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Cristina Dobrowolski - Lilia Gagnarli
"Il suicidio dell'adolescente"
Rimini 9-12 aprile 1992
Vogliamo proporre alcune riflessioni sul tema del tentato suicidio
e su aspetti ricorrenti di relazione nelle famiglie da noi osservate.
Abbiamo trattato solo una decina di casi, ma abbiamo trovato (casualmente?)
caratteristiche che ci hanno stimolato alcune correlazioni. Per
l'esiguità dei casi non possiamo azzardare considerazioni
statistiche, proponiamo che le nostre osservazioni diventino stimolo
per uno studio più allargato e, inoltre, indicazione per
chi svolge attività clinica per prevenire possibili condotte
suicidarie.
Parlare di adolescenza equivale ad entrare in un campo affollato:
tanto è stato detto e tanto è stato scritto . Partiamo
dalla considerazione che i modi in cui la famiglia affronta i problemi
che vengono posti dai figli adolescenti sono una cartina di tornasole
rispetto alla caratteristiche e qualità delle relazioni che
si sono costruite in famiglia fino a quel momento. In che modo si
sono costruiti gli affetti nella famiglia, quali sono stati i canali
privilegiati attraverso cui le vicende emozionali hanno ricevuto
spazio, ascolto o negazione e rifiuto? Abbiamo volutamente usato
la parola AFFETTI in quanto ci permette di entrare nel mondo della
relazione e di costruire un ponte tra ciò che avviene nell'individuo
e ciò che avviene intorno all'individuo. La parola affetti
ci permette anche di costruire un ponte tra modalità di intervento
che si occupano prevalentemente del mondo interno ed il nostro modo
di operare. Negli atti del Congresso Nazionale della Società
Psicoanalitica Italiana del maggio 199O, Adamo Vergine scrive "...dal
contesto complessivo, l'affetto, nella sua accezione generale, si
costituisce in psicoanalisi come una funzione di 'interfaccia' fra
il somatico e lo psichico, fra il soggetto e l'oggetto, e tra l'individuo
e il gruppo. Si potrebbe aggiungere che, nel contesto analitico,
l'affetto è l'indice di una modalità trasformativa,
per cui un'esperienza profonda, di relazione col mondo, con qualcuno,
con il corpo o con se stesso, informa la coscienza del soggetto
e gli permette di confrontare la percezione del contesto con la
qualità profonda della relazione che si sta intrattenendo".
Gli affetti quindi svolgono un ruolo di grande importanza nel regolare
gli scambi tra persone sia nelle situazioni di vita normale che
nella relazione terapeutica ed è attraverso lo scambio emozionale
che essi si costituiscono; per meglio comprendere il significato
delle emozioni ci piace usare le parole di Muscetta che, sempre
in occasione delle stesso Convegno scrive: "Sotto l'influsso del
paradigma sistemico le emozioni sono concepite come processi bidirezionali
che hanno la funzione di mantenere e/o di disgregare delle relazioni
significative tra un organismo e l'ambiente (esterno o interno):
sono bidirezionali perché comportano un impatto di interconnessione
tra l'ambiente e l'organismo; sono processi nel senso che sia gli
organismi che l'ambiente cambiano continuamente nelle loro reciproche
relazioni".
L'avvicinarci al mondo delle emozioni e degli affetti permette
di chiederci in che modo genitori e figli si influenzano reciprocamente
nella costruzione della realtà affettiva ed in che modo il
mondo emozionale viene affrontato in quel periodo delicatissimo
che è l'adolescenza. Winnicott sottolinea la delicatezza
della fase adolescenziale dicendo "ragazze e ragazzi goffamente
e capricciosamente emergono dalla fanciullezza e dalla dipendenza
e brancolano verso la condizione di adulti. La crescita non è
soltanto una questione di tendenze ereditate, è anche una
questione di un intrecciarsi altamente complesso con l'ambiente
che facilita. Se la famiglia è ancora lì per essere
usata, essa viene usata in grande misura; e se la famiglia non è
più lì per essere usata o per essere messa da parte
(uso negativo), allora piccole unità sociali devono essere
provvedute...". La famiglia è l'ambiente in cui si impara
quali sono i modi per valutare la realtà emozionale interna
ed interpersonale, ed è in quel contesto che si strutturano,
nel processo di crescita, i nodi cruciali del mondo psichico che
sono di supporto od esplodono nei momenti crisi. Sempre Winnicott
ci ricorda che "E' di grande valore paragonare le idee dell'adolescenza
con quelle dell'infanzia. Se nella fantasia della prima crescita
vi è contenuta la morte, allora in adolescenza vi è
contenuto l'uccidere....Il tema inconscio può diventare manifesto
come esperienza di un impulso suicida, o come suicidio vero".
