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LA FAMIGLIA NEL PROGETTO TERAPEUTICO.
Relazione al XII° Convegno Lucchese di Psichiatria
"La Costruzione del Progetto Terapeutico"
Lucca, 29,30 Settembre e 1 Ottobre 1994
di
Rodolfo de Bernart *
Mi è stato chiesto di occuparmi della famiglia, e del suo
ruolo nella creazione di un progetto terapeutico. Visto il tema
generale, mi sembra corretto partire dall'ottica relazionale piuttosto
che dalla terapia della famiglia in senso stretto.
Il mio lavoro idealmente è diviso in tre parti: la prima
parte dedicata appunto all'utilizzo dell'ottica sistemico-relazionale
nella costruzione del progetto terapeutico , la seconda parte centrata
sul coinvolgimento della famiglia nel progetto terapeutico , la
terza parte infine dedicata all'esame di alcune novità e
di alcuni problemi che insorgono nel rapporto con la famiglia nella
fase della riabilitazione.
Ho preferito mettere al primo punto l'ottica sistemico-relazionale
perché spesso noi "relazionali" veniamo identificati con
coloro che lavorano con la famiglia, mentre, in realtà, nel
lavoro sul campo ,specie nei servizi, quello che caratterizza il
nostro lavoro di terapisti familiari, e di operatori che hanno avuto
una formazione in questo senso, è l'utilizzo di quest'ottica
relazionale e della teoria sistemica per intervenire in modo diverso
in tutte le attività connesse con l'operare nei servizi stessi.
D'altra parte per un operatore psichiatrico è molto più
importante conoscere l'utilizzo degli strumenti dell'ottica sistemica,
dell' ottica relazionale, nella gestione di un progetto terapeutico,
piuttosto che cercare di fare una vera terapia familiare in un setting
formale.
Diversi autori (1,14), tra cui io stesso in scritti precedenti(3,5,7),
hanno spesso consigliato agli operatori psichiatrici di non dire
mai che fanno terapia familiare alle famiglie che vedono nei servizi
proprio perché questo viene vissuta come una specie di stigmatizzazione
dai membri della famiglia. Anzi, noi siamo spesso identificati come
quelli che hanno solo spostato "la colpa" dall'individuo alla famiglia.
Prima, di fronte ad un paziente si cercava di valutare "cosa gli
era successo dentro", "che cosa si era rotto", sia che si ragionasse
sul piano biologico sia sul piano del funzionamento intra-psichico.
Poi, con l'arrivo dell'ottica relazionale della terapia familiare
si è semplicemente spostata la responsabilità dal
paziente alla famiglia. Si è iniziato a ragionare nei termini
di "che cosa si è rotto nella famiglia che possa aver determinato
il malessere del paziente". Gli sviluppi successivi, quelli più
sofisticati ad esempio trigenerazionali , hanno spostato la colpa
dai genitori ai nonni, senza peraltro cambiare la situazione.
Vorrei per un attimo uscire da questa logica perchè, in
realtà, non è questo il punto. Lo spostamento dall'individuo
alla famiglia,o alla famiglia estesa se rimane in una logica lineare,
non cambia assolutamente il nostro modo di lavorare e non cambia
assolutamente il nostro progetto terapeutico. Questa è un'eredità
pesante che è legata ad una fase della terapia familiare
in cui, partendo da un approccio strategico , che a sua volta partiva
da un approccio di ricerca, si tendeva a ritenere l'operatore fuori
dal campo di osservazione. Oggi, con il contributo della seconda
cibernetica, abbiamo "riscoperto l'acqua calda" e cioè che
ci dobbiamo vedere nella relazione del paziente e con la sua famiglia
. Non abbiamo più, perciò, un atteggiamento paranoico
e colpevolizzante nei confronti della famiglia, che ci portava a
vedere il paziente come vittima ed a prendere le sue difese. La
cosa che ,invece, caratterizza il nostro modo di lavorare è
proprio l'ottica circolare e non l'ottica lineare e causale.
L'ottica circolare vede invece come corresponsabili di quello
che è successo il paziente, la sua famiglia e tutti gli altri
sistemi ad essa connessi.
Un altro errore , che si è sempre fatto, è appunto
quello di considerare la famiglia come un sistema chiuso. La famiglia
, invece, è un sistema aperto connesso con tutti gli altri
sistemi( la scuola, il lavoro, la società) ma naturalmente,
per comodità, i teorici ed anche i clinici di terapia familiare
lo hanno sempre considerato, senza dirlo, un sistema chiuso. Non
avrebbero potuto fare altrimenti perchè nessuno è
onnipotente e bisogna scegliere il campo d'intervento. Chi lavora
con l'individuo lavora con l'individuo, chi lavora con la famiglia
lavora con la famiglia. Tuttavia questa era sicuramente una scelta
riduttiva e che comportava qualche problema. Gli altri sistemi "non
familiari" venivano spesso persi di vista.
Tornando al tema della prima parte ,vorrei sottolineare che l'applicazione
dell'ottica sistemico- relazionale ai servizi serve soprattutto
per indirizzare e connotare in modo nuovo il tipo di lavoro che
può essere fatto dagli operatori nei diversi livelli del
servizio.
