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Fondazione "Stella Maris" I.R.C.C.S. Pisa
WORKSHOP
"La Riabilitazione dell'Adolescente
Disabile in Comunità :
Valenza Terapeutica delle Daily Activities,
della Terapia Occupazionale e del
Ruolo Lavorativo"
S.Miniato (PI) 30-31 Maggio 1994
Rodolfo de Bernart*
" I RAPPORTI DELL' ISTITUZIONE TERAPEUTICA CON
LE FAMIGLIE ED I SERVIZI TERRITORIALI : PROBLEMATICHE ATTUALI E
STRATEGIE DI CAMBIAMENTO."
*Medico Psichiatra, Terapeuta familiare,
Direttore dell'Istituto di Terapia Familiare di
Firenze
Mi sembra che l'intervento del Dott. Correale sia particolarmente
significativo, perché fa porre l'attenzione, per il lavoro
di équipe e il nostro lavoro quotidiano, a quello che proviene
da noi; fino a poco tempo fa, l'attenzione a cio' che faceva l'operatore
era molto limitata, mentre era maggiormente rivolta a quello che
facevano i pazienti. Vorrei cercare, appunto, di collegare i due
campi. Se prima guardavamo sempre ai pazienti e alle loro famiglie,
ora poniamo l'attenzione sugli operatori e sulla loro" famiglia",
cioé il gruppo degli operatori. L'unica differenza ,infatti,
che c'é fra un gruppo ed una famiglia è che esso non
ha una sua storia, almeno all'inizio; tuttavia il "gruppo-equipe"
, dopo un certo periodo, ha una storia per certi aspetti molto familiare
e quando si inizia a parlare di radici storiche dell'istituzione
e di storia del gruppo, la differenza con la famiglia diventa veramente
minima. Vorrei cercare , inoltre, di collegare questi due aspetti,
cioè da un lato, il rapporto fra il paziente e la sua famiglia,
dall'altro quello fra l'operatore e la sua "famiglia-gruppo-equipe",
tentando di dimostrare la connessione non casuale fra le due relazioni.
Prima di fare questo, però, vorrei fare un passo indietro
e introdurre le catteristiche delle famiglie di questi pazienti
con gravi handicap psichici, che hanno un certo grado di cronicità
e che sono collocati in Comunità . Difficilmente un paziente
in fase acuta, trattabile con intervento ambulatoriale o a domicilio
sul territorio, viene inviato in una struttura comunitaria. Ci riferiamo,
quindi, a situazioni molto complesse e gravi. Questo tipo di famiglia
è stato studiato, presenta caratteristiche abbastanza particolari
che adesso io elencherò e delle quali un aspetto mi interessa
particolarmente.
Queste famiglie con un handicap psichico o fisico grave sono spesso
"disfunzionanti". Non è detto , certo, che un handicap fisico
o psichico grave debba sempre far disfunzionare la famiglia; a volte
succede invece, che esso crei delle energie nuove , alle quali la
famiglia attinge per rispondere in maniera costruttiva e positiva
e per risolvere , spesso anche in sede intrafamiliare, questi problemi
; ma queste non sono le famiglie che vediamo noi di solito. Mi riferisco,
quindi, in questo contesto, alla famiglia "disfunzionale" che non
riesce da sola a risolvere i problemi e che richiede, perciò,
l'intervento di una struttura. In esse generalmente, prima o poi,
resta un solo genitore che si occupa intensamente del problema mentre
l'altro fugge. Credo a tutti sia noto questo fenomeno: il genitore
che fugge ha giustificazioni più o meno valide : generalmente
è il padre, mentre la madre resta a casa e si occupa del
figlio. Per il genitore che fugge la giustificazione è spesso
che è necessario lavorare, e molto, per poter guadagnare
il denaro che serve anche a risolvere il problema del figlio ( cure
mediche e psicologiche, assistenza etc.); per un motivo o per l'altro
il genitore, comunque, riesce a sfuggire ed a lasciare all'altro
il compito di governare questa situazione così grave. Il
genitore che fugge, però, non lo fa del tutto: resta presente
criticamente, cioè interviene solo per criticare l'altro
quanto sbaglia, il che è praticamente inevitabile. Dobbiamo
tenere in mente questo punto, che ho trattato per primo e che riprenderò
più avanti, dato che proprio a questo livello si può,