Nella nostra modesta esperienza abbiamo notato che ogni volta
che ci siamo trovate ad affrontare problemi inerenti tentati suicidi
di adolescenti esistevano chiare correlazioni tra la storia familiare,
l'esperienza e i vissuti della coppia e l'agito dell'adolescente:
nella famiglia la sofferenza si era mostrata in modo evidente e,
contemporaneamente, le esperienze e i vissuti della coppia si coagulavano
intorno a modalità in cui erano presenti atteggiamenti bipolari
del tipo passività/attività ed un uso particolare
della squalifica verso uno dei partners. Questi pensieri sono sostenuti
dall'illustrazione di alcuni casi clinici (durante il seminario
viene mostrato un nastro video con brani tratti da sedute di famiglie
diverse); in questa sede faremo riferimento esclusivamente a due
famiglie trattate presso il nostro istituto.
Molti autori, anche non strettamente appartenenti al campo della
terapia familiare, sottolineano l'importanza della famiglia nell'attuazione
di scelte autolesioniste, fra l'altro addirittura in senso trigenerazionale.
Bowlby, ad esempio, scrive: ""Ogni variante di comportamento dei
genitori finora descritta provoca non solo l'insorgere, nel bambino,
di collera verso i genitori, ma anche l'inibizione della manifestazione
di tale collera. Il risultato è un risentimento in gran parte
inconsapevole che persiste nella vita adulta e viene espresso di
solito non verso i genitori, ma verso qualcuno più debole,
per esempio il coniuge o un figlio. Persone di questo tipo possono
essere soggette a un forte desiderio inconscio d'affetto e di sostegno
che può essere espresso attraverso forme anomale di comportamento
di richiesta di cure, per esempio in certi tentativi di suicidio,
sintomi di conversione, anoressia nervosa, ipocondria".
Dall'analisi delle famiglie seguite presso il nostro Istituto
abbiamo tratto alcune ipotesi:
1) i comportamente suicidari si attuano ove siano già presenti
in uno dei genitori e/o a livello trigenerazionale aspetti depressivi.
E' noto come nella depressione vi sia una sorta di negazione della
vita e dell'aggressività verso l'altro. L'aggressività
è volte verso se stessi e solo indirettamente mostra le sue
caratteristiche di attacco verso l'altro che viene chiamato in aiuto
e poi reso impotente. Grinberg in "Colpa e Depressione" dice: "Il
nucleo centrale del suicidio è costituito dalla colpa persecutoria.
Il proposito ultimo del suicida è spesso quello di proiettare
questa colpa insopportabile negli oggetti e tale proposito è
vissuto come un trionfo maniacale sugli oggetti stessi. Come dire,
giacché voi non mi avete compreso né mi avete aiutato
a liberarmene, io mi uccido perché siate voi a sopportarla.".
E ancora: "Genitori affettivamente distanti non possono soddisfare
i veri bisogni dei figli, i quali si sentono rifiutati , non amati,
e non possono ricorrere a loro per la soluzione dei propri conflitti
e problemi". La combinazione di una madre dominatrice e occhiuta
e di un padre passivo e assente è stata riscontrata in parecchi
casi di bambini che hanno tentato il suicidio che si presenta come
disperata ricerca di attenzione e cure.