In un capitolo di un volume ,curato da Zerbetto per il Ministero
della Sanità, sulle nuove esperienze psichiatriche ,che ho
scritto alcuni anni fa (3), avevo diviso nei vari tipi di intervento
territoriale l'applicazione dell'ottica sistemico -relazionale.
Suggerivo perciò come operare , secondo questa linea guida,
in ambulatorio, in una visita domiciliare , in un ricovero ospedaliero,
nella somministrazione dei farmaci, etc., . Mi rendo conto che questa
divisione è arbitraria perchè il nostro lavoro è
un continuum ma ciò era reso necessario per finalità
espositive. Per lo stesso motivo devo ammettere che può risultare
arbitraria anche la divisione che ho fatto all'inizio fra queste
tre parti , anch'essa necessaria solo per fini espositivi perchè,
come vedremo alla fine, la riabilitazione fa parte della cura .
Quello che vorrei evidenziare con alcuni esempi è che l'ottica
relazionale può essere di grande aiuto per modificare il
tipo d'intervento dell'operatore con il paziente e la sua famiglia;
ma forse qualche piccolo flash può dare un'idea più
precisa di quello che sto sostenendo.
Il momento del ricovero , ad esempio, è sempre stato vissuto
come un distacco del paziente dalla sua famiglia, a volte necessario
o addirittura indispensabile proprio per permettere un recupero
da situazioni relazionali molto pesanti e tuttavia non è
mai stato facilmente gestito dall'operatore . Egli si è spesso
trovato nella posizione un po' incongrua di dover curare il paziente
con i mezzi che l'ospedale forniva (di solito interventi farmacologici
e colloqui individuali) e poi dover restituire il paziente alla
sua famiglia senza che niente fosse successo nel frattempo nell'ambito
familiare. Nella migliore delle ipotesi a volte veniva fatta un'operazione
parallela di trattamento della famiglia , con la presenza o meno
del paziente,senza che questo fosse , in qualche modo ,connesso
con l'ospedalizzazione. Il più delle volte , invece, la situazione
in cui si trovava l'operatore era quella di una sorta di "braccio
di ferro" con la famiglia teso a farle riprendere il paziente il
più presto possibile. Sappiamo infatti che la principale
difficoltà era ( e forse ancora oggi é) la carenza
di posti letto, e la conseguente situazione caotica nei reparti
per cui l'operatore tendeva a dimettere il prima possibile , cercando
di convincere la famiglia a riprendersi il paziente.
Un esempio di modesto ribaltamento sistemico-strategico di questa
situazione consiste nel cercare di intervenire nel contesto più
vasto della famiglia per capire quando è il momento per poter
rimandare a casa il paziente . Lavorando in quest'ottica con la
famiglia, l'operatore viene a trovarsi dalla parte opposta del "braccio
di ferro", cioè non come quello che "tira la fune" nella
direzione della dimissione precoce ma quello che, invece, controlla
la situazione, dicendo ,per esempio, alla famiglia : " il paziente
ha dei problemi, noi lo stiamo trattando; però è anche
necessario costruire una situazione ambientale che permetta il suo
ritorno a casa. Non è possibile rimandarlo a casa finchè
voi non mi garantite che questa situazione ambientale è stata
almeno in parte ricreata altrimenti abbiamo una ricaduta". E' quindi
mettere la famiglia in condizione di lavorare per noi per favorire
una dimissione precoce e non imporre questa ad una famiglia riluttante
ed impreparata. Sarà poi necessario, naturalmente, verificare
quello che la famiglia fa per aiutarci, con sedute che vengono fatte
all'interno dell'ospedale insieme con il paziente , fino al momento
in cui noi possiamo permetterci di dimetterlo perchè la famiglia
è pronta ad accoglierlo.
Quest'operazione è soltanto uno spostamento di lettura,
non cambia molto rispetto alla nostra operatività pratica
ma modifica radicalmente il nostro atteggiamento.
Esso , infatti, non é più guidato dalla filosofia
occidentale aristotelica , secondo la quale ci si aspetta un cambiamento
solo attraverso modificazioni parziali misurabili che portano al
risultato "per lisi". Dovremo iniziare a pensare, come nella filosofia
degli Indiani Hopi, che il cambiamento avviene "per crisi", dopo
una preparazione che non da segni di modificazione per lungo tempo
e poi, ad un certo punto, precipita.
In questo senso l'operatore lavorando con la famiglia può
permettersi un atteggiamento molto diverso da quello di prima, non
deve costringere la famiglia a riprendersi il paziente ma deve venire
rassicurato dalla famiglia. Così spesso è la famiglia
che viene a chiedere che venga dimesso il paziente, perchè,
ad esempio, essi vedono che ha fatto dei miglioramenti sostanziali
e non vogliono che stia più nella situazione , magari ora
percepita come pericolosa perché ci sono nel reparto persone
più disturbate del loro familiare. Per questo sono loro stessi
a chiedere la dimissione e noi abbiamo più facilmente buon
gioco a mantenere un tipo di rapporto "scettico positivo" , che
continuerà anche in seguito.