forse, trovare un primo isomorfismo grossolano tra quello che succede
all'équipe e ciò che succede alla famiglia. Ci sono,
inoltre, altre caratteristiche da considerare: ad esempio la vergogna
, che spesso è il sentimento dominante in una situazione
familiare con handicap, specie se fisico; l'arresto dello sviluppo
del ciclo vitale : cioè il fatto che , nel momento dell'insorgenza
del problema, la famiglia ha più difficoltà a continuare
la sua crescita nel ciclo vitale. "Ciclo vitale" è un termine,
molto usato dai terapeuti familiari, che implica che la famiglia
sia un organismo con una sua vitae che la crescita si può
arrestare, come se si arrestasse quella di un bambino, cosa che
succede, almeno in parte, all'handicappato. C'è , inoltre,
la paura del futuro, di quello che esso potrà portare in
una situazione molto pesante; va considerato poi il problema dei
fratelli dell'handicappato che, spesso, si trovano in una situazione
poco chiara,ambivalente di detti e non detti. Ad essi viene spesso
data la rassicurazione che il problema non li toccherà, mentre
contemporaneamente le richieste pratiche ed etiche sono spesso pressanti.
Infine molto importante é l'influenza delle famiglie estese,
richiamate necessariamente dalla grave situazione creatasi nella
famiglia, cui bisogna far fronte tramite aiuti fisici, e pratici
o tramite consigli su ciò che dovrebbe essere fatto e critiche
su quello che viene o non viene fatto. C'è, poi, il problema
di tutta una serie di momenti difficili che questa famiglia dovrà
affrontare nella sua vita futura, nelle fasi del suo ciclo vitale
che sono totalmente diverse da quelle delle altre famiglie. Il primo
momento difficile è evidentemente quello della diagnosi,
ma anche quelli successivi non sono da meno , perché si cominciano
a vedere i significati che l'handicap ha per tutta la famiglia,
e si ha la necessità di prendere decisioni importanti per
il figlio rispetto alla scuola, all'ospedale, alla Comunità,
al ricovero o al non-ricovero. Un ulteriore momento difficile è
quello della decisione di programmare o affrontare successive gravidanze
.In alcuni casi si può osservare unasterilità inconsapevole
nella famiglia, mentre altre volte , di fronte ad una nuova gravidanza,
si manifestano angosce e paure in relazione al fatto che, in ogni
caso, il prodotto del concepimento, pur perfettamente sano, andrà
incontro ad una vita diversa dagli altri. Anche altri eventi normali
in altre famiglie possono essere vissuti in modo molto strssante.
Quando un cambiamento di lavoro, per esempio del padre o anche della
madre, comporta un diverso assestamento della famiglia, questo viene
vissuto come un problema nella famiglia "normale", ma in una famiglia
con un handicap diventa una specie di tragedia anche perché
viene spesso utilizzato per creare pesanti fughe e distacchi a volte
definitivi.
C'è, inoltre, il rischio di aggravamento dell'handicap
ed anche purtroppo , a volte, quello della morte del figlio. Ma
neppure con la morte di un figlio handicappato si esaurisce, purtroppo,
il problema : restano comunque il senso di colpa ed il lutto mai
risolto dell'avere avuto un figlio con quel problema e del non essere
stati capaci di risolverlo. Altri momenti difficili possono essere
rappresentati poi dalla nascita di un altro figlio con handicap
ed, infine, da momenti fisiologici per gli altri, come quello della
pubertà, della maturità sessuale, dell'abbandono della
scuola o dell'entrata "nel mondo del lavoro" che diventano periodi
di gravissima difficoltà. Non aggiungerò altro su
queste famiglie se non che è molto difficile ovviamente lavorare
con esse e che bisogna avere obiettivi molto precisi. Il principale
obiettivo per un terapeuta familiare è, in questo caso, quello
di condurre la famiglia per la sua strada di crescita nonostante
l'handicap e di far sì che essa non crei le soluzioni che
diventano problemi, come ad esempio quella dell'iperprotettività
che è la più frequente e conosciuta.
