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Tavola Rotonda:
"Psicosomatica e Dimensione Terapeutica"
"OTTICA RELAZIONALE, TERAPIA FAMILIARE,
PSICHE E SOMA"
Dott. Rodolfo de Bernart
Medico Psichiatra
Direttore , Istituto di Terapia Familiare di Firenze
SOMMARIO
Lo studio della famiglia psicosomatica non ha fornito tipologie
soddisfacenti. Più utili sembrano le tecniche di Terapia
Familiare con i pazienti interessati , specie se si passa attraverso
il corpo ( che ha espresso il sintomo), mediante l'uso di "sculture"
e di "oggetti metaforici".
Viene presentato un caso di "fobie alimentari. Viene discussa l'utilità
di utilizzare tecniche cosi potenti come quella relazionale.
Viene suggerito anche qualche approccio diverso.
Infine si accenna al problema della formazione del medico e dell'operatore
psicosomatico.
Per molto tempo i terapisti familiari hanno cercato nelle loro
ricerche di mettere a fuoco tipologie familiari legate alla nosografia.
Uno degli oggetti più ricercati è stata la famiglia
psicosomatica. Nonostante il gran lavoro fatto da autori più
che validi , la tipologia di questa famiglia appare tuttaltro che
convincente : modelli proposti da autori diversi (Minuchin, 1978;
Stierlin,1984; Onnis,1985 e 1988) si integrano ma talvolta si contraddicono
. Questa parte del rapporto fra ottica relazionale ed approccio
psicosomatico non ha dato , insomma , risultati soddisfacenti.
Ad esempio é noto che Minuchin definì con chiari
caratteri (evitamento dei conflitti, iperprotettività , invischiamento,etc.)
la famiglia psicosomatica. Al contrario Stierlin sosteneva che solo
un 50% circa delle famiglie con pazienti psicosomatici era di quel
tipo. Ne esistevano altri due tipi : conflittuale ed espulsiva che
Minuchin non aveva mai visto. Non si capiva il perchè di
queste differenti osservazioni, fino a quando , osservando i campioni
presi in esame dai due autori , io mi resi conto che Minuchin parlava
di famiglie con bambini psicosomatici, mentre Stierlin vedeva anche
adolescenti ed adulti. Fu chiaro allora che la differenza nei campioni
poteva essere spiegata con il fatto che intorno ad un bambino malato
si formava una famiglia iperprotettiva , tendente ad evitare il
conflitto e che appariva , per questo, invischiata. Intorno ad un
adulto malato questi fenomeni erano più rari e potevano essere
sostituiti da conflitti e da tendenze espulsive. Fu anche chiaro
, però , che le descrizioni tipologiche dei due autori si
riferivano a come le famiglie erano diventate dopo l'insorgenza
del sintomo, mentre era assai più dubbio che fosse il loro
essere a quel modo la causa del sintomo.
Questo primo tentativo di cercare una tipologia della famiglia
psicosomatica non ha dato dunque risultati apprezzabili.
Al contrario l'approccio familiare a patologie psicosomatiche presenti
in almeno un membro della famiglia ha dato risultati più
che convincenti, specie da quando si é compreso (Onnis,1988)
che per curare di più e meglio i sintomi espressi attraverso
il corpo , il metodo di cura deve passare anch'esso attraverso il
corpo.
In particolare risulta interessante il lavoro proposto da Onnis
(1990) sulle "sculture del presente e del futuro" con famiglie con
problemi psicosomatici.
La famiglia rappresenta la sua stuazione attuale e futura attraverso
l'uso plastico dei suoi componenti ( come nel gioco delle belle
statuine) . Più avanti le sculture , fatte in silenzio, vengono
commentate con il terapeuta.
Nell'ITF di Firenze abbiamo utilizzato queste metodiche con l'aggiunta
dell'oggetto metaforico.(de Bernart, 1991,d ).
"Silvia" , nove anni, è figlia di una nostra ex paziente,
trattata all'ITF con una terapia di coppia e poi con una TF della
famiglia d'origine, per un'agorafobia, che, appunto attraverso la
terapia si era risolta brillantemente alcuni anni prima.