Un altro esempio è quello della terapia farmacologica, che
è stata per lungo tempo scotomizzata se non addirittura negata
o demonizzata dai terapisti della famiglia . Si diceva che non si
doveva fare uso di farmaci perchè questo contribuiva a rinforzare
l' identificazione del paziente come paziente designato e di conseguenza
era indispensabile rifiutare ogni tipo di rapporto con la terapia
farmacologica. Mentre Viaro, Leonardi e Peruzzi , in un articolo
di qualche tempo fa che si intitolava " Tre suggerimenti pratici
agli psichiatri di orientamento sistemico che si trovino a lavorare
in un servizio non sistemico"(14.) , suggerivano : Fate tutto quello
che dovete fare, fatelo secondo l'ottica relazionale, non fate assolutamente
terapia familiare. Fate tutto ciò che dovete fare, diagnosi,
terapia farmacologica, dimissioni, etc. , fatelo secondo l'ottica
relazionale, ma fatelo perchè tutto può essere fatto
secondo un'ottica relazionale. Ad esempio la somministrazione di
farmaci non necessariamente deve essere giustificata come una cosa
che riguarda solo il paziente , perchè la somministrazione
di farmaci se tranquillizza il paziente tranquillizza molto anche
la famiglia ed allora può essere letta anche come un'operazione
che viene fatta per permettere alla famiglia di recuperare un momento
di crisi , che permette al paziente e alla famiglia di interagire
e che dovrà essere somministrata fino a quando la famiglia
non produce risorse nuove che possano permettere una riduzione o
sospensione del trattamento .Quindi la famiglia viene responsabilizzata
rispetto a questa terapia che viene somministrata e che serve a
tutti..
In questo modo il ricovero ed i farmaci possono essere ridefiniti
come una necessità non solo del paziente ma anche della famiglia
. Questi sono due esempi di come l'ottica relazionale utilizza la
famiglia in modo diverso da quella tradizionale. Di nuovo la famiglia
non è la responsabile di questa situazione e non deve essere
vista come un'entità che tende a scaricarci il paziente perchè
noi lo "ripariamo", ma come un'entità che ha una posizione
ambivalente di fronte al problema. Da una parte sicuramente ci porta
la sua sofferenza e la sua difficoltà di stare con un paziente
disturbato ed in difficoltà e dall'altra vuole davvero che
il paziente stia meglio e cresca. Da una parte ha davvero bisogno
di certe funzioni che il paziente svolge con il proprio sintomo
e dall'altra per davvero vuole davvero che il familiare riacquisisca
la sua libertà. La famiglia dunque ha gli stessi problemi
del paziente , non riesce a trovare una soluzione, non riesce a
trovare un progetto.
Entriamo , perciò, nella seconda parte della relazione e
cominciamo a parlare del "progetto terapeutico con la famiglia"
ed anche qui dovrò dividere idealmente il lavoro in tre parti:
l'aspetto diagnostico, l'aspetto terapeutico e quello delle conclusioni
della terapia. Sono tre cose molto diverse che , tuttavia, sono
connesse tra di loro e, come vedremo, sono anche inseparabili ;
io le separerò in questo momento solo per ragioni pratiche.
Per dare subito un'idea concreta del mio ragionamento mi servirò
di una metafora che ricavo dal teatro e in particolare dal teatro
di Eduardo.
La maggior parte dei lavori di Eduardo, o almeno quelli più
significativi, sono suddivisi in tre atti ed in questi tre atti
si svolgono tre cose sempre sostanzialmente uguali. Nel primo atto
si ha l'immagine di una famiglia , perchè di solito sempre
di una famiglia si tratta, dato che il teatro di "Eduardo" é
molto legato alla famiglia. Viene fatta in questa parte come una
diagnosi di quella famiglia. Viene offerta allo spettatore un'immagine
di come quella famiglia vive e dei problemi che eventualmente quella
famiglia ha.
Nella seconda fase (secondo atto ) si ha la crisi: una situazione
drammatica ad alto livello emotivo, nella quale tutte le situazioni
relazionali che - fino al primo atto - sembravano stratificate e
quasi cronicizzate si rompono, vengono a una condizione di instabilità
in cui tutto può cambiare.
Nel terzo atto c'é la fine di questa crisi, la lisi e la
costruzione di nuovi rapporti , non sempre positivi per tutti ,
ma che comunque permettono alla famiglia di riprendere la propria
strada in modo nuovo.
Mi sembra una metafora perfetta per quello che é un progetto
terapeutico idoneo per una famiglia.