Tornando al tema principale che vorrei trattare, quello dell'isomorfismo
fra famiglia ed equipe, vorrei prendere lo spunto da un aspetto
trattato da Correale nella sua relazione quello del "burn-out dell'operatore"
che è frutto essenzialmente dell'interazione fra l' operatore
stesso ed i suoi colleghi. Secondo me la cronicità o meglio,
in queste situazioni che già partono croniche, l'aggravamento
della cronicità non è un prodotto della malattia e
neppure soltanto dell'interazione fra famiglia e paziente, ma é
invece un prodotto soprattutto dell'interazione fra questo paziente,
questa malattia, questa famiglia e qualsiasi sistema terapeutico,
nessuno escluso.
In questa situazione particolare, quella dell'handicap, come in
tutte le altre, cercare l' isomorfismo significa essenzialmente
individuare situazioni relazionali simili nella famiglia e nell'équipe
terapeutica. L'isomorfismo può aiutarci a spiegare la cronicizzazione,
legata alla malattia, ma anche all' interazione con il sistema terapeutico.
Torniamo, allora, alla prima caratteristica che avevo descritto,
quella del padre assente e della madre iper-presente e iper-protettiva.
Questo è il primo grossolano isomorfismo. Una delle cose
che avvengono più facilmente quando l'handicap è grave
e c'è la necessità di invio presso una Comunità
o, comunque, di un'altra situazione di ricovero, è proprio
la trasformazione della coppia famiglia-équipe nella coppia
genitoriale dell'handicappato, con la famiglia che diventa il padre
e l'équipe che diventa la madre, o meglio, l'uno il genitore
che fugge e l'altro quello che resta a casa. La famiglia porta,
infatti, l'handicappato nella Comunità e scappa, tornando
solo per criticare quello che l'equipe della comunità ha
fatto. Dall'altra parte c'è l'équipe che si occupa
dell'handicappato il più "maternamente" possibile , essendo
a volte iperprotettiva anche nei confronti della famiglia che è
scappata , oppure criticando la stessa, ma subendo, a sua volta,
le critiche rispetto a tutto quello che fa. Questo è, quindi,
un primo isomorfismo grossolano semplice e abbastanza banale ,che
diventa un pò più articolato se cerchiamo di collegarlo
ad un'altra dicotomia classica che si rileva in queste situazioni.
Il lavoro della riabilitazione si compone di due parti essenziali:
una pratica, organizzativa e una caratterizzata , invece da un atteggiamento
psicoterapico. Non intendo qui riferirmi allla psicoterapia classica
(c'è anche quella a volte) ma ad un atteggiamento psicoterapico
nell'operatività quotidiana. Questa dicotomia è sempre
presente nel lavoro di riabilitazione e naturalmente varia da situazione
a situazione: a volte viene accentuato l'aspetto organizzativo pragmatico,
altre volte quello psicoterapico. Vorrei dire subito che questo
tipo di dicotomia non ha ragione d'essere, nel senso che non c'è
modo di fare riabilitazione e di lavorare con l'handicap, se non
utilizzando ambedue gli approcci : per cui se facciamo prevalere
solo il lavoro organizzativo o solo quello psicoterapico commettiamo
ugualmente un errore. Tenterò di rendere meno grossolana
questa affermazione considerando più elementi articolati
di tale . Tutti sanno che la Comunità terapeutica inizialmente
aveva attribuito semplicemente al fatto di essere Comunità
certi benefici, successivamente attribuiti , invece, a tutta una
serie di tecniche diverse che venivano utilizzate nel lavoro psicoanalitico
o relazionale o di gruppo ed anche ad alcune impostazioni ideologiche
(basti pensare, ad esempio, alle Comunità di Laing oppure
di Maxwell-Jones). Si attribuiva, in ogni caso, il merito del risultato
ad alcuni particolari aspetti e, quasi mai, all'insieme dell'operatività,
in una visione olistica, più integrata del lavoro stesso.
