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Modelli per la Famiglia, Modelli per
il Terapista
o
Modelli per la relazione ?
Rodolfo de Bernart
Psichiatra, Direttore Istituto di Terapia Familiare
di Firenze
I modelli terapeutici legati alla nosografia psichiatrica
Per molto tempo i terapisti familiari hanno cercato di realizzare
modelli di intervento con le famiglie centrati sulla nosografia
psichiatrica classica, sulla psicopatologia o sul tipo di struttura
familiare . Studi molto importanti sono stati dedicati alla famiglia
dell'anoressica o dello psicotico ed alla famiglia psicosomatica
, per citare solo i più noti, nel tentativo spiegarne il
particolare malfunzionamento. Ma questi tentativi di costruire una
psicopatologia relazionale non hanno avuto successo. Sono state
utilizzate ottiche differenti : Sistemica, Psicoanalitica , Costruttivista,
e modelli di intervento differenti : Strutturale, Strategico, Teoria
dei Giochi ,Conversazionalista, mutuandone il linguaggio ed i modelli
psicopatologici.
Il Terapista e la Relazione Terapeutica
Più recentemente il fuoco si é spostato sul terapista
e sui suoi problemi. L'ottica cognitivo-costruttivista, ad esempio,
ha portato a sposare anche punti di vista piuttosto radicali come
quello della "Conversazione" con la famiglia o con il paziente.
Anche spostando l'attenzione sulla relazione terapeutica si rischia
, però, di "riscoprire l'acqua calda", dato il grande studio
già compiuto dagli psicoanalisti. Sempre più spesso
nuovi contributi di autori di ottica diversa risultano , ad una
lettura attenta, traduzioni in un altro linguaggio ( costruttivista
o sistemico) delle osservazioni già fatte dagli analisti
; e viceversa.
Tuttavia sempre di più i terapisti sentono il bisogno di
avere modelli da applicare e manifestano la necessità di
elaborare parametri e strumenti diagnostici per decidere quali modelli
applicare a quali situazioni cliniche. La creazione di modelli di
intervento ad hoc è per ora risultata piuttosto deludente.
ricordiamo ad esempio l'uso del paradosso per la psicosi e l' anoressia
e della terapia strutturale per le famiglie con tossicomani, caratteriali,
problemi di comportamento o problemi infantili. Spesso i modelli
di intervento elaborati da una scuola venivano applicati pedissequamente
a tutte le situazioni : per esempio la "provocazione" creata per
rompere la rigidità di famiglie portatrici di psicosi cronica
veniva applicata anche alla fobia scolare.
Infine questa grande confusione ha suggerito spesso il ricorso
alle "scienze forti" chiamate in appoggio e a sostegno delle teorie
e pratiche cliniche (Prigogyne , Maturana e Varela , teoria delle
catastrofi , etc.)
Sembra insomma che il principale tentativo sia quello di far rientrare
nel modello quello che si cerca. Anche in questa prima parte del
convegno ne abbiamo avuto alcuni esempi.
Il risultato é che ognuno cura cio che è più
vicino al suo modello, ed i pazienti vanno dal terapista che offre
il modello terapeutico più idoneo al loro modo di essere
. Ma anche i terapeuti chiamano i pazienti più adatti al
loro modello .
Alcune osservazioni critiche
Non dovendo difendere un particolare marchio di fabbrica , perché
il nostro gruppo ha scelto sempre il confronto e la curiosità
come stimolo guida, abbiamo avuto la possibilità di sperimentare
( provocazione, prescrizione invariante, interventi più psicoanalitici,
terapie strutturali etc.)
Abbiamo applicato i modelli degli altri quando ci sembrava opportuno
ed abbiamo "scoperto" alcune semplici cose:
1- L'ottica relazionale spiega molto bene ciò che avviene
fra le persone, ma quando si rivolge all'interno dell'individuo
ci sono alcune difficoltà e interviene la tentazione di richiamarsi
ad ottiche "forti" preesistenti.