Qualche anno dopo , a seguito di una gastroenterite notturna con
vomito , Silvia presenta una strana fobia alimentare. Smette di
mangiare di sera perché ha paura di star male di notte, ma
continua ad alimentarsi regolarmente durante il giorno.
Nella prima seduta emergono alcuni fatti significativi: i genitori
avevano deciso di avere un secondo figlio, ed avevano "democraticamente"
discusso con Silvia se fosse il caso o no.
Ouando Silvia ancora non si era pronunciata, la madre era rimasta
incinta . Questo non sembro' sconvolgere Silvia che fece buon viso
a cattivo gioco. Poco dopo, però , la madre perse il bambino
per un aborto naturale al terzo mese: proprio allora iniziarono
i sintomi di Silvia. Naturalmente la nostra prima ipotesi fu che
il sintomo fobico di Silvia fosse legato all'arrivo assai temuto
del fratellino, tanto piu' che i genitori sembravano essere decisi
ad averne subito un altro. forse Silvia aveva avuto desideri di
morte nei suoi confronti ? Poi purtroppo realizzati dal caso , con
conseguenti sensi di colpa e desiderio di punirsi attraverso il
sintomo?
Oppure Silvia voleva solo sostituire per la mamma il fratellino
morto restando piccola ?
O ancora era la gelosia e la paura inespressa che guidavano il
suo corpo a restare piccola per non "correre rischi" ?
Tutte le ipotesi erano suggestive ma la prima risultava di difficile
comunicazione ad una bambina di otto anni. decidemmo perciò
di utilizzare le altre due e di impiegare le due tecniche usuali
( in questi casi) : la scultura e l'oggetto metaforico.
Abbiamo accennato alla Scultura. L'oggetto metaforico é
un qualsiasi oggetto al quale viene data dal terapeuta , d'accordo
con la famiglia o col paziente , una connotazione particolare ed
un significato simbolico.
Nella seconda seduta il terapista chiede a Silvia di rappresentare
la futura sorella "Luisa" (ancora da concepire) mentre lei viene
rappresentata da un pupazzo. Il terapista fa muovere Silvia/Luisa
da un genitore all'altro, poi la fa sedere sulle ginocchia della
mamma e chiede se c'é' spazio per tutte e due.
La bambina é, naturalmente bravissima a mimare cio' che
farebbe "Luisa", a mostrare come le ruberebbe il posto "come fanno
tutti i fratellini" e come cercherebbe di escluderla dalle ginocchia
della mamma.
Alla fine si concorda che finche' e' piccola possono stare insieme.
Ma quando nasce la sorellina lei crescerà o no? - chiede
il terapista- E qui la bambina da' una strana risposta: prima dice
"No! Resto piccola!" ; poi ci ripensa e afferma "Mah..però..
forse devo diventare grande, perché poi devo aiutare la mamma
che invecchia..." ,divisa insomma fra il piacere ed il dovere, fra
la persona e la funzione.
A questo punto io chiamo per citofono il terapista e gli dico che
fino ad ora siamo andati bene, ma ora e' necessario far fare alla
bambina una tantasia di come si può restare piccoli.
Dato però che abbiamo deciso di usare il corpo il terapista
torna nella stanza e fa fare alla bambina uno strano gioco che anticipa
metaforicamente tutta la sua situazione conflittuale . Dice alla
bambina: "Sei stata brava; ora puoi, tornare a sederti sulla sedia";
poi proprio mentre la bambina si sta per sedere le chiede: "Ma non
staresti meglio sulle ginocchia della mamma?"; e appena la bambina
si dirige verso la mamma: "Eh, ma c'é Luisa! . La bambina
si arresta interdetta, non sapendo cosa fare, allora il terapista
la incoraggia: "Va bene sieditici lo stesso , tanto sei piccola!";
e solo ora che la tensione e' molto elevata il terapista chiede
: "Ma come fai a restare piccola ?"