Il primo problema che abbiamo é "la diagnosi" che, tuttavia
rispetto a una famiglia é molto diversa da quella fatta rispetto
ad un individuo. Aprendo una piccola parentesi , ricorderò
che noi consideriamo una famiglia come un organismo, che ha un suo
progetto di crescita, un suo ciclo vitale, e , come sapete, noi
pensiamo che il ciclo vitale sia composto di fasi e che da una fase
all'altra ci sono passaggi delicati, momenti o periodi significativi
nei quali più facilmente la famiglia si arresta nella sua
crescita. In questo passaggio da una fase all'altra , infatti, si
richiede un cambiamento - di solito radicale - dello stile di vita
e del tipo di relazioni che fino a quel momento erano state idonee
per la fase precedente. Se la famiglia é in grado di effettuare
questo cambiamento nella fase di passaggio da una fase all'altra
del ciclo vitale, essa continua la sua crescita, altrimenti si arresta
e si ha ,spesso , la produzione di un sintomo individuale come segnale
più evidente del disagio, ma é tutta la famiglia che
si é arrestata nella crescita. La prova di questo é
nel noto fenomeno della migrazione del sintomo (da un membro all'altro
della famiglia ) e nel fatto che a volte i sintomi non sono di tipo
psichiatrico, ma di tipo somatico. Alcuni colleghi(11,17) hanno
studiato , per esempio, le famiglie che hanno problemi molto gravi
di tipo somatico, specialmente nei bambini ,come le malattie oncologiche,
ed hanno descritto brillantemente l'arresto della crescita in queste
famiglie che riguarda non soltanto il bambino, ma anche i suoi fratelli,
genitori, e altri parenti che sono a stretto contatto perché
tutti quanti é come se volessero fermare l'orologio un'istante
prima della "diagnosi" di malattia mortale, e del pericolo di morte,
quindi per ragioni certamente psichiche ma legate ad origini assolutamente
somatiche. Anche nelle patologie psicosomatiche Minouchin (11)Luigi
Onnis (12,13..) ed altri hanno descritto molto bene il tipo di situazione
che si viene a creare in una famiglia di fronte ad una malattia
come l'asma o nelle situazioni di diabete. Voi forse vi meraviglierete
se io parlo del diabete come malattia psicosomatica, ma ci sono
ricerche ben precise che descrivono come alcuni dosaggi di corpi
chetonici o della glicemia salgono nella situazione di stress. Proprio
recentemente , un paio di settimane fa una mia paziente ( che non
é ovviamente solo diabetica, viene per altri motivi) mi raccontava,
nell'ambito della seduta di terapia familiare, quanto la sola idea
di venire in terapia le modificasse i valori. Passava da 1 a 2 a
3 di glicemia nelle ore precedenti della seduta solo per l' aspettativa
di doversi confrontare con la famiglia . Poi nella seduta c'era
un calo e, ritornata a casa, tornava nella norma. Ma se c'é
un arco di variazione fortissima solo per le aspettative di tensione
riguardanti la seduta, figuriamoci che tempeste umorale si avranno
per le cose che possono avvenire in famiglia
Ma torniamo al problema della diagnosi. I terapisti familiari per
un lungo periodo di tempo hanno preso in considerazione soltanto
quella di tipo "interazionale" , quella che osservava, cioè,
soltanto le interazioni tra i membri della famiglia, nel "qui ed
ora. Era possibile , perciò, costruire una diagnosi basata
sostanzialmente sul funzionamento della comunicazione, o meglio
il disfunzionamento di questa nella famiglia, e che doveva servire
a giustificare il sintomo. Ci sono sviluppi più recenti,
per fortuna; noi non ci siamo fermati all'interazione, ma siamo
arrivati alle relazioni ed all'aspetto simbolico. Cigoli (2) ha
proposto questa divisione fra registro interattivo, relazionale
e il metaforico-simbolico.
Che differenza c'é tra il registro interattivo e quello
relazionale? L'aspetto relazionale ha una storia, che prima era
sta gettata dalla porta ed ora rientra dalla finestra : quello che
prima guardavano solo nel "qui ed ora" diventa una cosa che guardiamo
nella prospettiva storica. Allora, come dicono Andolfi e Angelo
(1), abbiamo una prospettiva orizzontale, che é quella dei
rapporti interazionali che secondo i primi autori ci permettono
di vedere comunque come funzionava una famiglia. Questo perché
una famiglia é ripetitiva, per lo meno nelle fasi patologiche,
e mette in atto sempre gli stessi tipi di interazione, per cui basta
osservarla per un certo periodo e sappiamo qual'é il tipo
di interazione di quella famiglia. Abbiamo poi una prospettiva storica,
ormai diventata tri-generazionale, fino ai nonni, nella quale noi
osserviamo che le interazioni ripetute creano delle relazioni più
stabili, che hanno una storia e che possono essere descritte in
maniera più concreta. Questa diagnosi deve essere poi utilizzata
per il cambiamento della famiglia, per la seconda fase che é
quella processuale. Ma ricordo ancora che questa divisione è
arbitraria, perché la diagnosi relazionale in realtà
é fatta di una serie di ipotesi relazionali che diano una
lettura del sintomo e della sua funzione all'interno della famiglia,
che si ripete nel tempo, e cambia continuamente fino alla fine della
terapia. In altre parole possiamo dire che la nostra ipotesi é
sempre falsa e noi lavoriamo per falsificarla. C'é quello
che noi osserviamo all'inizio o per meglio dire ,per i terapisti
familiari più corretti, quello che noi osserviamo ancora
prima di vedere la famiglia nella descrizione che viene fatta nella
scheda telefonica e l'ipotesi che noi facciamo. Sapete per esempio
che il gruppo della Selvini lavora almeno mezz'ora ,a volte un'ora
, prima di vedere la famiglia in prima seduta , solo sulla base
delle notizie che hanno raccolto per telefono, e ora recentemente
non fanno più soltanto questo, ma fissano un'intervista con
un membro della famiglia per raccogliere le notizie, perché
queste siano ancora più significative e poi ci lavorano quasi
due ore.