Uno dei casi seguiti è particolarmente significativo. Una
giovane viene indirizzata ad una di noi per una terapia individuale
da un collega psicoanalista per una situazione depressiva. Tra il
primo ed il secondo colloquio esplorativo, prima di stabilire un
contratto terapeutico, fa un tentativo di suicidio, peraltro blando,
e fa telefonare al padre della sua impossibilità a venire
all'appuntamento. Durante il primo colloquio, a seguito della storia
raccontata , era già stata presentata la possibilità
che una terapia familiare fosse più adatta in quella situazione,
ma la paziente aveva energicamente rifiutato. Durante il colloquio
successivo alla telefonata del padre, la terapeuta decide di proporre
una terapia familiare, giustificandola con una lettura degli avvenimenti
succedutisi al primo incontro e la considerazione che, attraverso
l'episodio del tentato suicidio, la paziente aveva fatto in modo
di mettere in contatto il padre con la terapeuta. Al primo incontro
con la famiglia, composta da padre, madre, un figlio trentenne,
la paziente di venti anni ed un fratello minore di diciassette anni,
non si presenta il figlio maggiore. La madre ci informa di avere
fatto di tutto per convincerlo, ma che lui ha rifiutato perché
ormai esterno alla famiglia. L'esterno consiste nel vivere in un
appartamento vicino alla famiglia, da solo, chiuso nei suoi libri,
rifiutandosi di uscire per qualsiasi motivo. La storia dei problemi
di questo figlio occupa molta parte della seduta e fa emergere un
profondo legame della madre con lui; la madre ha sempre cercato
di tenerlo lontano dagli interventi del padre, giudicati troppo
bruschi.Il padre appare completamente succube della moglie, non
si esprime se non dopo averne avuto l'assenso e ci informa di essere
ancora convalescente di un grave infarto. La paziente da vari anni
soffre di una situazione depressiva interrotta a volte da crisi
pantoclastiche ed ha già attuato due tentativi di suicidio.
Il figlio minore sembra vivere sufficientemente bene perché
proiettato verso il mondo esterno; sembra quasi che in questa famiglia
la sanità psichica e fisica sia pagata al prezzo dell'orfanilità.
Sembra che qui le relazioni familiari così potentemente oppresse
da tematiche di morte, non lascino alcuno spazio individuale;tale
spazio è totalmente negato dalla modalità apparentemente
disponibile, ma avviluppante della madre, che si pone come centro
di conoscenza, sapere e relazione, e agisce tutto questo con modi
suadenti ed apparentemente non autoritari.
2) Esistono nelle famiglie modalità di relazione seduttive.
Laplance e Pontalis definiscono la seduzione "scena reale o fantasmatica,
in cui il soggetto (generalmente un bambino) subisce passivamente,
da parte di un altro (per lo più un adulto), degli approcci
o delle manovre sessuali".Quando noi parliamo di modalità
seduttive intendiamo un comportamento in cui un genitore si avvicina
emotivamente ad un figlio/a con modalità affascinanti ed
ambigue ed ottiene in tal modo di legarselo, spesso come compensazione
alla delusione e frustrazione che il partner gli provoca, inibendo
in lui/lei la possibilità di una libera espressione dei propri
sentimenti ed emozioni. E' in ciò presente una modalità
di totale passivizzazione dell'altro che, come dice Selvini, cade
nel tranello ritenendo di avere un rapporto privilegiato con un
genitore. Winnicott in "Gioco e Realtà "dice: "...nella seduzione
qualche agente esterno approfitta degli istinti del bambino, e concorre
ad annientare in lui il senso di esistere come entità autonoma...".
Tale modalità di relazione era particolarmente evidente nella
famiglia sopra descritta, in cui il rapporto madre/figlio maggiore
si basava su modalità che già nel racconto stesso
erano palesemente seduttive.