Alcuni colleghi belgi ( DESSOY E., 1993 ; DESSOY E. , COMPERNOL
C. e PAUSS V., 1994) hanno scritto due articoli, abbastanza interessanti,
in cui suggeriscono alcuni parametri per osservare e valutare questo
campo di lavoro attraverso tre ottiche, quella dell'ambiente, quella
dell'etica e quella delle credenze o delle convinzioni. Questa divisione
già riprende in parte gli aspetti dicotomici discussi perché,
se si considera di più l'ambiente, si è più
sul versante operativo, mentre se si considera di più l'etica,
si è più sul versante delle scelte di regole operative,
e se faremo prevalere , infine, le credenze ci si pone sul versante
ideologico. Ma nessuna delle tre ottiche può prevalere ,
al contrario esse devono andare di pari passo. Questa modalità
di osservare la situazione di lavoro ci è utile anche per
guardare alla famiglia dell'handicappato: e se noi consideriamo
parallelamente, con questi tre parametri, la famiglia e l'équipe
, troviamo interessanti somiglianze.
Prendiamo l'ambiente: una famiglia che funzioni dovrebbe riuscire
ad avere un movimento in esso , perché se fosse statica non
funzionerebbe. Questo movimento dovrebbe essere costituito dalla
oscillazione fra una tendenza unitaria ed una tendenza al disaccordo,
attraverso una fase di passaggio in cui i sia rottura e poi di nuovo
un ritorno all'accordo. Questo ciclo, quindi, che si potrebbe rappresentare
con una specie di "otto" che parte dall'accordo, va verso il distacco,
poi il disaccordo, il distacco e poi ritorna verso l'accordo, deve
essere continuo. Se esso è continuo, se c'è, cioè,
questo movimento, c'è la possibilità di un funzionamento
fisiologico, altrimenti è probabile che ci sia un arresto.
Credo che sia evidente se se ne parla in termini di appartenenza
e separazione, per esempio, ma anche in termini di scelte di vita:
non sempre si può essere d'accordo su tutto, ci sono momenti
in cui si verifica uno scontro e ci si separa per un periodo, ma
poi l'affetto fa ritornare alla situazione di accordo.
Allo stesso modo, in un gruppo di lavoro, in un'èquipe,
possono esserci situazioni simili. Nella relazione del dott. Correale
sono stati già trattati molti aspetti di questo tema: anche
il gruppo di lavoro a volte si arresta perchè ci sono momenti
in cui, per la paura della separazione e per la paura, anche - aggiungo
io - di scoprirsi troppo, ci si colloca, più o meno consapevolmente,
in una situazione di congelamento..
Etica è una parola grossa ma, essenzialmente, significa
mettere le regole in famiglia, cioé definire che cosa è
bene e che cosa è male, cosa va fatto e cosa non va fatto.
A questo punto, però, si ha un'altra dicotomia abbastanza
importante. Da una parte, si ha un'etica che viene espressa, il
"codice normativo" come lo chiamano i colleghi belgi, si dice, cioè,
quali sono le regole che la famiglia o l'èquipe deve seguire;
dall'altra parte si ha, invece, un codice che non viene espresso
ma viene rappresentato in qualche modo, "iconico" secondo i colleghi
belgi e, cioè, quello che realmente si fa. A volte i codici
non sono proprio corrispondenti, e cioé si dice una cosa
e se ne fa un'altra e questo avviene sia in famiglia dove certe
regole vengono date ma poi non vengono rispettate o non vengono
rispettate allo stesso modo da tutti e due i genitori o da tutti
i figli, sia nell'équipe dove si sa che ci sono regole che
vanno rispettate ma che spesso non vengono seguite allo stesso modo
da tutti i membri dell'équipe.