Insomma l'ipotesi che si fa nel primo momento in cui si incontra
la famiglia , o prima ancora di incontrarla, verrà poi modificata
un numero infinito di volte e il tentativo del terapista é
proprio quello di potere falsificare la sua ipotesi iniziale e tutte
quelle successive per farne altre sempre più legate alla
realtà di quella famiglia.
Ci sono ovviamente posizioni radicalmente opposte in terapia familiare
: per esempio quella conversazionale che ,da un punto di vista costruttivista
radicale, dice che non esiste una realtà e quindi qualunque
tipo di incontro con la famiglia é comunque costruttivo.
Io però non mi trovo su quella posizione, ma in una posizione
intermedia : riconosco un grande valore alla specificità
per i pazienti ed anche per famiglie, della lettura relazionale
che noi facciamo.
Una specificità che probabilmente neanche nel corso di una
intera terapia riusciamo mai a raggiungere , ma alla quale dobbiamo
tendere ed avvicinarci.
Il nostro progetto terapeutico è sostanzialmente quello
di riuscire a condividere con la famiglia una lettura nuova della
situazione, perché quella vecchia era quella che metteva
la famiglia in una stasi che comprendeva richiedeva e sosteneva
il sintomo. Una lettura nuova che permetta alla famiglia di crescere
di nuovo, ma sapendo che neanche questa è quella definitiva,
perché noi sappiamo bene che una famiglia ci porta solo una
parte della sua realtà, dunque non potremo mai conoscerla
interamente.
Torniamo alla metafora del teatro: quello che noi vediamo nel teatro
di Eduardo non é certo la storia di quella famiglia ma é
una storia di quella famiglia e così, in terapia, noi vediamo
una o più storie di quella famiglia ma forse non vedremo
mai la storia definitiva.
Quello che noi riusciamo a fare é avvicinarci il più
possibile alla storia di quella famiglia affinché la famiglia
possa ottenere due risultati:
a) avere una lettura finale, l'ultima che gli daremo, più
vicina possibile a quella che permette alla famiglia di crescere;
b) e, che é quello più importante, insegnare alla
famiglia un metodo per la crescita, cioé la capacità
di passare da una sola lettura, che é quella che la staticizzava
in una situazione sintomatica per il paziente, a più letture
della realtà.
Questo rende possibile un movimento mentale che permette davvero
la crescita.
Appreso questo tipo di lavoro lo potrà applicare successivamente
in tutte le condizioni necessarie che sicuramente ci saranno anche
in futuro , anche se a volte avrà bisogno di nuovo del terapeuta
,ma il più delle volte potrà risolvere da sola questo
problema.
Nel terzo atto, sempre tornando alle commedie di Eduardo, non sempre
le cose si risolvono nel modo migliore, a volte ci sono delle soluzioni
positive per alcune persone e negative per altre. Così avviene
anche in terapia familiare.
A differenza del lavoro individuale noi non possiamo porci come
obiettivo che il progetto terapeutico con la famiglia possa arrivare
ad un risultato terapeutico uguale o per lo meno allo stesso livello
per tutti i membri della famiglia. Sappiamo bene, anche se alcuni
autori lo ritengono possibile, che questo non si può ottenere
quasi mai. Dobbiamo darci obiettivi più limitati. Probabilmente
sarà possibile per alcuni membri della famiglia riuscire
ad arrivare ad un livello di consapevolezza , di "pensabilità
", di capacità di elaborare la sofferenza che questa famiglia
ha portato in terapia, tale che la loro crescita sia completa. Questo
avviene di solito nelle persone più giovani. Per alcuni membri
della famiglia, il livello di crescita dovrà limitarsi a
degli aspetti cognitivi , ovvero : hanno capito che cosa é
successo, hanno potuto fare letture diverse delle loro storie, hanno
potuto imparare anche un metodo di lettura diverso. Spesso questa
é la posizione dei genitori.
A volte ci sono persone che riescono a fare cambiamenti solo di
tipo comportamentale, capiscono la necessità di questi comportamenti
diversi, li attuano ma non cambiano minimamente il loro tipo di
pensiero rispetto alla vita ed il loro tipo di lettura rispetto
alla situazione, e questi spesso sono i nonni.
Naturalmente questo è un tipo di attribuzione assolutamente
arbitraria, ci sono nonni molto giovani di mente che possono fare
delle crescite grossissime e pazienti che invece si possono fermare
solo in un aspetto comportamentale. Tuttavia questo é quello
che statisticamente avviene. Quindi all'interno di una famiglia
i cambiamenti sono di livello diverso e noi dobbiamo accettare questa
disparità di livelli.
