare di voler rompere questa
situazione di cui siete prigioniere, tornate a casa e riprendete
le riunioni. Questa volta, però, prima di parlare delle paure
e di accordarvi su come uscire, raccontatevi le rispettive gelosie.
Ma non quelle che conoscete già, quelle più segrete,
che non avete mai pensato di potervi dire!"
Nella seduta successiva le due sorelle riportano un risultato soddisfacente:
segue una breve stasi, poi inizia a formarsi il sottosistema fratelli
e si manifesta una differenziazione nei confronti dei genitori segnalata
da un periodo di liti.
Terminata questa fase di rielaborazione delle gelosie e dei rancori,
è possibile tentare la strutturazione della "Mente dei Fratelli"
e procedere come abbiamo descritto in precedenza.
La fiducia reciproca e l'instaurarsi di un legame di lealtà
e solidarietà sono, infatti, un presupposto indispensabile
per l'utilizzo della risorsa fratelli. Una volta stabilito questo
contesto collaborativo difficilmente esso viene meno, al contrario
esso tende ad autoalimentarsi.
La funzione del terapista , in questo caso, va un poco oltre quella
del semplice catalizzatore. E' infatti difficile pensare che due
sorelle cosi piene di diffidenza e rancori reciproci, possano superarli
solo perché invitate a farlo da un "saggio terapista". In
precedenza quest'ultimo deve essersi , naturalmente ,conquistata
una posizione con ambedue , cioè una relazione terapeutica
significativa. Solo in questo modo potrà fare da ponte fra
le due sorelle.
Non è qui il caso di entrare nel merito. La necessità
di costruire una relazione terapeutica significativa , sta infatti,
per noi alla base di ogni intervento . Le modalità per costruirla
esulano tuttavia dal presente lavoro, perché non specifiche
della terapia con i fratelli.
CONCLUSIONI
IL lavoro terapeutico con i fratelli è ancora in fase di
sperimentazione e ricerca clinica. Il numero dei casi seguito con
questa modalità è ancora basso (anche perchè
le indicazioni per questo tipo di intervento sono molto specifiche),
quindi è difficile trarre conclusioni definitive. Tuttavia
ci sembra di poter già affermare che, da una parte, la risorsa
fratelli è sempre utile, e che, dall'altra, sembra provata
l'efficacia della terapia con i fratelli nel prevenire la migrazione
del sintomo da un fratello ad un altro, o l'insorgenza di altri
sintomi.
E' evidente, inoltre, quanto possa essere importante ed utile per
il paziente designato costruire con i fratelli una nuova lettura
della realtà familiare.
Allo stato attuale sono emersi due rischi e controindicazioni:
il primo pericolo è separare troppo precocemente il sottosistema
fratelli dall'intera famiglia, quando ancora non è stato
maturato l'atteggiamento di collaborazione tra i fratelli stessi.
In questo caso il segnale dell'errore è dato dall'immediata
ricomparsa del sintomo che si era attenuato o era sparito. Il rimedio
è tuttavia facile, perchè abbiamo notato che riconvocando
immediatamente l'intera famiglia, con i genitori, il sintomo scompare
di nuovo.
L'altra controindicazione si ha quando c'è una distanza
emotiva ormai eccessiva tra i fratelli ed il riavvicinamento è
difficile. Un sottotipo di questo è dato dai fratelli adottivi.
Se questa distanza emotiva non può essere colmata rapidamente,
in una o due sedute, conviene tornare al sistema familiare completo,
pena la perdita della famiglia.
La ricerca in questo settore è molto interessante, è
però ostacolata dal fatto che sono sempre più numerose
le famiglie con figlio unico.
Questo sicuramente costituisce una risorsa in meno per il sistema
familiare, creando i presupposti per una prognosi meno favorevole
per il paziente designato. E' forse il caso di sottolineare che
l'aumento dei figli unici non causa solo la scomparsa del sottosistema
fratelli, ma anche, in prospettiva l'estinzione della figura degli
zii, cioè di risorse spesso significative della famiglia
estesa.
Una terapia di questo tipo può apparire più spostata
verso una modalità pedagogica e di sostegno. In realtà
l'intervento che abbiamo descritto deve essere considerato come
una fase di un processo terapeutico più complesso ed articolato
che può portare in taluni casi ad un lavoro più profondo
e mirato sull'individuo, con un'ottica talvolta relazionale, talvolta
analitica.
Nei due casi portati come esempio, il primo è terminato
proprio in questo modo, mentre il secondo si è completato
nella fase dei fratelli, non essendo intervenuta la maturazione
di una richiesta individuale nelle due pazienti.
Prima stesura: Firenze, 30 Ottobre , 1990.
Aggiornamento: Firenze, 12 Febbraio, 1992.
Revisione finale : Firenze, 27 Marzo , 1992.
RIASSUNTO
Gli autori propongono un intervento sul sottosistema fratelli,
considerato una risorsa significativa in terapia familiare.
Dopo aver esaminato la letteratura esistente sui fratelli nella
famiglia normale, essi propongono due modalità terapeutiche
per i fratelli ad "alto" e a "basso" accesso emotivo, con la costituzione
di una vera e propria " Mente dei fratelli".
Sono, infine, discussi i risultati, i limiti e le controindicazioni.
SUMMARY
The Siblings Sub-System is considered a very important resource
for family therapy. The Authors propose a relatively new kind of
intervention focused on this Sub-System.
After an overview of the literature on this subject, and particulary
on Siblings in the "Normal Family", the Authors propose two models
of intervention for "High Access Siblings " and "Low Access Siblings".
Both are based on the building of a "Mind of the Siblings", which
is described.
Results , limits and counterindications are discussed.
BIBLIOGRAFIA
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Tesi di Laurea in Psicologia, Università di Roma, 1988.
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14)- DUNN J. , PLOMIN R., "Why are Siblings so different ? The
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Family Process, Vol. 30, N.3, September 1991, pp. 271-283. Traduzione
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all'interno della famiglia". Terapia Familiare, 37, Novembre 1991,
pp.5-7.
15)- KAHN M., LEWIS K.G., (Edts.): "Siblings in Therapy", Norton
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16)- MINUCHIN S., "Famiglia e Terapia della Famiglia", Astrolabio,
Roma, 1976.
17)- PECCHIOLI S., "L'importanza di essere fratelli", Tesi di Specializzazione
in Psichiatria, Università di Firenze, 1987, (su materiali
clinici di R. de Bernart).
18)- SAVIER L., "Des Soeurs, des Freres", Autrement, n.112, 1990.
19)- SCABINI E. "L'organizzazione Famiglia tra crisi e sviluppo",
Angeli, Milano, 1987.
20)- TOMAN W., "Family Constellations", Springer, New York, 1976;
"Constellations fraternelles et structures familiares", ESF, Paris,
1987.
21)- VALENTE TORRE L. (a cura di), "I Gemelli", Nuova Italia Edit.
Firenze, 1989.
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