E Silvia di rimando, con l'aria piu' serena del mondo: "Eh, basta
non mangiare, essere malati e non si cresce!". Allora il terapista,
fingendosi ingenuo e curioso chiede: "Ma pensi che tuo padre e tua
madre siano d'accordo su questo?". " No! Loro vogliono che io cresca."risponde
Silvia.
E allora il terapista , di rimando, " Ma scusa, voi tre non decidevate
tutte le cose insieme ?" "Sì" conferma Silvia." "Ma allora
questa volta vostra figlia vi ha fregato !" dice con un sorriso
il terapista ai genitori. Una grande risata sottolina la fine della
tensione.
Difatti Silvia la sera stessa riprende a mangiare e dopo un paio
di settimane la madre "puo' di nuovo" restare incinta, ma questa
volta senza consultare la figlia (come mi conferma nel follow -up
telefonico).
La terapia si concluse dunque con un apparente successo. Ma proprio
in questi casi che si concludono così rapidamente e , quasi,
miracolosamente é opportuno farsi qualche domanda critica.
Non sappiamo se la madre (e come) ha trasmesso a Silvia la patologia
fobica.
Non sappiamo se l'aspetto psico-somatico é casuale o legato
al sintomo somatico notturno o ad altro.
Non sappiamo se sarebbe stato possibile arrivare per strade solo
verbali a risultati analoghi ma più profondi . Silvia infatti
non é più tornata perché stava bene , ma i
suoi "costrutti fobici " saranno ancora lì o no?
Certo l'intervento familiare nel bambino permette risultati rapidi
sul sintomo e sullo stato di salute psichica anche per la presenza
dei genitori. si configura quasi come un intervento preventivo di
possibili futuri rischi. Ma altrettanto certamente non possiamo
saperlo se non attraverso un accurato follow- up a distanza.
Ci siamo attrezzati per questo, tuttavia la nostra preoccupazione
su questo punto é tale che stiamo cercando di mettere a punto
un metodo diagnostico e prognostico relazionale che ci permetta
di separare le famiglie da trattare con interventi rapidi e senza
rischio anche per problemi apparentemente gravi (es. alcuni episodi
deliranti isolati) da quelle apparentemente meno problematiche che
possono nascondere rischi futuri.
Su questo punto la ricerca é solo all'inizio.
Poche sono le cose che sappiamo , molte quelle che ancora non
sappiamo (es. L'alexitimia familiare)(Onnis 1992).
Alcune , non molte, quelle che sappiamo di non sapere , e queste
sono la nostra ricchezza futura.
Un ulteriore contributo é , invece, sicuramente stato dato
dall'ottica relazionale allo studio dei contesti di cura medici
e paramedici;
(R.de Bernart,"1984; 1984,b; 1984,c ;1984,d ;1985; 1986; 1991;
1991b.)
In questi ultimi anni é proprio in questo campo che sono
stati fatti gli studi, le ricerche e gli avanzamenti più
brillanti anche sul piano clinico.
In particolare la utilizzazione della famiglia del paziente per
comprendere e superare problemi di compliance nella cura , e l'utilizzazione
della famiglia del medico per la comprensione ed il superamento
di problemi relativi alla relazione medico-paziente (Rosselli, de
Bernart,1986,1991), ad esempio con l'utilizzo di gruppi alla Balint
relazionali (BALINTREL).
Non c'é dato qui lo spazio per affrontare questi enormi
problemi che d'altronde abbiamo già affrontato in altri lavori.
Basterà dire che una gran parte delle ricerche in corso
oggi tendono ad includere il terapeuta nel campo di osservazione.
Proprio per questo stiamo cercando di includere nella formazione
del medico come del terapeuta familiare lo studio della sua famiglia
d'origine.
BIBLIOGRAFIA
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R.de BERNART, "Le Risorse della Gelosia: Appartenenza e Separazione
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L.ONNIS, "Famiglia e Malattia Psicosomatica", NIS Roma,1988.
L.ONNIS et AL.," Le sculture del presente e del futuro: un modello
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