E' importante ,però, riuscire ad evitare un paio di grossi
pericoli:
a) la migrazione del sintomo: cioé sostituire ad un paziente
designato un altro paziente designato, cosa che non é ovviamente
di nessuna utilità alla famiglia anche se lo é apparentemente
per il paziente .
b) l'operazione che somiglia molto a mettere la spazzatura sotto
il tappeto, cioé la trasformazione di una situazione in cui
l'espressione sintomatica della famiglia é un disturbo psichiatrico
di un paziente in una situazione in cui l'espressione sintomatica
della famiglia é un disturbo somatico di un altro membro
o del paziente stesso.
Eccoci arrivati alla terza parte.
Sappiamo che una gran parte dei nostri pazienti si presenta da
noi in una situazione di patologia acuta , che spesso richiede una
soluzione attraverso un progetto terapeutico complesso, che contiene
strumenti psicoterapici , farmacologici ed altre tecniche come per
esempio l'uso di strutture residenziali.
A volte ci troveremo di fronte a situazioni che tendono di più
a cronicizzare, ed è in queste situazioni che una parte della
cura é costituita da elementi di riabilitazione.
Negli ultimi tempi ci sono state importanti tendenze nel mondo
psichiatrico a spostarsi verso un altro tipo di modello, quello
psicoeducazionale, nel quale la famiglia é, ancora una volta,
il punto di riferimento per il progetto terapeutico. Anche questo
intervento , come l'uso dei farmaci é stato demonizzato dai
terapisti familiari fino ad un anno fa.
Per i terapisti familiari parlare di psicoeducazione voleva dire
confrontarsi con un nemico . Perché questo?
Perché all'approccio psicoeducazionale - ed in particolare
a Julian Leff - veniva attribuita l'idea che la psicosi, la schizofrenia
in particolare, ha un' origine biologica ed é subita dalla
famiglia, mentre per un terapista familiare la famiglia è
l'origine , se non la causa , del sintomo.
Noi abbiamo accettato la sfida, e l'anno scorso a Siena, al Congresso
sulla diagnosi e la psicopatologia rispetto all'ottica relazionale
ed alla psicoterapia relazionale, abbiamo invitato Julian Leff come
principale relatore e il suo intervento(10) é stato molto
criticato dai grandi capi della terapia familiare, principalmente
da Luigi Cancrini che ha personalmente attaccato anche gli organizzatori,
tra cui me, solo per il fatto di aver pensato di invitarlo. A posteriori
ci siamo convinti che la scelta é stata giusta perché
ci ha permesso di confrontarci con una maniera di lavorare con la
famiglia che, secondo me, è essenzialmente onesta, anche
se ha dei limiti.
Innanzitutto, in questo modo, abbiamo sfatato uno dei presupposti
che demonizzavano questo approccio.
Non é affatto vero che per gli psico-educazionali l'origine
della malattia mentale sia di tipo biologico, ma, semplicemente,
essi non prendono posizione su qual'é l'origine del sintomo
e sostengono di non sapere qual'é . Inoltre dicono anche
che con un certo tipo di famiglia, che non accetterebbe mai di essere
responsabile, neanche in parte, del problema del paziente, è
molto meglio dare per scontato che loro non ne sono parte, che sono
solo vittime di quella situazione, e aiutarli ad uscire da essa.
Mi sembra una posizione molto onesta.
Inoltre il modello psicoeducazionale ci permette di cominciare
a lavorare proprio con questo tipo di famiglia che non avrebbe nessun
accesso alla psicoterapia familiare. Queste , infatti, sono le famiglie
che tipicamente rifiuterebbero qualsiasi approccio psicoterapico,
che non si presenterebbero alle sedute, che non parteciperebbero
a questo tipo di programma. Esse invece possono accettare un programma
che ufficialmente prenda atto delle loro incolpevoli difficoltà
con il paziente e contemporaneamente le aiuti ad esaminare una serie
di problemi relazionali e familiari che sono comunque presi in considerazione
nell'intervento psicoeducazionale.
Tuttavia confrontarsi non significa non vedere che questo modello
ha alcuni limiti che, del resto, vengono sottolineati dalla ricerca
sui risultati.
Julian Leff dimostra , infatti, che nei primi tre anni di lavoro
il modello psico-educazionale é molto superiore alla terapia
familiare, nel senso che il numero delle ricadute che portano a
gravi crisi o ricoveri, é minore. Altri autori (Siani, Siciliani,
16) però si sono presi la briga di andare a vedere cosa avviene
in un periodo di tempo più lungo una durata maggiore (hanno
valutato i campioni a cinque anni ) ed hanno osservato una cosa
interessante: nei primi tre anni c'é effettivamente un miglioramento
delle famiglie che hanno seguito la strada psicoeducazionale rispetto
a quelle che hanno fatto una terapia familiare - che presentano
ricadute, drop-outs etc. - ma , negli anni successivi, si ha un
crollo verticale dei risultati nel campione psicoeducazionale e
invece una risalita, anche se non così verticale, in quello
familiare.