Quello che emerge è che ove la relazione viene costruita
attraverso l'attivazione di modalità seduttive, non si crea
mai un vero rapporto, nel senso di affetti che emergono da una reciproca
affermazione di sé e, quindi, anche di riconoscimento delle
specifiche peculiarità dell'altro, ma l'altro viene considerato
quasi come un proprio possesso: c'è legame, potremmo dire
vincolo, ma nessuno spazio di intimità, quando per spazio
intendiamo la spazialità che intercorre fra l'uno e l'altro:
o sei con me o contro di me. Io ci sono, ma nello stesso tempo sono
distante perché non ti riconosco come altro.
3. Nei comportamenti suicidari la morte viene individuata come
l'unico modo di essere differenziati.
Vogliamo cioé proporre, specialmente nel caso di adolescenti,
il tentativo di suicidio come via per sottrarsi alla seduzione o
strumento per reclamare un'attenzione per la propria esistenza,
qualora, invece, non si sia l'oggetto della seduzione.
Attraverso tale condotta, mentre ci si propone di attuare fisicamente
la separazione definitiva, in realtà la si nega, poiché
attraverso il suicidio si conquista un posto perenne nel complesso
gioco delle relazioni familiari e nella mente di ciascuno. Passa
il messaggio: non ci sono più ma ci sono finalmente in modo
sicuro ed indelebile.
Questa modalità, in cui contemporaneamente con un'azione
si inviano due messaggi, é analoga proprio alla modalità
di relazione seduttiva, che si esprime anch'essa con un doppio messaggio,
seppure inverso: ci sono, ma in realtà non ci sono per te
come persona.
Questa analogia di messaggi su due livelli ci ha fatto ipotizzare
una correlazione tra seduzione, riscontrata in varie forme in tutte
le famiglie trattate, e tentato suicidio.
4. La quarta ipotesi riguarda le analogie tra le caratteristiche
delle famiglie con adolescenti suicidari e quelle di famiglie con
pazienti anoressiche o con tossicodipendenti.
Anche queste due ultime situazioni si esprimono con attacchi al
proprio corpo che possono provocare seri rischi di morte; anche
qui domina sovrano il gioco con la morte e l'idea di poterla controllare.
Anche nelle famiglie anoressiche e tossicomani ritroviamo quasi
costantemente sia aspetti depressivi che seduttivi, ed anche un'analoga
difficoltà di coniugare appartenenza e separazione e di usufruire
di una dipendenza evolutiva.
A proposito delle famiglie con pazienti tossicodipendenti, Stanton
osserva che si tratta "di un sistema in cui un genitore é
intensamente coinvolto con iul figlio, mentre l'altro é più
punitivo o assente. Generalmente il genitore ipercoinvolto é
quello del sesso opposto. A volte questo ipercoinvolgimento arriva
anche all'incesto." E ancora ".....se il giovane tossicomane é
il maschio la madre può riversare su di lui le sue manifestazioni
di affetto perchè non ne riceve abbastanza dal marito, che
tende ad allontanarsi dato che la moglie lo squalifica".
Tutti ricorderanno come a proposito di famiglie con pazienti anoressiche,
la Selvini parli dell' "imbroglio" di tipo seduttivo in cui l'anoressica
si trova intrappolata.
Per concludere ci sembra interessante ricordare brevemente una
famiglia da noi seguita, formata da padre, madre, figlio maggiore
ex tossicodipendente, secondogenita che aveva compiuto un serio
tentativo di suicidio dopo un periodo di uso saltuario di sostanze
e figlia minore. La famiglia aveva fatto richiesta di terapia per
la secondogenita.
Accanto ad una situazione di scisma di coppia particolarmente evidente,
ed ad una depressione cronica della madre, grave cardiopatica che
aveva subito numerosi interventi chirurgici, in questa famiglia
erano osservabili due relazioni fortemente seduttive tra il padre
e la paziente designata da un lato e la madre ed il figlio maschio
dall'altra. Droga e suicidio apparivano quasi come intercambiabili,
ed in fondo come le uniche possibilità pensabili di uscire
dalla disperazione dell' "imprigionamento" seduttivo e dalla rabbia
vendicativa per una vera appartenenza negata.
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