L'ultimo parametro, infine, è quello delle credenze o delle
convinzioni e qui abbiamo a che fare con l'ideologia , collegata
col sistema di rappresentazione sia della famiglia che dell'équipe.
Si possono creare credenze molto profonde, specialmente nella famiglia,
ma anche nell'équipe e queste rappresentano un tema complesso
da affrontare . Alcuni rapidi esempi forse aiuteranno meglio a capire
il significato delle mie affermazioni. Una famiglia, ad esempio,
può trasmettere ai suoi membri, anche per motivi storici,
trigenerazionali, l'idea che una famiglia funziona bene se è
allegra, se ride sempre, se è sempre solare ; ma, a volte,
è difficile non entrare in contraddizione con questa credenza.
Se proviamo ad immaginare il tipo di famiglia descritto che si presenta
con un paziente depresso, abbiamo già l'idea di cosa ciò
possa significare: una scissione totale. Anche nell'équipe
può succedere questo: per esempio, il caso più frequente
è quello dell'équipe con una credenza democratica
in cui tutto quello che si fa deve essere dicusso prima da tutti
, ma, in realtà, tutti sanno che non è così
e, cioè, che c'è qualcuno più dotato di autorità
di qualcun altro, che alla fine imporrà il suo punto di vista.
E' chiaro che per capire come funziona una famiglia o un'équipe
bisogna osservarle , il problema é che non ci sono, in realtà,
metodi di osservazione assolutamente obiettivi. Non si può,
infatti, giudicare nessuno sulla base di un tempo x, è possibile
farlo solo sulla base di un processo nel tempo e nello spazio. L'elemento
spazio-temporale ci permette di dare una valutazione più
coerente; alcuni esempi di casi clinici chiariranno forse meglio
le affermazioni fatte.
Per una adolescente, ricoverata a causa di un aspetto psicotico
abbastanza grave in Comunità, l'èquipe decide, di
comune accordo con la famiglia, che la ragazza dovrà sospendere
il suo lavoro perché non è utile per lei, in questo
momento di grande confusione e che, pertanto, dovrà soltanto
curarsi per tre mesi dopodichè potrà riprendere il
suo lavoro; dopo un mese, però, succede che la ragazza riprende
il suo lavoro con l'appoggio della madre, protettiva nei suoi confronti
e, all'insaputa del padre. La madre motiva la decisione dicendo
che il grande desiderio della figlia di tornare a lavorare l'aveva
indotta a pensare che quella sarebbe stata per lei la cosa più
giusta pur sapendo che il padre si sarebbe opposto. Il fatto sembrerebbe
normale : in tantissime famiglie la ragazza avrebbe ripreso il lavoro
e si sarebbe allontanata dalla Comunità. L'équipe
si riunisce e, nel discutere, scopre che una delle educatrici sapeva
che la ragazza aveva ripreso il lavoro ma non aveva detto niente,
perché aveva sentito che la ragazza era così desiderosa
di farlo ed era così intensamente vitale nel proporre la
cosa che lei aveva pensato fosse meglio proteggerla, sapendo che,
se avesse rivelato il progertto della paziente , l'équipe
l'avrebbe impedito. E' evidente la specularità pressoché
totale fra relazione paziente -famiglia e operatore - equipe.