Nella migliore delle ipotesi capita che le altre letture vengano
tradotte nei linguaggi diversi , cioé che cose già
spiegate dalla psicoanalisi siano ri-spiegate in "costruttivese"
e viceversa.
2- La Terapia Familiare non basta a se stessa (come anche le altre
tecniche ) ma é più spesso parte di un processo terapeutico
più complesso che include sempre altre forme d'intervento,
psicoterapeutico e non. Talvolta tutti questi interventi con individuo
gruppo , famiglie etc possono essere collegati , ma sempre si deve
tenere conto di questa complessità.
3- Anche il tentativo di creare modelli di intervento secondo la
nosografia classica non risponde alle necessità. Ad esempio
la psicosi cronica talvolta risponde alla provocazione e al paradosso
o alla prescrizione invariante , ma talvolta , al contrario, l'intervento
induce il delirio, e talvolta ne fornisce addirittura il contenuto.
In questi casi , perciò risulta più efficace una terapia
non intrusiva.
4- Forse questo può essere risolto dandosi criteri diagnostici
più sottili e precisi per distinguere all'interno delle categorie
nosografiche classiche (le schizofrenie, le depressioni)., ma anche
all'interno degli stili di comunicazione e delle capacità
evolutive della famiglia. Ci sono tentativi di produrre questi risultati
sia nel campo psicoanalitico che in quello cognitivo-costruttivista,
ma non bisogna fermarsi alla categoria diagnostica ma andare oltre.
4- I follow up ben fatti sono di grande aiuto, ma dovrebbero essere
fatti da altri , altrimenti é di nuovo facile che ciascuno
trovi ciò che cerca.
A volte poi il problema , apparentemente risolto nell'infanzia,
si ripresenta sotto altra forma nell'adolescenza , magari come sintomo
somatico, o migra altrove nella famiglia. Come distinguere, come
capire quando é meglio non utilizzare le enormi potenzialità
della terapia familiare per avere un risultato veloce ? Quali terapie
conviene "rallentare" e approfondire ? E'questo un argomento estremamente
delicato sul piano etico.
5- non ci sono modelli esaustivi in nessuna scuola orientamento
o stile. occorre sperimentare nuove soluzioni.
6- La necessità di avere certezze e di essere fedeli a modelli
porta o alla rigidità o , nella migliore delle ipotesi a
bruschi cambiamenti periodici con l'abbandono anche di cose buone.
Conclusioni
La necessità di certezze é umana ma fallimentare.
Citando Manfrida , proprio mentre le scienze forti si liberano dei
legami e vanno verso l'incertezza , noi facciamo il percorso contrario.
Ma le leggi scientifiche sono , forse, solo un nostro bisogno di
regolamentare il caos.
La relazione terapeutica con il paziente e con la sua famiglia
dovrà sempre comunque appoggiarsi su qualcosa di solido cioé
su di una teoria di riferimento provvisoria come base sicura.
Ma questa sarà tanto più sicura quanto il terapista
saprà che la sta usando proprio a questo scopo e non sarà
imprigionato ed usato da essa.
Bibliografia
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Pubblici", in collaborazione, in: Zernetto (a cura di) :" REALTA'
E PROSPETTIVE DELLA RIFORMA DELL'ASSISTENZA PSICHIATRICA", MINISTERO
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de Bernart R. "Terapia Familiare Come Diagnosi" in Aurilio R.,
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de Bernart R."Dentro la Relazione Fuori dalla Famiglia", ISTITUTO
DI TERAPIA FAMILIARE DI TREVISO, Ottobre 1988.
de Bernart R. , Dobrowolski C., "L'Istituto di Terapia Familiare
di Firenze: la Storia di una Formazione -Creativa-" Maieutica n.
0 , Dicembre 1992 e n.1 Gennaio Luglio 1993.
de Bernart R. "La Terapia Familiare e l'Ottica Relazionale nei
Servizi Pubblici" Dialogue con M. Buonsante e L. Cancrini . in :
Lupoi S. et al. (curatori) " Atti del Convegno SIPPR: ""Genitori
e figli: la Salute Mentale nelle Relazioni Familiari"" ", Taormina
Febbraio 1993.
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