Abbiamo riflettuto su questi risultati e abbiamo cercato una spiegazione
possibile. Ci sono famiglie in cui l'intervento psicoeducazionale
si adatta meglio, perché permette di affrontare meglio la
situazione senza colpevolizzare i genitori o gli altri membri. In
esse , però , non é possibile entrare nel merito di
quello che é stato il problema relazionale e, a lungo andare
, finiti i benefici del modello psicoeducazionale dopo i primi tre
anni , abbiamo ricadute successive , perché non é
stato fatto nessun lavoro radicale sulle relazioni interne alla
famiglia : in sostanza niente é cambiato.
Ma in realtà non é veramente così. E' cambiato
molto, é cambiato l'atteggiamento, per esempio, rispetto
alle emozioni espresse, però questo non è stato evidentemente
sufficiente in queste famiglie ad ottenere un risultato stabile.
La terapia familiare fa, come é noto, l'operazione opposta
, cioé interviene emotivamente, in maniera a volte molto
forte sulle relazioni familiari e questo comporta naturalmente ricadute
maggiori nei primi tre anni, ma , se il problema viene risolto almeno
in parte, la situazione migliora molto negli anni successivi, perché
la famiglia ha acquisito sue metodiche di confronto col problema
, trova sue soluzioni ad esso e presenta minori ricadute rispetto
alle famiglie che hanno percorso la strada psicoeducazionale.
Nell'ottica del confronto sono nati , dunque , due diversi progetti
di ricerca.
Nel primo - di nuovo Siciliani e Siani, a Verona(16.) - hanno applicato
insieme allo psicoeducazionale anche la terapia familiare e i risultati
sono stati ancora migliori , cioé hanno sommato i vantaggi
di tutte e due gli indirizzi applicando all'inizio il modello psicoeducazionale
e procedendo poi ad una terapia familiare.
Nel secondo, ancora in corso, a cura di Peruzzi, Viaro e Mosconi
(15), il tipo di intervento che viene fatto sulla famiglia è
molto simile a quello psicoeducazionale. In altre parole viene fatta
una terapia familiare molto particolare con un contratto di dieci
sedute. In essa la scelta è di non prendere mai posizione
su quello che é stata l'origine della malattia del paziente,
diversamente da quello che veniva fatto fino ad ora in terapia familiare.
Anzi vengono ascoltati i familiari su quale ritengano sia l'origine
del problema, vengono anche fornite informazioni diverse - quasi
delle lezioni - sulle teorie esistenti sul disturbo portato dal
paziente, ogni parere viene sottolineato positivamente, ( questa
é l'unica somiglianza con la terapia familiare ),ed al termine
di questo lavoro spesso si ottiene che tutta la famiglia venga coinvolta
nel pensare a cosa può aver causato il problema e a quali
siano le possibili soluzioni senza che il terapeuta dia sue interpretazioni
su quello che é successo.
Ci sono grosse differenze con la terapia familiare che é
stata fatta fino ad ora, soprattutto per il fatto che il fatto che
non si prende una posizione sull'eziologia del problema, ma ci sono
anche grosse somiglianze. Ad esempio nella fase interattiva il terapista
evita non solo di creare un clima di alta intensità emotiva,
ma anche di dare o richiedere un consenso. Ogni tentativo di indirizzare
con consigli, con prescrizioni, come prima era molto in uso nella
terapia familiare, è , allo stesso modo, evitato, mentre
si conferma la posizione di ciascuno e si esplicita chiaramente
ogni presupposto ma anche ogni limite di tutti i trattamenti proposti
, siano essi farmacologici o psicoterapici, individuale, familiare
o di altro tipo. Non solo, ma il paziente é sempre presente,
ascolta tutte queste discussioni e partecipa ad esse, esattamente
come succederebbe ad un portatore di una malattia somatica, mentre
invece sappiamo quanto di solito gli viene nascosta la verità
su quello che sta succedendo. Naturalmente questo tipo di sperimentazione
può offrire il fianco ad una serie di critiche , perché
potrebbe far pensare che noi abbiamo abbandonato una modalità
di intervento, ampiamente sperimentata in alcuni anni di clinica,
per passare ad un intervento più neutrale, più cauto,
nei confronti della famiglia . Ma in realtà questo progetto
di ricerca con la famiglia, risponde alla necessità di creare
approcci differenziati per tipologie diverse e corrisponde quindi
ad un tentativo di aumentare la complessità, anziché
appiattire in un solo modello di intervento situazioni familiari
assai differenti.
Altre ricerche sono partite proprio sul confronto tra modello psicoeducazionale
e terapia familiare, una anche qui a Lucca, con il collega dr. Betti
e con gli Istituti di Terapia Familiare di Firenze e di Lucca, ma
i risultati di queste si avranno fra alcuni anni.
Per concludere vorrei portare alla vostra attenzione di nuovo ciò
che ho sottolineato all'inizio: la necessità di avere un
approccio ecologico quando facciamo un progetto terapeutico.