Un altro esempio, di qualche tempo fa, é quello di un caso
di un giovane psicotico da me conosciuto in una supervisione all'équipe
di salute Mentale di Arezzo. La terapeuta che descrive il caso e
che segue la famiglia, racconta come caratteristica particolare
di questa famiglia, il fatto che il padre non concede mai niente
al figlio , solo, ogni tanto, di nascosto, gli dà sigarette
o denaro per comprarsele , di nascosto , dato che la madre non vuole
che fumi. Quest'ultima, invece, è molto oblativa e, trattandosi
di una famiglia piuttosto primitiva, soltanto attraverso il mangiare
riesce a comunicare col figlio. Poiché il figlio vive in
comunità : ogni volta che torna a casa in visita , riparte
con valigie piene di cibo, confezionato dalla madre, che basterà
per 15 gg. e che il ragazzo poi dovrà, magari, dividere con
gli altri ospiti. In una supervisione d'èquipe si scopre,
- perchè non se l'erano mai detto prima (si tenga presente
che l'équipe di Arezzo è molto efficiente, si lavora
molto sui casi e spesso si fanno riunioni di équipe) - che
l'operatrice che guida il laboratorio protetto, un'infermiera di
una certa età, molto materna, risponde ai desideri e ai bisogni
di affetto del paziente preparandogli da mangiare cibi particolari
e straordinari che non prepara a nessun altro. Allo stesso modo,
il responsabile dell'èquipe, si comporta esattamente come
il padre rispetto alle sigarette. Ci sono, allora, aspetti che non
possono essere soltanto casuali ed esistono strumenti per cominciare
a studiare questi aspetti, e cioé i parametri che noi stiamo
utilizzando. Siamo , però, ancora lontani dal poter seguire
bene il funzionamento di questi isomorfismi: sicuramente, vengono
messe in gioco alcune parti degli operatori e alcune parti che riguardano
l'équipe, non tanto gli operatori come persone. C'è,
forse, un comportamento anche personale e familiare dell'operatore
ma, sicuramente, c'è una componente che riguarda invece l'équipe
come gruppo, perché noi sappiamo come determinate funzioni
vengano distribuite nell'ambito del gruppo in maniera molto chiara:
l'aspetto materno e l'aspetto paterno, per esempio, oppure l'aspetto
di autorità o l'aspetto di contenimento, e poi tanti altri.
Esistono, anche, tutta una serie di possibili livelli di "attaccamento",
se vogliamo usare il termine di Bowlby nel senso della ricerca più
recente, perché non c'è solo un attaccamento materno
ma c'è anche un attaccamento sessuale ,così come un
attaccamento per la definizione del campo, quindi autoritativo,
cioè del "chi comanda qui" ,che implica la lotta tra i due
leaders per decidere chi è quello vero. Tutti questi livelli
di attaccamento vengono forniti e vengono messi in gioco. Dobbiamo
forse pensare addirittura alla trasmissione di modelli relazionali
connotati come buoni e cattivi , giusti e sbagliati etc. sia nella
famiglia che nell'equipe.
Dovremmo ora affrontare anche il tema delle "soluzioni": ma le
soluzioni non sono mai magiche e su di esse stiamo ancora ricercando.
Tuttavia vorrei comunicarne due da noi osservate di cui una, sicuramente
sbagliata, (che presenterò per prima) ed un'altra , più
cauta, che lascia aperte alcune possibilità.
La soluzione sicuramente sbagliata è quella della comunicazione
diretta ,secondo la quale, una volta scoperta la collusione in terapia
familiare, si decide di rivelarla alla famiglia: tale scelta risulterebbe
assolutamente fallimentare.
La soluzione che, invece, potrebbe sembrare migliore ma che, comunque,
non sempre funziona, come è stato visto sul piano sperimentale,
è quella dell'essere "strategici", cioè di far passare
alla famiglia questa collusione come un problema dell'équipe
e cercare di chiedere aiuto alla famiglia stessa. Per esempio, di
fronte ad un problema qualsiasi diciamo alla famiglia: "abbiamo
un problema nell'équipe, con vostro figlio ci succede questa
cosa" e addirittura simuliamo la scena in cui un operatore fa la
parte del figlio, altri due operatori fanno quella degli operatori
e dimostriamo qual è la difficoltà. La cosa tragica,
che però per noi è una prova che quello che stiamo
dicendo ha una base di realtà, è che la famiglia si
arrabbia moltissimo perché non riconosce quello come un problema
dell'équipe ma come un problema familiare, ci ferma e ci
dice "voi ci state insultando, ci fate passare come un problema
dell'équipe un problema che in realtà è nostro...
come vi permettete di dirci queste cose ?"