Non possiamo non tener conto , dal punto di vista diagnostico e
nella costruzione del processo terapeutico, di un gruppo così
importante come quello familiare che é sicuramente il sottosistema
sociale, in cui il paziente impara a crescere, in cui trova ,o dovrebbe
trovare, anche tutte le risorse principali per la vita di relazione.
Non possiamo, però, neppure chiudere gli occhi rispetto
ad esperienze cliniche che ci hanno segnalato come interventi drastici
sulla famiglia, di tipo provocatorio, interventi che tendono a modificare
la vita della famiglia, non abbiano, in alcune situazioni familiari,
alcun risultato. Credo che dobbiamo cominciare a pensare, quindi,
ad interventi diversi in famiglie diverse. Questa differenza non
é legata alla diagnosi nosografica ,perché la nostra
esperienza clinica ci fa vedere , quotidianamente, come per la stessa
diagnosi di psicosi, di schizofrenia, di anoressia spesso non si
può applicare lo stesso tipo di intervento perché
esso ha risultati radicalmente diversi, fallimentari in alcuni casi
o di grande successo in altri.
Pensare di applicare un processo diagnostico diverso a queste
famiglie che, pur giovandosi di elementi nosografici per la comunicazione
con i colleghi , utilizzi altri parametri, sarà uno dei nostri
impegni futuri. questo processo diagnostico dovrà tener conto
essenzialmente degli stili di comunicazione all'interno della famiglia
ma anche degli stili di risposte del servizio, degli operatori,
del terapeuta, alla famiglia. Sarà , perciò, una diagnosi
differenziale che, a seconda di come la famiglia comunica all'interno,a
seconda di come essa si mette in relazione con il terapeuta o con
l'operatore o con il servizio, ci permetta di capire quale gruppo
familiare si gioverebbe meglio di un tipo di intervento terapeutico
ristrutturante, radicale , e quale sarebbe più aiutato da
un intervento di contenimento, più blando, che permetta prima
la costituzione di un rapporto di fiducia, sul quale possano essere
basati , poi, altri tipi di intervento.
Infine vorrei sottolineare che dobbiamo uscire dall' idea diffusa
che uno strumento utilizzato nella diagnosi sia anche lo strumento
principe della terapia. Questa é un'altra polemica in atto
in questo momento fra le varie scuole di terapia familiare: ci si
chiede se si debba fare una terapia con la famiglia, o una terapia
della famiglia. Per terapia con la famiglia, si intende una terapia
in cui la famiglia é sempre fisicamente presente, mentre
per terapia della famiglia si intende una terapia in cui la famiglia
é sempre presente nella mente del terapista, ma i modi di
confrontarsi con essa possono essere molto diversi. Si può
lavorare con un sottosistema, per esempio con i genitori o con i
fratelli, in parallelo o in contemporanea ,così come si può
lavorare con la famiglia e contemporaneamente con l'individuo.
La mia posizione é chiara da molti anni(4, 5, 6, 8, 9):
la terapia é quella della famiglia, non con la famiglia.
La famiglia deve essere sempre nella nostra mente, perchè,
per un terapista familiare, é il punto di riferimento che
da' chiarezza, che da' struttura ad ogni tipo di intervento, ma
dobbiamo sentirci liberi di poter lavorare con ogni parte della
famiglia anche se con un' ottica relazionale. Se anche la famiglia
fosse stata la causa dell'insorgenza di una psicosi in un membro,
questo non vuol dire che noi dovremo lavorare sempre con la famiglia
per recuperare il paziente dalla sua malattia. La situazione che
si é venuta a creare specialmente nei casi cronicizzati é
tale che il paziente sicuramente ha accumulato nel corso degli anni
una serie di disturbi legati alla mancanza di rapporti con il sociale
, alla carenza di esperienze vitali , che spesso la famiglia non
può fornire, proprio perché é carente su questo
piano. Quindi la famiglia potrebbe essere una buona risorsa per
l'aspetto diagnostico e dovrebbe perciò essere sempre presente
al momento della diagnosi ,ma non é affatto detto che la
continuazione del processo debba sempre avvenire attraverso la famiglia.
Ci saranno ,ad esempio, altri spazi individuali, di gruppo, di comunità
che dovranno e potranno essere offerti al paziente.
L'approccio ecologico in terapia familiare, consiste nell' utilizzare
la nostra ottica sistemico-relazionale , nell' essere coerenti con
essa, ma anche nell'utilizzare spesso le altre ottiche, non solo
psicodinamiche ma anche biologiche, farmacologiche, sociologiche,
per capire cosa sta avvenendo al paziente ed al contesto in cui
vive. Utilizzare tutte queste ottiche, insomma, per fare una diagnosi
più complessa ed accurata, per costruire un progetto terapeutico
corretto che comprenda la famiglia, ma che non sia limitato ad essa,
e valutare i risultati sulla base del benessere non del solo paziente
ma di tutta la famiglia, non solo sul piano psichico ma anche sul
piano somatico e su quello sociale.
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