La soluzione più cauta, proposta da un'altra collega (RITZ
et al. 1994) , è quella di far sì che i membri della
Comunità partecipino, almeno in parte, alle sedute , dato
che la terapia familiare viene seguita attraverso uno specchio unidirezionale
e viene videoregistrata, per cui si può rivedere in un momento
successivo. Alcuni membri , dunque, partecipano alla seduta attraverso
lo specchio ed altri vedono i nastri delle sedute insieme al terapeuti,
per osservare le modalità relazionali della famiglia e riconoscerle,
poi, nell'azione dell'équipe. Questa modalità rappresenta
una soluzione in termini preventivi permettendo, attraverso lo studio
del lavoro con la famiglia , di riconoscere le dinamiche familiari
proprie che il paziente (in fin dei conti è lui quello che
le porta, essendo la famiglia spesso assente nel rapporto con la
Comunità) cercherà di ricreare nel rapporto co i membri
dell'équipe che si prendono cura di lui. Osservando come
il paziente crea quel tipo di relazioni particolari, e solo quelle,
con la famiglia in determinate condizioni, i membri dell'équipe
arriveranno a conoscerle e saranno in grado di riconoscerle anche
quando loro stessi le mettono in atto dovendo, in tal caso, adoperarsi
, ovviamente, per contrastarle o per controllarle.
Tutto questo serve essenzialmente a non ripetere, nel lavoro terapeutico
di comunità (e qui si chiude il cerchio), quello che la famiglia
già faceva perché, se anche noi come équipe
finiamo per fare le stesse cose che la famiglia fa, diventiamo davvero
i responsabili della cronicizzazione , dato che non offriamo nessuna
nuova opportunità. Il semplice fatto di fare cose diverse,
allora, è già di per sé terapeutico: è
solo l'inizio del cambiamento terapeutico ma certamenterompe un
circolo vizioso che porta spesso verso la cronicità.
Firenze 4 Aprile 1996
BIBLIOGRAFIA
de BERNART R. "Dalla Comunità Terapeutica alla Casa Famiglia".
Tesi di laurea in Psichiatria, Università di Firenze, pubblicata
dall' Amministrazione Provinciale di Firenze 1973.
de BERNART R. "La Casa Famiglia come Terapia" (in collab.), Rassegna
di Studi Psich., vol. LXII fascic. 2, marzo-aprile 1973.
de BERNART R. "Da uno studio metodologico sulla falsa coscienza
all'analisi di prassi alternative antistituzionali" (in collab.),
Rassegna di Studi Psich., vol. LXII fascic. 2, marzo-aprile 1973.
de BERNART R. "Osservazione sull'Evoluzione di una Casa famiglia"
(in collab.), Rassegna di Studi Psich., vol. LXII fascic. 3, maggio-giugno
1973.
DESSOY E.," Le milieu Humain. I°. De l'interet du concept
en psychotherapie institutionelle et en approche sistemique", Therapie
Familiale , XIV, 1993, 4, pp.311-330.
DESSOY E., COMPERNOL C., PAUSS V., "Le milieu Humain. II°.
Etude de cas. L'impact de l'enfant psycotique sur le milieu familiale
et le milieu istitutionnel : une collaboration entre famille et
institution." ,Therapie Familiale ,XV, 1994,1, pp.79-91.
RITZ F. et LALIVE - AUBERT J. :" L'isomorphisme. La similitude
des problemes entre les familles d'origine et les reseaux istitutionnels
dans la schizophrenie" Therapie Familiale, XV, 1994,1,pp.25-34.
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